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Sayles e i video per Bruce
Il regista John Sayles ricorda la sua
collaborazione con Springsteen per tre video che hanno fatto epoca
di Stephen Pitalo
Negli
anni Ottanta, il regista indipendente
John Sayles ha
diretto tre video memorabili per Bruce Springsteen, “Born in the
U.S.A.”, “I’m on Fire” e “Glory Days”, che hanno confermato il
fatto di come Springsteen abbia sul mezzo televisivo lo stesso
controllo che dimostra di avere su uno stadio. La ferocia
dell’esibizione live del Boss con gli inserti documentaristici
molto “politici” di “Born in the U.S.A.”, la torrida notte di
“I’m on Fire”; le reminiscenze di un uomo di mezza età con sullo
sfondo il rock da bar di “Glory Days”. Video che hanno
contribuito senza dubbio a far schizzare tutte e tre le canzoni
dritte nella Top Ten dei singoli più venduti, a incrementare le
vendite stratosferiche dell’album Born in the U.S.A. e a
catapultare l’immagine del working class hero Springsteen, il
cantore dell’uomo comune, nella coscienza pop collettiva.
L’incontro con
Bruce Springsteen è avvenuto durante le riprese del tuo terzo film, Baby
It’s You, non è vero?
Non con Bruce, ma con Jon Landau, che era il suo manager già da qualche
anno. Mi ricordo che provavo a spiegare ai miei produttori Amy Robinson
e Griffin Dunne che per la colonna sonora avremmo avuto bisogno di
trovare materiale del periodo tra il 1955 e il 1960, perché il film era
ambientato in quegli anni. All’epoca, nel 1983, utilizzare musica per un
film non era così caro come oggi: attualmente, mettere insieme una
colonna sonora può costarti più del film, ma a quei tempi era ancora un
affare ragionevole. A un certo punto, comunque, ho iniziato a pensare
che la storia che stavo raccontando sembrava una canzone di Bruce
Springsteen, e così mi sono chiesto se la scelta migliore non fosse
proprio quella di utilizzare alcuni dei suoi pezzi: avrebbero
sottolineato a livello emotivo alcune scene significative. Così
contattammo Landau e gli dicemmo che sapevamo che Springsteen non aveva
mai concesso l’utilizzazione di sue can-zoni per il cinema,
probabilmente perché era preoccupato per come potessero essere usate;
noi proponevamo di andare avanti a girare il film e inserire le canzoni,
poi avremmo fatto loro vedere il risultato finale e lasciato loro la
scelta se darci l’ok. Accettarono e così incontrai Bruce. Poi, quando
decise di fare dei video – perché stava diventando assolutamente
necessario farli se volevi vendere dischi – si mise lui in contatto con
me.
Quali ricordi hai di quell’esperienza?
Be’, il primo che abbiamo girato, “Born in the U.S.A.”, ricordo che il
Vietnam era ancora una ferita aperta per la nazione. Nel 1980 ero stato
inviato da una rivi-sta alla Convention repubblicana e mi colpì molto il
messaggio elettorale di Ronald Reagan per la sua prima nomination, “è
mattino in America”: parte di quella strategia era inculcare l’idea che
in realtà in Vietnam non avevamo perso – puro negazionismo, della serie:
“mettiamoci tutto alle spalle”. Così era interessante che Bruce non solo
aprisse i suoi concerti con “Born in the U.S.A.”, con quella strofa sul
fratello ammazzato in Vietnam per nessuna buona ragione – i Viet Cong
sono ancora lì e lui è andato – ma che ad ogni suo show volesse che
fosse riservata ai mutilati di guerra una sezione speciale della platea
e che coinvolgesse numerose organizzazioni di veterani pacifisti, come
quella guidata da Ron Kovic, l’autore di Born on the Fourth of July. La
cosa incredibile è che Reagan e il suo staff provarono a far loro la
canzone, ma Bruce li bloccò dicendo: “Leggete il testo. Non è certo una
celebrazione di stupido patriottismo”. Quando si trattò di pensare al
video giusto per “Born in the U.S.A.” l’idea portante era che dovesse
essere ruvido. E così è stato. L’abbiamo girato in 16 millimetri, a mo’
di documentario, soprattutto in New Jersey – vivevo ad Hoboken , a quei
tempi – e nel quartiere vietnamita di Los Angeles. Per le riprese di
Bruce che canta dal vivo abbiamo filmato i quattro concerti tenuti alla
Sports Arena di Los Angeles. Volevano ovviamente usare la traccia audio
che è sul disco, ma Bruce non voleva esibirsi in playback di fronte al
pubblico; quindi abbiamo pensato che se Bruce avesse indossato gli
stessi vestiti per tutte e quattro le sere avremmo potuto ottenere delle
riprese in cui l’audio e la sua mimica facciale fossero sincronizzate
(per non parlare della batteria di Max
Weinberg). Il fatto è che Bruce ogni sera è diverso, è il suo bello:
ogni sera la canzone cambiava. Comunque, la cosa positiva è che abbiamo
potuto vedere quattro concerti di Bruce Springsteen!
