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La
leggenda narra, non so fino a che punto in termini reali o, appunto, di
leggenda, che pochi giorni dopo l'11 settembre, mentre era in giro nel
New Jersey, Bruce Springsteen vide una macchina fermarsi ed un fan
urlargli "Bruce, abbiamo bisogno di te!".
Non so quanto questo sia vero, né ad oggi importa realmente che lo sia,
fatto sta che sta frase Bruce l'ha presa di molto sul serio e da quel
giorno fino ad oggi, data di uscita del suo nuovo album che ancora non
ho ascoltato, ci ha lavorato parecchio.
Perché io da "The Rising" che
contiene le parole usate come titolo, ad oggi ci vedo un lungo evidente
filo conduttore, che va oltre al continuum musicale e "letterale" che
Bruce mantiene da 36 anni.
Ci vedo un uomo che consapevole della propria importanza prende per mano
il suo paese e lo aiuta a "rialzarsi". Da "The Rising" ad oggi
siamo passati dall'invocazione e dall'esortazione ("come on rise up!"
dice in quell'album verso la fine) attraverso il buio dell'anima e delle
menti di "Devils & dust", dove l'uomo è solo col suo grilletto
tra le dita, spinto chissà dove dalla paura (che è "una cosa molto
potente"), in un deserto dell'anima dove i valori che Bruce ha cantato
ed in cui ha creduto da sempre vanno letteralmente "a puttane" (vedasi
Reno e l'inconfessabile desiderio di sesso anale e mercenario).
Nel mezzo si scende in campo, ci si schiera apertamente, si mette la
faccia a favore di qualcuno, ma soprattutto contro qualcun altro. E' il
Vote for Change, la miglior sconfitta che il rock ricordi, una
pesante bastonata elettorale che serve però a dimostrare chi c'è, a fare
la conta di chi porta avanti ancora certi valori. Si è toccato forse il
fondo?
Ecco allora che per "The Rising",
per rialzarsi, serve guardarsi indietro, serve capire chi siamo e da
dove veniamo. Ecco "The Seeger Sessions", l'album meraviglioso in
cui Bruce scava come mai prima d'ora nella tradizione popolare
americana, attraverso un nume tutelare che di certo ai George W. della
sua epoca tanto comodo non stava, ecco la tradizione che si fa protesta
cantata, si fa festa popolare, si fa ballo di piazza.
E poi si ritorna in sella alla vecchia banda e si sfodera la rabbia ed
il sarcasmo, in un disco come "Magic", dove come raramente in
passato, Bruce usa metafore e ironia, si parla di trucchi, si parla di
non credere a quello che si vede e si sente, si parla di peggiori nemici
annunciati da campanellini. E poi, ancor prima che esca il nuovo disco,
si chiude il cerchio.
Sì, perché Bruce sul palco del concerto per Obama con Pete Seeger chiude
un cerchio sia per lui, che lo aveva aperto con "The Rising" sia
per il fan che capisce che se c'è bisogno di Bruce, Bruce c'è, sia per
l'eterno e contrastato connubio tra musica e politica.
Bruce e Seeger su quel palco hanno fatto più di un duetto, hanno portato
lassù su quel monte almeno 60 anni di musica americana, di musica
politica americana, di folk, di rock e di cultura. Bruce oggi è il
testimone vivente più attendibile di tutto questo cammino, lui che sia
da solo con la takamine, con un manipolo di artigiani folk, con i
compagni di una vita.
Bruce, più di Dylan che certi ruoli li rifiuta da un pezzo, è ormai il
portavoce dell'America. Bruce, come disse Bono nel presentarlo alla
Rock'n'Roll Hall of Fame nel 1999, non è il Boss, è il proprietario
dell'America.
Dopo quattro dischi segnati profondamente dal pesante periodo storico in
cui sono stati concepiti, ben venga la preannunciata, ammesso che ci
sia, leggerezza pop di Workin', ben venga il fischiettare
contento manco fosse uno dei sette nani di ritorno dalla caverna
(potrebbe chiamarsi... Suonalo).
Bruce il suo l'ha fatto, ha chiesto all'America di dargli le mani, le ha
prese e l'ha fatta rialzare. Chi non poteva manco pisciare dove
pisciavano i bianchi ora è presidente, che sa quanto Bruce abbia fatto
per l'America che lo ha votato.
"The Rising" versione gospel ha aperto lo show a Washington. Mi
piace pensare che il fan che aveva urlato a Bruce fosse lì e che gli
abbia urlato: GRAZIE.
Ed ora ascoltiamo sto album.
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