The Other Education 
di David Brooks

Come molti di voi, ho fatto le elementari, le medie, il liceo l’università: corsi su corsi, esami su esami… Ma la sera del 2 febbraio 1975, a Philadelphia, mi sono sintonizzato sulla WMMR e rimasi sconvolto dal concerto che la stazione radio stava trasmettendo dal vivo; si trattava di un gruppo che non avevo mai sentito: Bruce Springsteen & The E Street Band.

Fu lì che iniziò parte della mia seconda educazione. Non ci pensiamo mai a questa "seconda educazione". Per ragioni che hanno a che fare con alcune caratteristiche della nostra civiltà, facciamo molta attenzione all’istruzione scolastica – così formale e strettamente controllata – mentre riserviamo molta meno attenzione alla nostra educazione emotiva, che è libera e disordinata. Ed è strano, visto che è proprio l’eduzione emotiva ad essere la più importante per la nostra felicità e per la qualità della nostra vita.

Comunque sia, a partire da quel giorno, nei decenni successivi Springsteen sarebbe diventato uno dei professori della mia "educazione secondaria": ogni suo nuovo disco era un corso da aggiungere al mio curriculum emozionale. È un tipo di istruzione non funziona come quella scolastica. In classe, di buon mattino, le informazioni arrivano dalla porta principale, in modo diretto: il maestro spiega, gli alunni ci lavorano sopra. La conoscenza che ti dà, invece, l’educazione emotiva arriva per vie indirette, attraverso gli spifferi delle finestre, dalle assi del pavimento… Generalmente è un sottoprodotto della ricerca del piacere, e l’apprendimento è dunque inconsapevole.

Da quella sera d’inverno del 1975 ho voluto l’emozione che Springsteen mi stava offrendo. Il suo manager, Jon Landau, una volta ha detto che ogni genere di musica provoca diverse risposte; il rock, quando è ben fatto, è esaltante e gioioso. Quando ne assaggiai un poco, non riuscii più a farne a meno. Iniziai a seguire Springsteen addentrandomi nel suo mondo, ma non erano i temi espliciti delle sue canzoni a interessarmi: Springsteen canta di coppie adolescenti alla ricerca disperata di un sogno, operai che devono affrontare la chiusura delle loro fabbriche e reietti che si mettono contro la legge – storie che non mi toccano direttamente. Per quanto ne so, non ha mai scritto una canzone su un giornalista di mezza età che deve intervistare politici. Ma quello che mi ha sempre interessato – e questo vale per Springsteen così come per ogni altro artista – è ciò che sta dietro a quelle storie. I suoi racconti sono ambientati nel mondo reale, dove ai perdenti rimane comunque almeno un briciolo di dignità; le loro decisioni hanno di solito enormi conseguenze morali, e subito il racconto si fa epico. Su questa mappa ci sono alcune zone o quartieri: uno chiamato Sconfitta, un altro Esaltazione, un altro ancora Nostalgia. Certe "corde emotive" – come ad esempio lo stoicismo – vengono toccate spesso; altre, mai. "Non c’è mai sarcasmo in quello che scrive", spiega Landau, "e neanche molta ironia".

Non so se riesco a spiegare, con la mia prosa giornalistica, com’è fatto il paesaggio springsteeniano. Ma so che il tono della sua narrativa, la sua "mappa", ha influenzato in modo determinante il modo in cui io organizzo la chiassosa confusione della realtà, modellando le categorie del subconscio con le quali percepisco gli eventi. Così come essere di New York o provenire dalla Georgia cambia la prospettiva da cui si guarda il mondo, aver speso così tanto tempo all’interno del mondo di Springsteen mi ha dato una specie di punto di vista inconsapevole.

E poi c’è l’Uomo-Springsteen. Così come per altre materie della mia istruzione emotiva, è difficile esserne del tutto consapevoli, ma sono sicuro che alcune importanti lezioni mi sono state impartite da quella sorta di buffo imbarazzo che coglie Springsteen quando deve parlare di se stesso. Credo, riguardo a questo, che il messaggio sia contenuto nel modo in cui Springsteen si colloca sempre all’interno di una tradizione, sdrammatizzando il proprio contributo individuale e invece enfatizzando l’importanza che certi artisti r&b, soul e folk hanno avuto su di lui.

Non pretendo che la mia educazione secondaria sia stata esemplare. Ne parlo perché ne ho preso coscienza retrospettivamente e sono certo che la nostra società le presti troppa poca attenzione. La scorsa settimana, i miei figli hanno visto il loro primo concerto di Springsteen a Baltimora. A un certo punto, ho guardato mia figlia quindicenne: si era portata le mani alle guance e sul suo volto era disegnata un’espressione di gioioso stupore. Non credeva ai propri occhi – diecimila persone in uno stato di trance con Springsteen che vi si abbandonava in mezzo. Stava succedendo di nuovo.

Versione originale pubblicato su The New York Times del 26 novembre 2009
Traduzione italiana di Leonardo Colombati


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