Sembra che per “Born in the U.S.A.” tu
abbia filmato delle truppe dell’esercito americano. Dove avete girato
quelle scene?
Abbiamo un distaccamento della Guardia Nazionale in New Jersey. Quelle
scene con loro che fanno il percorso di guerra le abbiamo girate su un
campo da football. Poi siamo andati nel quartiere vietnamita di Los
Angeles perché la canzone lo richiedeva.
Quelle delle truppe e dei bambini sono
immagini che contrastano in modo mirabile.
Era tutta roba che pesava ancora molto
sulle nostre coscienze: la guerra ci aveva lasciato molte ferite e
lezioni da imparare. Ecco perché il bambino doveva far parte delle
immagini.
Le riprese del concerto nel video sono
interessanti perché non ci sono campi lunghi. L’atmosfera è molto
raccolta.
L’arena era molto grande ma noi non
volevamo riprendere la folla; ci volevamo concentrare sull’energia della
band e sulla performance rabbiosa di Bruce.
Da dove avete preso i filmini amatoriali? Li abbiamo girati ex
novo…
Davvero? Sì, sono dei finti Super8.
Qualcosa l’abbiamo girata anche allo Stone Pony.
Per “I’m on Fire” avevate un soggetto
da seguire. Come l’avete sviluppato?
“I’m on Fire” è un singolo piuttosto anomalo; come genere rassomiglia un
po’ a “Because the Night”, che peraltro non è mai stata inserita in un
album di studio, anche se è sempre un momento intensissimo quando viene
eseguita dal vivo. “I’m on Fire” è una canzone costruita con grande
maestria: ha un tono davvero
unico.
Sia “I’m on Fire” che “Glory Days” sono dei veri e propri racconti e
Bruce aveva qualche idea su come tali storie dovevano risultare in
video. Quei due clip forse sono state le uniche occasioni in cui nella
mia carriera mi sono calato nei panni del registra a contratto: ricordo
che arrivai con qualche prova, ma Bruce sapeva già quello che voleva;
erano buone idee, peraltro, e fu divertente realizzarle.
Sapevi già che Bruce sarebbe stato un
ottimo attore davanti alla macchina da presa?
Il fatto che la cosa lo interessasse e lo
coinvolgesse ha fatto sì che si sentisse a suo agio. In molti per anni
avevano provato a convincerlo a fare del cinema, ma lui era sempre stato
recalcitrante e aveva resistito. Con me, alla fine, la fortuna è che
conosceva bene il personaggio (veniva dalla sua penna!), il che è
un’ottima cosa per un attore. E poi non doveva parlare granché! È un
personaggio cupo come cupa è anche la canzone: e lui lo sapeva. Insomma,
non ero per niente preoccupato per la sua parte: per me non esistono non
attori, ma solo nuovi attori.
Non vediamo mai in faccia la donna in “I’m on Fire”.
La canzone sembra svolgersi tutta nella
mente del protagonista; così ho pensato che la donna non dovesse essere
caratterizzata, ma rappresentare qualcosa di iconico. Le gambe sono di
una modella che ingaggiammo, mentre la voce è quella di Maggie Renzi, la
produttrice di quei video [oltre ad essere la compagna di Sayles]. È una
canzone davvero umorale, e il nocciolo sta proprio nell’umore del
protagonista. Il mio maggior contributo alla sceneggiatura fu l’idea che
se Bruce Springsteen doveva recitare un ruolo e fare la sua prima
apparizione in scena, doveva entrare in scena nei panni di un
lavoratore; così ho voluto che scivolasse da sotto la macchina come
fanno i meccanici. Molte delle sue canzoni parlano delle differenze
sociali tra le persone…
Che poi è una tematica che ricorre spesso anche nei tuoi lavori…
Sì, è vero. E nel caso di quella canzone, ho pensato che la distanza tra
i due fosse talmente ampia che dovesse essere sottolineata a livello
simbolico. Si ve-dono le gambe di lei e un po’ del vestito, la sua
meravigliosa automobile e la casa in cui vive, una vera e propria
“Mansion on the Hill” – era una villa che dominava Los Angeles… Insomma,
la canzone suggeriva che tra i due ci fosse una forte connessione
erotica, ma al tempo stesso questo baratro.
