NEBRASKA
di Francesco Santoro

Singolare per titolo, anomalo per attuazione e inedito per background storico, Nebraska è il leggendario caposaldo unplugged della carriera di Bruce Springsteen.

L’album porta il nome di uno Stato teatro di efferati crimini che forniscono lo spunto per raccontare l’alienazione, tra passato e presente, di un’America che ha ammainato la bandiera della democrazia per issare il vessillo del cinismo. Appunti freddi e lucidi, redatti da anime alla deriva, adeguatamente rilegati da suoni apatici di chitarra acustica, dal soffio lamentoso dell’armonica e da una voce che canta piatta, spenta del suo proverbiale vigore.

Una frugalità musicale imposta dai temi trattati e dal silenzio che avvolge una casa, adibita a sala d’incisione, che è eremo adatto ad accumulare idee da registrare in totale raccoglimento. Il demo inciso su nastro contiene visioni così fortemente autentiche da risultare preferibile a svariati tentativi di metamorfosi nella forma canzone di matrice rock.

Atmosfere tese e cariche di presagi negativi prendono forma nella quiete della rurale Colts Neck, dove Bruce Springsteen mette in piedi il suo “romanzo” più efficace. Tra la vittoria elettorale di Ronald Reagan, risultato che lo stesso Springsteen giudica “abbastanza spaventoso”, e le pause del River Tour il musicista si isola nel suo ranch del New Jersey per raccontare una realtà circoscritta, ma capace di valicare ogni confine secondo il criterio dell’universalità.

Gli anni ’80 statunitensi si schiudono su posizioni politiche arroccate, conservatrici, che tendono a demolire i rimasugli del welfare state e a riprendere la corsa agli armamenti. Il paese è governato da una classe dirigente che istiga ad agguantare effimeri successi personali, a compiacersi del proprio giardino curato e del frigo pieno, della macchina nuova e del dossier titoli gonfio. Il nuovo corso è imperniato sull’egocentrismo che accresce il divario tra ricchi e poveri e dilania l’equità sociale nel segno del populismo, instillato dai media, e celebrato da un leader che dissimula le difficoltà dietro una scialba faccia da guitto hollywoodiano. Nei primi tempi gli storyteller tacciono e una ragguardevole parte del mondo musicale riesce a dare il peggio di sé, disertando e lasciando il campo a fenomeni da baraccone ad uso e consumo delle masse stordite da MTV.

A metter in evidenza la conseguenza di questi aspri contrasti ci pensa Springsteen, nel 1982, prendendo spunto da una vecchia storia di omicidi che l’ha incuriosito: riesuma la “gioventù bruciata” di Charles Starkweather e di Carol Ann Fugate colpevoli, sul finire del 1957 e l’inizio dell’anno seguente, della mattanza di 11 persone senza movente. La coppia di fidanzati-killer è la protagonista di Nebraska insieme agli esclusi di una nazione che sconta ancora le pene post belliche del Vietnam, tra reduci reietti che stentano a reintrodursi nella società, e giovani sedotti dall’esaltazione di un sistema economico che spinge ad avere più di quanto sia consentito possedere.

I sanguinari Starkweather e Fugate emergono nella title track, senza una diretta citazione, inaugurando i dieci capitoli dell’album. Trascinano l’ascoltatore nel mezzo di paranoici misfatti compiuti tra la città di Lincoln, Nebraska e le badlands del Wyoming in un arrangiamento nudo. E’ il primo lavoro di Springsteen a non avvalersi della collaborazione della E Street Band, il primo – e ad oggi unico – album propriamente folk della sua carriera.

È uno Springsteen “costretto” a credere unicamente in se stesso, nella sua musica e nelle sue parole, senza riserve. Il musicista è one man band, autore, produttore che non adagia i temi trattati tra le stratificazioni dello Spector sound, non enfatizza gli arrangiamenti con l’intreccio di piano e chitarre e non considera l’uso della batteria per scuotere il ritmo.

Il rock’n’roll non è più il fulmine di Zeus che tutto incenerisce. La frustrazione, il rancore, l’abbandono ora possono penetrare fin nelle ossa dell’ascoltatore con pochi accordi di chitarra e voce dolente. Il folk è l’antico dialetto, lo stesso parlato da Dylan, capace di raccontare l’angolo di America che da un lato si lascia apprezzare grazie a sterminate pianure, dall’altro sbarra lo sguardo con colline che s’innalzano pigre al cielo. Nessuna metropoli, nessun vicolo, solo paesaggi lunari; solo auto nel mezzo di una striscia di asfalto grigio come il dubbio; solo anime in cerca di una fine miserabile, abietta o suicida.

L’oscuro presagio di disillusione che abita i solchi del disco è tangibile sin dal primo verso e pervade ogni singola traccia di un album che suona in tonalità minore anche quelle schitarrate che sembrano studiate per la versione elettrica (Atlantic City).

