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È
un gelido giorno d’inverno e sto guidando attraverso campi innevati per
incontrare Bruce Springsteen. Alla fine del diciottesimo secolo un
emigrato scozzese arrivò in questa zona del New Jersey, alla ricerca del
nuovo mondo.
Comprò della terra, costruì una casa per la sua famiglia e iniziò a fare
il contadino. Le anatre e le galline sono ancora qui, ma l’attuale
proprietario conduce un’esistenza del tutto diversa.
Bruce Springsteen e io siamo amici da dieci anni, da quando venni in
questa stessa fattoria per girare un filmato per la BBC. È un posto
caldo e confortevole. Dalla cucina in legno e ardesia si passa in un
piccolo studio di registrazione e c’è una stanza centrale decorata con
fotografie di Elvis Presley, Bob Dylan e la Band. È il posto dove nel
2006 Bruce ha registrato THE SEEGER SESSIONS e dove sono state scattate
alcune foto per DEVILS & DUST . Nel retro, nel buio, c’è la piscina dove
Bruce emergeva sgocciolante nel video di A night with the Jersey Devil,
il blues spettrale scritto sulla base di Baby blue di Gene Vincent che è
stata offerto come regalo di Halloween sul web qualche mese fa. Qui ci
sono tornato spesso, per parlare ogni tanto di nuovi progetti ma
comunque, sempre per bermi un birra, chiacchierare di qualche scoperta
musicale e speculare sui grandi misteri della vita, tipo come faceva
Elvis ad avere quella sua pettinatura unica. Oggi sono qui mentre
Springsteen si sta preparando alla pubblicazione del suo sedicesimo
album di studio, WORKING ON A DREAM, una collezione di canzoni intime
sulle proprie relazioni sentimentali e sugli effetti del tempo i cui
arrangiamenti ricchi e stratificati ricordano certe cose anni Sessanta,
tipo i Beach Boys, i Turtles e i Byrds.
Springsteen ha raramente rinunciato a parlare di grandi temi nella sua
opera; basta pensare al 1975 e al modo in cui un’America post Vietnam e
post Watergate preoccupata reagì alla visione romantica di fuga di BORN
TO RUN o a come nel 1984 i drammi di provincia di BORN IN THE U.S.A.
trovarono risonanza nell’era Reagan in cui si accentuavano le differenze
sociali. È successo anche più di recente: è noto come nel 2002
Springsteen abbia iniziato a comporre le canzoni di THE RISING dopo
l’incubo delle Torri Gemelle, dopo che uno sconosciuto abbassò il
finestrino dell’auto e gli gridò: Abbiamo bisogno di te!”. MAGIC,
pubblicato due anni fa, era in larga parte un disco di reazione all’era
Bush; e lo scorso novembre, Barack Obama, dopo averlo visto suonare dal
vivo, ha confessato alla moglie di correre per la presidenza degli Stati
Uniti perché non poteva essere Bruce Springsteen. Lo stesso Bruce ha
spesso parlato del suo lavoro come di una lunga conversazione col
proprio pubblico, e la sua abilità di tenerla sempre viva lo ha ormai
collocato definitivamente, assieme a Dylan, Presley e Johnny Cash, nel
Monte Rushmore della musica popolare americana. Detto questo, e tenendo
in considerazione che Springsteen suonerà al Super Bowl (il più
americano degli eventi) il 1° febbraio, è un po’ una sorpresa il fatto
che WORKING ON A DREAM non sia l’equivalente di un discorso sullo Stato
dell’Unione, ma qualcosa di più personale e un’eccentricità dal punto di
vista strettamente musicale. Lo stesso Springsteen lo riconosce quando
dice: “Il sound che usato stavolta c’è sempre stato in qualche episodio
dei miei vecchi dischi, ma questo è diverso, va proprio da un’altra
parte”.
Lo Springsteen che mi saluta con uno dei suoi tipici abbracci, mi chiede
subito cosa sto ascoltando ultimamente e che prende nota dei nomi di
Kate Rusby e dei Girls Alound, indossa una camicia nera su una t-shirt,
anch’essa nera, dov’è disegnato un teschio, e – come molti sanno – non è
mai stato famoso per la facilità con cui si concede alle interviste, ma
quando lo fa è sempre molto gentile e risponde con l’accuratezza con cui
scrive le sue canzoni. Questo non significa che sia circospetto, anzi;
nelle successive due ore riuscirò a parlare con lui della sua vita e del
suo lavoro con grande tranquillità. WORKING ON A DREAM inizia con Outlaw
Pete, che è una tipica storia Americana: il racconto di un personaggio
che non riesce a sfuggire al proprio passato.
