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Per comprendere l'alone romantico e la
spavalda ambizione musicale che definisce il primo album di Springsteen
dell'Era Obama, bisogna ripescare un manufatto dei tempi di Gerald Ford:
l'album del 1975 BORN TO RUN. Erano quelli i giorni in
cui Springsteen faceva i suoi numeri da acrobata senza rete
assieme alla E Street Band, passando nottate su nottate a produrre
sovraincisioni: glockenspiel, chitarre da musica surf, violini, rumori
di motociclette. Con rare eccezioni, da quel momento si è dato una
regolata. Ma per gran parte di WORKING ON A DREAM Springsteen è
tornato alla sua infatuazione giovanile per le sinfonie pop à la Roy
Orbison e Phil Spector. A partire dalla prima traccia dell'album, gli
otto minuti della tragicomica favola western chiamata Outlaw Pete,
dove l'unica cosa che non ha avuto l'ardire di fare è stata quella di
non portare un cavallo in carne e ossa nello
studio di registrazione. Ci sono tre cambi di tempo, archi
vibranti, un'armonica à la C'era una volta in America, dei
continui e tumultuosi crescendo e un assolo finale di chitarra degno di
Jungleland.
WORKING ON A DREAM è il più ricco
dei tre album che Springsteen ha realizzato con la E Street Band
nell'ultimo decennio, e, in ciascun momento, in ogni singola canzone, ci
sono più sorprese di quante Bruce ne abbia mai messe in un suo intero
disco, dalla voce distorta – che fa tanto Chess Records – del blues
Good eye alle gioiose armonie da British Invasion di Surprise,
surprise. Il produttore Brendan O'Brien sembra avere risvegliato
qualcosa in Springsteen, che negli anni Novanta era più concentrato a
scrivere testi da narratore che a comporre melodie e cambi di accordi,
che sembravano passati in secondo piano nella sua musica. Nella
precedente collaborazione tra O'Brien e Springsteen, MAGIC, nel
2007, Springsteen aveva cominciato improvvisamente a scrivere barocchi
pezzi retro-pop arrangiandoli con intelligenza (Girls in their summer
clothes e Your own worst enemy) e a cantare con una voce
inedita, più ricca di sfumature e aperta del solito, pagando dopo
decenni più un tributo a Orbison che a Hank Williams e a Woody Guthrie.
WORKING ON A DREAM prosegue il discorso musicale di MAGIC,
e lo arricchisce. Springsteen riesuma certi suoni caratteristici
dell'età dell'oro del rock, come ad esempio su Life itself e
What love can do, due canzoni dove si sente molto l'influenza dei
Byrds: le frastagliate chitarre suonate un po' come sitar della prima
riecheggiano Eight miles high, così come le armonie vocali della
seconda. La perversa fantasia pop intitolata Queen of the supermarket
(in cui il narratore è ossessionato da una cassiera) ha un sapore da
radio AM anni Sessanta che fa venire in mente Pretty flamingo di
Manfred Mann; e i coretti trasognati che si ascoltano nella celestiale
ballata d'amore This life rievocano tanto i Turtles quanto
Spector.
Nonostante le molte sovraincisioni, le
canzoni up-tempo dell'album hanno un sapore genuino da "buona la prima",
riuscendo a catturare al meglio l'attitudine live della E Street Band:
le disordinate e sanguigne SEEGER
SESSIONS possono aver aiutato Springsteen in questo senso. Il piano di
Roy Orbison – così deliberatamente
allegro e sgangherato – e i piatti scroscianti di Max Weinberg fanno
della strepitosa My lucky day una canzone che avrebbe potuto
essere contenuta in EXILE ON MAIN STREET, con Springsteen e Steve
Van Zandt a cantare insieme il ritornello in stile Jagger-Richards. In
passato Bruce ha avuto difficoltà a scrivere pezzi rock sulla felicità
coniugale (basti pensare a HUMAN TOUCH e a LUCKY TOWN), ma
stavolta con My lucky day svolge il compito alla perfezione, e il
divertimento è assicurato come succedeva con certi suoi successi degli
anni Ottanta.
L'allegria giovanile che la musica
dell'album sprigiona contrasta nettamente con i testi assolutamente
"adulti".
Springsteen – almeno superficialmente – torna a una dimensione più
personale e domestica, dopo i proclami
universali dei suoi ultimi dischi. La solare title-track è improntata a
un sano ottimismo e, più in generale ci sono parecchie canzoni d'amore
meno problematiche e conflittuali del solito. Ma, così come il
personaggio di Outlaw Pete riesce a raggiungere una pace soltanto
temporanea, così, in altri episodi, Springsteen sembra interrogarsi su
come i propri affetti – e il meglio di se stessi – possano durare nelle
"stanche mani del tempo". Ed ecco che alcune di queste canzoni possono
essere interpretate in un senso che travalica i confini del privato e
finisce col toccare alcune questioni più generali: "Perché le cose a cui
teniamo di più svaniscono col tempo / fino a quando non diventiamo sordi
alla musica e ciechi di fronte alla bellezza di Dio?", si chiede Bruce
nell'inquietante Life itself mentre cresce la tensione sopra il
ritmo claustrofobico del basso di Garry Tallent. "Perché ciò che ci
tiene uniti lentamente ci divide?". Senza contare The wreslter –
che è una bonus track – l'album termina con The last carnival,
un'elegia sincera e dolente in ricordo del tastierista della E Street
Band, Danny Federici, morto l'anno scorso a causa di un tumore. La
canzone sembra la continuazione di Wild Billy's circus story, un
brano di Springsteen del 1973 dove il circo era una metafora della vita
on the road. Qui, invece, il circo parte senza Billy: "il sole tramonta
/ stanno tirando giù il tendone", canta Springsteen con voce strozzata,
"Dove sei andato, mio amato Billy?". La canzone finisce con un coro che
sembra essere stato prodotto sovrapponendo molte volte le voci di
Springsteen e di Patti Scialfa, come se continuasse all'infinito. Per un
compagno di strada perduto, è questa l'ultima opera sulla Turnpike.
Versione originale
pubblicato su
Rolling Stone n.1071 del 05.01.09 |