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Nella quiete
solluccherosa di metà agosto quel titolo che pareva frivolo e
debosciato, ci aveva lasciati un po’ straniti. La copertina, pur avendo
il suo perché, ci sembrava la foto segnaletica di un ricercato. Il
singolo era un buon pezzo radiofonico, ma niente di immortale, niente
che facesse traballare 35 anni di autentica leggenda (come tutti i
singoli, per altro). I commenti dei fan che nel periodo precedente
l’uscita dell’album avevano rubacchiato le canzoni da Internet erano
interlocutori. Chi folgorato, chi deluso. Se a questo si aggiunge che
l’attesa era tanta, che il ritorno con la E Street Band per Bruce
Springsteen è sempre qualcosa di imprescindibile, quasi sacro, è facile
comprendere il timore di trovarsi di fronte ad un album pubblicato
frettolosamente, figlio della superproduzione degli ultimi tre anni (son
passati solamente quattro mesi da Live in Dublin). Perché le
importanti divagazioni folk e acustiche gliele concediamo sempre
volentieri, ma in realtà vengono considerate pause - purchè di spessore
- da quella che, almeno fino ad ora e fino al raggiungimento dei temuti
limiti d’età, è stata la sua vera natura. E da quella ci aspettiamo il
massimo, o almeno nulla che smentisca il passato. Poco importa se il
futuro, probabilmente, sarà targato soprattutto Sessions Band. I timori
crescevano. Solo chi si fida ciecamente di lui non aveva dubbi. Sono
sempre stato fra questi, anche se nel tempo ho espresso pareri non
teneri su un album come Human Touch, su certe decisioni
promozionali targate Sony (18 Tracks o la American Land
Edition), sul ripescaggio di pezzi di Tom Joad finiti in
Devils & Dust.
Dopo una buona
dose di ascolti devo dire, molto semplicemente, che quelli che si fidano
a prescindere, hanno avuto ragione. Un’altra volta. Bruce ci ha
consegnato in mano un pezzetto di storia del rock’n’roll, qualcosa forse
che solo il tempo saprà valutare per quel che si merita, qualcosa che
spiegherà alle generazioni che verranno cos’era quella musica. Già,
perché mettendolo sul piatto, dopo il riff di fuoco e lo smarrimento
sociale di Radio Nowhere, parte un muro E Street Sound che, in
questo modo, non sentivamo per lo meno da Born in the Usa (ultimo
vero album con la E Street Band prima di The Rising). You’ll
Be Comin’ Down ce lo riporta, ci restituisce quel bridge e ci
riconsegna quel solo di sax che ormai erano sepolti nei nostri ricordi
di gioventù. Il Capo, supportato da una base fortemente chitarristica
(lui stesso, Little Steven e Nils Lofgren, onnipresenti ovunque), accusa
direttamente l’idiozia dei falsi miti moderni, attaccando il culto
dell’immagine, della Tv, del nulla. Musicalmente si tratta di un Bruce
già sentito, ma quello che volevamo non era proprio sentirlo ancora? Lo
stesso discorso vale per Livin’ in the Future. Da quanto tempo un
pezzo di Bruce non partiva con un Clarence così, non conteneva una
sovrapposizione vocale di quel tipo, una chitarra sixties appoggiata lì
a metà, un solo hammond di Danny Federici da far tornare alla memoria le
meglio cose dei ’70? Da quanto tempo un pezzo di Bruce non ci metteva
addosso la frenesia del ballo? Questo è il rock, bellezza. Your Own
Worst Enemy è una traccia interlocutoria, ma non fa che aumentare di
valore. La voce di Bruce arriva dove vuole, il tappeto sonoro quasi
natalizio ricorda Phil Spector ed evidenzia la potenza che questa Band
ha ancora nelle corde. Le campane dello sfondo sembrano di troppo e non
si sa cosa c’entrino con la durezza del testo, ma fortuna vuole che si
sentano a malapena. E arriviamo alla western song Gypsy Biker,
introdotta e seguita per tutta la sua durata da un’armonica morriconiana
(vedere C’era una volta il West per credere, non è un caso che
Bruce abbia spesso usato quella colonna sonora per introdurre le sue
serate italiane). Lo stacco di batteria del possente Max Weinberg dopo
la prima strofa entra a pieno titolo nella storia springsteeniana, come
la lancinante chitarra finale. Se c’è un appunto da fare è quello di un
ridondante accumulo strumentale che a tratti soffoca la voce. Il testo
drammatico riporta a Darkness. Girls in Their Summer Clothes:
capitolo a parte. La canzone è di facilissima presa, estiva, schiaccia
l’occhio a un buon pop (proprio come Sunny Day quattro anni fa,
solo che quella non venne attaccata dai puristi, anzi…), ma qui
ritroviamo il Boss che scrive “Metto la giacca ed esco, stanotte
infiammerò la città, le ragazze nei loro vestiti estivi mi passano
accanto”. O ancora: “‘Un penny per i tuoi pensieri, mio povero Bill’.