“Il passato non è mai passato. È sempre presente. Ed è meglio tenerlo
sempre a mente, o tornerà a prenderti; e ti divorerà, ti eliminerà dal
presente, ti ruberà il futuro giorno dopo giorno. Abbiamo vissuto in un
incubo come questo negli ultimi otto anni: abbiamo avuto
un’amministrazione che non ha saputo guardare alla storia di questo
Paese; migliaia di persone sono morte, le vite di molti sono state
rovinate e cose terribili sono accadute perché si è perso il senso della
storia, del passato. La canzone parla di cosa accade al personaggio, ed
è proprio questo che gli accade. Va avanti, cerca di fare le mosse
giuste, si risveglia dopo aver sognato la propria stessa morte e
realizza che la vita non è infinita, che il tempo è ineliminabile. E ne
è spaventato. Così scappa lontano e trova una sistemazione; ma il
passato torna a perseguitarlo sotto forma di un cacciatore di taglie
ossessionato dall’idea di mettergli addosso le mani. Queste due creature
indomite si incontrano sulle rive di un fiume dove, ovviamente, il
cacciatore di taglie viene ucciso, e le sue ultime parole sono: ‘Non
possiamo pretendere di essere ciò che non siamo’. In altre parole, il
tuo passato è il tuo passato, lo porti sempre con te. I tuoi peccati
continui ad averli sulle spalle. Ed è meglio che tu lo sappia e che tu
impari la storia che ti raccontano, perché ti stanno sussurrando anche
il tuo futuro in un orecchio e se non presti attenzione, il tuo passato
ti avvelenerà.”
Pensi quindi che questo incubo finirà e che l’America abbia imparato la
lezione ?
“Sì, perché l’intero Paese è a pezzi. Non ho mai vissuto tempi critici
come questi: la politica estera e la politica interna sono andate oltre
il punto critico. La filosofia politica che ha guidato le azioni
dell’ultima amministrazione ha rovinato troppe vite: a
deregolamentazione, l’idea di un mercato senza alcuna regola, una
politica estera totalmente cieca… Un gruppo radicale di persone ci ha
portato a compiere scelte radicali e ne stiamo subendo le conseguenze.”
Però ora sei ottimista.
“Bè, ho visto qualcosa a cui non credevo che avrei mai avuto la fortuna
di assistere: e cioè il volto che questo Paese ha mostrato la sera delle
elezioni.”
Che giudizio dai di Obama?
“Obama è una figura unica nella storia politica di questo Paese. La sua
stessa biografia è la quintessenza del sogno americano. Quando è stato
eletto sembrava che si mettesse sulle spalle il Paese e che lo facesse
al tempo stesso con grande serietà e responsabilità, e anche con il peso
di chi sa che la storia americana è fatta anche di grandi tragedie.
È qualcuno che sa che il passato non può essere dimenticato e che sa
come muoversi nel futuro. E il Paese ha capito questa cosa ed è stato un
grande passo in avanti. Il posto di cui parliamo sempre e di cui sono
piene le canzoni è vivo, esiste.”
Ora che le elezioni sono avvenute, altre cose, comunque, passano per la
testa di Springsteen. A settembre compierà sessant’anni e la sua vita
privata sta cambiando. È sempre stato un tipo abitudinario: ha vissuto
la maggior parte del tempo nel Jersey e ha suonato quasi sempre con lo
stesso gruppo di persone – la E Street Band – in un mondo dove i Beatles
sono durati meno di un decennio. E poi è sposato con Patti Scialfa –
anche lei una E Streeter – da vent’anni e con lei ha fatto tre figli.
Ora figli sono diventati grandi e stanno lasciando casa (il più grande,
Evan, sta iniziando l’università) e negli ultimi diciotto mesi ha dovuto
soffrire la scomparsa di due cari amici: il suo assistente personale
Terry Magovern e, in aprile, il tastierista della E Street Band Danny
Federici, con cui ha suonato per quarant’anni. Mi sorprende, quindi,
quando parlando dei temi che ricorrono nel nuovo album cita Martin
Scorsese: “Il lavoro dell’artista è quello di rendere partecipe la gente
delle tue ossessioni e vedere il pubblico condividerle come se fossero
le loro”. Anche se alcune di queste ossessioni attingono a fonti del
tutto imprevedibili… C’è una canzone nell’album, Queen of the
supermarket, su un tale che si prende una cotta su una cassiera. Da dove
diavolo è saltata fuori ?