Versi che tagliano il fiato, testi che turbano e monologhi aspri sembrano script cinematografici adatti alla celluloide. E a vedere il film che Sean Penn è riuscito a realizzare sulla scorta di Highway Patrolman, in fin dei conti, lo sono.

Prosa istintiva e musica rarefatta, dal fascino ambiguo, si combinano in un cruento concept alleviato, per metà del suo carico, da meditazioni confidenziali. Gran parte del progetto punta sull’ascolto anche se l’ossatura dei componimenti pare fragile per sorreggere il gravoso peso dei fatti narrati. Non solo storie dal passato (Nebraska), immagini carpite ai sogni (My Father’s House) o ricordi personali (Used Cars) ma anche instant song che attingono a fatti di cronaca. In Atlantic City riaffiora una narrativa più consona a Springsteen. Viene menzionato l’attentato dinamitardo al mafioso Philip "Chickenman" Testa (voluto da una “famiglia” rivale per estrometterlo dalla gestione del racket) che da il via ad una vicenda regolata da equilibri precari, per cui forse tutto ciò che muore un giorno potrebbe tornare.

Il martello della giustizia trapela spesso e quando lo fa non concede attenuanti neanche davanti ad asserzioni agghiaccianti, se non patologiche, che andrebbero scrupolosamente analizzate: la condanna a morte è principio inderogabile per chi intravede solo malvagità a questo mondo.

Springsteen fa luce su esistenze già aggrappate a fili tanto labili da rovinare al suolo dopo l’ennesimo scossone; esistenze che trasformano il proprio dolore in manifestazioni di brutalità irreparabile. Nessuna guarentigia sociale per la working class, avanguardia di un progetto che prevede solo oneri. I lavoratori convogliati in una carovana che batte percorsi ignoti – dalla linea di arrivo fissata sempre più avanti – pilotata da occulti strateghi ben lungi dalla realtà dell’impianto auto. Una sprezzante e disinibita inimicizia, una beffa ai danni di uomini che rappresentano una categoria sempre troppo esposta e che finiscono sul banco degli imputati per scontare uno status difettoso, non ancora rettificato. Il “povero Johnny”, ad esempio, è alla mercé del giudice “John Brown l'infame” esponente di una classe padronale che giudica e condanna il proletario a 99 anni di carcere per essere rimasto senza lavoro, e per aver abboccato alla favola dell’american dream tanto da accollarsi debiti che nessun uomo onesto avrebbe potuto pagare. E’ così che Ralph, detto Johnny 99, intraprende la parabola discendente verso l’inferno.

O forse, nella visione alcolica di chi ha mescolato gin e vino, il mondo non si accorge di chi addenta pezzi di vita masticando solo bocconi amari e perciò intravede in azioni eclatanti, se non estreme, l’unica possibilità di affermazione. O più probabilmente Ralph vuole diventare “Johnny 99” per non continuare a brancolare nel buio, ma esserne definitivamente inghiottito.

In questo deserto di affetti, il rock’n’roll è nulla più che una comparsa affrancatrice di un nowhere equivoco e spaventoso. Non è usato per raccontare i personaggi, ma è citato dai personaggi come ultima preghiera, ultimo colpo in canna da sparare quando il rientro a casa è un viaggio solitario, in – preda a nebulosi pensieri – con una macchina che ha “la pressione dell’olio che precipita” (Open all Night).

La pietà è merce rara in Nebraska e Joe Roberts, co-protagonista insieme Franky di Highway Patrolman, ne preserva la cifra finché, tra conflitti irrisolti, si lascia sopraffare dai sentimenti. Solo allora la diga faticosamente innalzata per arginare l’amore ancestrale per suo fratello Franky frana: gli argini che tengono ben separati i sentimenti e la ragione non tengono e travolgono ogni logica. Franky infrange legge e patto di sangue con Joe, e scappa braccato solo dall’ombra lunga del suo tradimento.

Storie di un’America in bianco e nero, la stessa che campeggia in copertina. Storie popolari (appunto, storie folk) o meglio lamenti di gente troppo spesso finita in un vicolo cieco. Esistenze troppo misere per risultare possibili; esistenze chiuse in silenzi opprimenti e irreversibili; esistenze che rivendicano una partecipazione che non può o non deve essere concessa; lavoratori che affondano critiche che non possono essere fermate, poiché pronunciate da uomini disperati.

La conclusiva Reason to Believe espone semplici scorci di vissuto che inducono ad andare avanti. La vita stessa sembra voler concedere, in un alternanza di contraddizioni, buoni motivi per farlo. E a volte queste storie è bene raccontarle a se stessi, con una chitarra e un’armonica, tra il silenzio di quattro mura e un registratore sottomano.

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Last Revised: 30.05.10
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