‘Lei se n’è andata, tagliandomi come fosse un coltello’”. Da quanto
tempo non ci faceva ritornare con la mente sul boardwalk di Asbury, a
guardare in giro un mondo che ci fa sempre più schifo ma che forse vale
ancora la pena affrontare? E a parte le parole, basterebbe il solo
impasto festaiolo, con la sezione ritmica impressionante (maestro Garry
Tallent) e l’ulteriore supporto degli archi, a collocare questo pezzo in
alto. Annotazione, in tutto il disco, la parola “magic” compare solo
qui. “Versami un bicchiere, Teresa”. I’ll Work for Your Love
inizia così. E’ Bruce. Un Roy Bittan d’annata al pianoforte introduce e
tutta la canzone sarebbe già un classico se fosse stata incisa su The
River. Forse il più riuscito e meraviglioso ritorno al suono E
Street primi anni ’80 dell’intero disco. Magic ci riporta nel
West. Una ballad scarna con hammond, chitarra, percussioni e mandolino,
controversa nel testo e intensa nell’interpretazione vocale, strepitosa,
di Bruce. I giochi di prestigio della vicenda potrebbero rappresentare
le falsità con cui l’America sta tradendo i suoi ideali. In pratica il
filo conduttore dell’album. E così si apre il sipario sulla violenza di
Last to Die, un misto di Roulette e Jackson Cage,
chitarre e sangue per un brano denuncia. Long Walk Home è una
delle due canzoni dell’album che segneranno il tempo. Ballata rock
triste, passaggi di solo chitarra e solo sassofono enormi, epicità senza
fine. E’ lunga la strada verso casa, e rischi di non riconoscere nemmeno
il barbiere di South Street. Capolavoro. Dal vivo esploderà. In
Devil’s Arcade arriva il Boss di tanto The Rising, quello del
rock dopo il 2000, da American Skin in qua. Qui c’è un sound
nuovo, con gli archi in primo piano e l’esplosione chitarristica che
arriva solo alla fine. Il pezzo torna sul tema della guerra ed è di non
semplice presa inizialmente, ma alla fine risulta duro, visionario,
incisivo come un colpo di fucile. Il crescendo sul conclusivo “battito
del tuo cuore” mette la pelle d’oca. L’altro capolavoro assoluto
dell’album è la traccia fantasma, Terry’s Song, secondo vero
lento, dedicata al fraterno amico e assistente Terry Magovern, uomo
tutto d’un pezzo che coloro che da anni frequentano Bruce hanno avuto
certamente la fortuna di conoscere. Terry se n’è andato a fine luglio, e
il Boss ha voluto ricordarlo. Chitarra, piano, armonica e amicizia per
un pezzo probabilmente registrato in pochi minuti nel garage di Rumson,
New Jersey, senza troppa ricercatezza. Eccola, la Magia.
Chi oggi è in
grado di sfornare un album rock di questo tipo?
In The Rising,
comunque un bel disco, questa forza non c’era. E a fronte di almeno
quattro pezzi devastanti, qualche canzone sembra, cinque anni dopo, di
troppo. Qui non ce n’è ancora una in avanzo, il livello complessivo è
elevato, pur essendo questo un album meno difficile, molto vendibile e
certamente dedicato a un pubblico più ampio rispetto a quello delle
recenti esperienze. Ha dichiarato che la E Street andrà avanti ancora
molti anni. Speriamo. Perché che la scelta di O’Brian alla produzione
sia felice o meno (per un nostalgico come me Van Zandt andrebbe
benissimo e forse imballerebbe meno i suoni), questo rock ce lo sanno
dare solo loro. Se siamo di fronte ad un capolavoro non lo so, gli anni
lo giudicheranno. Ascoltatelo in macchina, ad alto volume, senza pensare
al pesante fardello del glorioso passato, e vedrete che vi troverà. Chi
non ci crede il 28 novembre ci crederà. Perché una cosa è certa, il 29
ci ritroveremo tutti (i folgorati e i delusi dall’album) sconvolti al
pensiero di un arzillo 58enne che, ancora una volta, ha rivoluzionato le
nostre vite.
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