“Hanno aperto un enorme e meraviglioso supermarket vicino a dove
viviamo. Patti e io ci siamo andati,e ricordo che mentre ci aggiravamo
tra i reparti (non entravo in un posto del genere da un po’ di tempo) ho
pensato che quel posto era veramente spettacolare, una specie di Fantasyland. Ho iniziato a prestare attenzione a quel luogo, mi sono
guardato intorno e… c’era un sottinteso evidentissimo! Mi chiedevo se la
gente fosse lì veramente solo per comprare roba o se c’era dell’altro…
Vedi, negli Stati Uniti c’è una sorta di spudoratezza, un eccesso di
libertà… Non so spiegarmi, ma, insomma, c’era un sottinteso di tipo
sessuale nell’esperienza del supermarket, o almeno io l’ho colto.”
Dev’essere un’esperienza strana andare a fare compere con te…
“Però, ti dico che c’era! Sono tornato a casa e ho detto: ‘Ragazzi, il
supermercato è fantastico, è il mio nuovo posto preferito. Ci devo
scrivere una canzone. E se c’è un supermercato e se tutte le cose di
questo mondo sono lì, bè, ci deve essere anche una regina. E se ci vai,
infatti c’è, ce n’è un milione…”
Dopo quell’esperienza, Patti ti porta ancora con lei a fare shopping?
“Sì, certo [ride]. Però mi ha chiesto di cosa parlasse la canzone.”
Io no glielo direi se fossi in te. Farei il misterioso…
“Be’, a proposito di mistero, è strano, perché tutti quei vecchi grandi
dischi che amo sono così misteriosi. Io cerco sempre d’immaginarmi come
era fatta la stanza dove quei tipi li hanno registrati; ad esempio i
dischi della Sun, sono circondati da un alone di mistero. Oggigiorno,
questo elemento è quasi del tutto scomparso nella musica popolare, ma
ogni tanto salta fuori.”
La prima volta in cui è rimasto affascinato da questo tipo di mistero è
stato nella piccola cittadina di Freehold, nella Contea di Monmouth, New
Jersey, quando era un ragazzino, figlio di un autista di autobus e di
una segretaria. Accecato dalla luce di Elvis, Bruce ha dato senso alla
sua giovinezza esclusivamente con l’aiuto della musica, e ancora oggi
sorride quando mi dice che recentemente gli è capitato di ascoltare dei
vecchi nastri del suo primo gruppo, i Castiles. Il volto gli si illumina
mentre ricorda: “La musica che amavo da ragazzino, tutti pensavano che
fosse spazzatura. La gente non capiva il messaggio che, sottotraccia,
quei dischi riuscivano a veicolare, ma se eri un ragazzo lo capivi al
volo. Magari non dicevi che erano meravigliosi, e ti limitavi solo a
dire: ‘Mi piacciono, papà, mi divertono, mi eccitano’. Per fortuna,
alcuni di quei dischi hanno mantenuto intatta la loro bellezza nel corso
del tempo. Se ascolti i grandi dischi dei Beatles, quelli degli esordi,
ad esempio, avevano dei testi estremamente semplici. Com’è che sono
ancora fantastici? Be’, sono cantati in modo sublime, suonati alla
grande e, come dire, la loro ‘matematica’ è elegante. Ecco, io ora cerco
di scrivere con quella stessa eleganza. Mi interessa quell’energia
creativa.”
Kingdom of days contiene il più bel verso dell’album: “Non vedo l’estate
che svanisce, solo il sottile mutare della luce sul tuo viso”. “È un
verso che parla del tempo, e sono vecchio abbastanza per preoccuparmene
almeno un po’. Non troppo, ma un po’ sì [ride]. In certi momenti il
tempo viene annullato semplicemente dalla presenza di qualcuno che ami;
sembra proprio che l’amore riesca a trascendere il tempo. In me vivono
molte persone che non ci sono più; ecco come l’amore trascende il tempo.
Tutte quei segni sul calendario – i giorni, i mesi, gli anni –, segni
che quando invecchi fanno sempre più paura, in presenza dell’amore
perdono il loro potere”.
È vero…
“Ma quel verso fa anche i conti col deterioramento del corpo. Invecchia,
e la cosa fa parte della vita. Però la bellezza rimane. Quel verso
riguarda due persone e un certo luogo che è come impresso nei loro
volti: non è solo il passato o il presente, ma nel volto dell’altro
riesci a leggere anche i domani; e tutti sanno cosa questo vuol dire.”