Ci è voluto molto a girare quel video?
No, nessuno di quei video ci ha impegnato
a lungo; sono stati divertenti e veloci da fare. Quando dovemmo girare
il video di “Glory Days” l’unico problema era che Bruce era diventato
troppo famoso: troupe televisive, paparazzi e fan provavano
disperatamente a scoprire dove stessimo girando, così gran parte del
lavoro era tentare di far perdere le nostre tracce…
Molti pensano che il video di “Glory Days” è stato girato allo Stone
Pony di Asbury Park, ma non è vero; è così?
Non lo abbiamo girato allo Stone Pony. Eravamo ad Hoboken. Bruce e la
band stavano per andare in tour, quindi per loro è stata come una prova
dal vivo. Da anni non erano on the road, quindi per loro è stato utile
provare e riprovare quella canzone. È stato un po’ come un fischio
d’inizio. Per quanto riguarda il personaggio di “Glory Days”, si tratta
di questo tizio e da solo in mezzo a un campo di baseball, che rimugina
sui suoi antichi trionfi da giocatore. Poi, alla fine,
quando la moglie e i figli appaiono in lontananza, capisci che il
protagonista stava pensando a cosa sarebbe potuto accadere nella sua
vita, ma che la sua vita reale gli va comunque benissimo. Insomma, non
era una storia cupa, come succedeva in “I’m on Fire”. In confronto
“Glory Days” è molto più divertente, trascinante, piena di energia; non
finisce in tono minore o in modo oscuro, ma c’è una sorta di serena
accettazione del proprio destino. Quando sei giovane hai davanti diverse
strade e devi sceglierne una; e “Glory Days” non è una canzone su uno
che ha preso la strada sbagliata.
Come sai, recentemente è scomparso il sassofonista della E Street
Band, Clarence Clemons; una perdita incommensurabile per il gruppo.
Una delle cose che mi ha subito
impressionato della musica di Springsteen è stato l’utilizzo massiccio
del sassofono. Per il mio penultimo film, Honeydripper, ho lavorato con
Eddie Shaw, che è stato il sassofonista di Howlin’ Wolf. Il film è
ambientato nel 1950 e ciò che mostra è che nel 1953-’54 il sassofono
scompare dal rock ‘n’ roll. Parte del film racconta di questa
transizione, della battaglia tra Jerry Lee Lewis e Chuck Berry. In
pratica, quel che fece Chuck Berry fu di prendere la parte destinata al
suo pianista Jimmy Johnson e di tradurla in una per chitarra; visto che
la chitarra era stata da poco elettrificata, poteva fare un gran
fracasso e diventare lo strumento-guida. Nel rock’ ‘n roll dei primordi
– in pratica in quello che ai tempi si chiamava rhythm & blues – i due
strumenti principali erano il piano e il sassofono e spesso il tutto si
riduceva a una sorta di “conversazione” tra i due; la chitarra, se
c’era, era relegata ai margini. Con l’avvento della chitarra elettrica,
invece, il piano divenne secondario e scomparve dal rock ‘n’ roll per un
po’, con l’eccezione di Jerry Lee Lewis, e la stessa fine fece il
sassofono. Quindi, una delle cose che mi ha sempre colpito della E
Street Band è che ci sono due tastieristi e un sassofonista. Quando
suonano, riecheggia la storia del rock ‘n’ roll. Non so quanto sia
intenzionale, ma avere un afroamericano che suona il sax in modo davvero
“bluesy” è una chiara allusione alle radici della propria musica.
Per il tuo film Limbo c’è stato una nuova collaborazione con Bruce,
che per la colonna sonora ha scritto il brano “Lift Me Up”.
Eravamo rimasti in contatto e ogni tanto
andavo a vederlo in concerto. L’ho visto a Milano e a Denver. Quando
fece il tour acustico [nel 1996], mi ricordo che spesso utilizzava la
voce in falsetto, e con quella voce interpretò “Lift Me Up”, un pezzo su
cui lavorava già da qualche tempo. Era perfetto per il mio film, e mi
piaceva da matti quel suo nuovo modo di cantare. Lui fu come al solito
gentilissimo: venne da me, vide il film e mi diede la canzone, fatta e
finita. Scrive costantemente…
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