Recentemente, questa è una cosa che hai dovuto affrontare come forse mai
prima nella tua vita. Parlo della morte di tuoi amici coetanei.
“La morte è un elemento fortemente presente nella musica rock. La
disperata vitalità nella grande musica rock, il tentativo di illuminare
il presente, è anche un tentativo di combattere la morte. È una cosa che
senti subito quando ascolti alcuni grandi dischi. È come se ti
dicessero: ‘Sotto sotto c’è dell’altro, qui, amico mio!’. Nel rock c’è
una mitologia fatta anche di teschi e ossa incrociate. È sempre stato
così. Io ci sento la morte nei primi dischi di Elvis, o in quei primi,
fantasmatici dischi blues. Pure nei dischi fatti dai ragazzini – ad
esempio in Thunder Road, C’è un senso del tempo e del passaggio del
tempo, della scomparsa progressive dell’innocenza. È un elemento
rintracciabile in tutta la musica popolare, ma in questo mio nuovo disco
viene a galla con più evidenza.”
The last carnival è ovviamente dedicata – se non ispirata – a Danny
Federici… “Ho iniziato a scriverla per elaborare il lutto. Danny era
parte di quel suono del boardwalk con cui la band è cresciuta, ed è una
cosa che ci mancherà senz’altro.”
Scrivere The last carnival ti ha aiutato a superare il dolore della sua
scomparsa?
“Non lo so. Dopotutto, è solo una canzone.”
Non è mai “solo una canzone”,
Bruce… “Sai, Danny è il primo di noi che abbiamo perso. Ciò che mi ha
reso più orgoglioso nella mia carriera era che, a differenza di altri
gruppi, i membri del nostro erano vivi e ognuno al suo posto. Questa
cosa era un vero e proprio obiettivo morale per noi – questa cosa della
sopravvivenza. E ognuno di noi si prendeva cura dell’altro, in base a un
patto implicito che credo sia stato alla base anche della nostra musica:
nessuno volta le spalle all’altro. La cosa è durata a lungo. Alcuni dei
membri della band sono stati aiutati dagli altri a uscire dai casini, me
incluso, un sacco di volte.”
Il tempo, tra le altre cose, ci ha insegnato che molte rockstar
combattono, e perdono, contro l’età. Presley è stato il primo, e quella
sua sconfitta è stata una delle più grandi tragedie della sua vita. Il
motivo è che non aveva studiato un piano per uscire da quella
situazione. Trentasei anni dopo aver pubblicato il suo primo album,
Springsteen, invece, ha la mappa per venirne fuori: l’ha disegnata lui
stesso e la studia attentamente.
Ha una chiara visione del futuro quando dice: “Tutto ciò che faccio è
offrire al mio pubblico la musica adatta ai tempi che attraversiamo
insieme.”
Questo senso di sopravvivenza (o forse no) è anche nel titolo della
canzone che hai scritto per il film The wrestler, in cui il tuo amico
Mickey Rourke interpreta un lottatore alla fine della carriera. Come sei
riuscito a scrivere una cosa del genere ?
“È solo il vecchio trucco di mettersi nei panni di un altro, mentre te
ne stai comodamente nei tuoi. Ma prende le mosse – come sempre, quando
scrivo – da qualcosa di personale. D’altronde, tutti conoscono i danni
che provoca il tempo da quando hanno dodici anni. La maggior parte delle
cose che scrivi proviene da quel momento della vita, e anche prima. La
tua geografia interiore resta immutata a partire dall’infanzia. La
canzone parla di quei costi, di cosa essi comportino e di come ti
impediscano di vivere una vita normale, perchè magari non sei capace di
apprezzare ciò che può aiutarti. Passi la maggior parte della vita a
scappare, sei sempre in fuga… Una delle mie specialità… Alla fine puoi
rintracciare la tua identità nei costi che hai dovuto pagare alla vita.
Il che è pericoloso. Ti identifichi con le tue ferite, con le tue
sconfitte, e le tramuti in medaglie da apporti al petto.
Tutti noi siamo orgogliosi di ciò a cui siamo sopravvissuti, in un modo
o nell’altro, ma il vero coraggio consiste nel trascendere tutto ciò."
Ti senti ancora un dodicenne?
“Certo! Non c’è alcuna parte di te stesso che puoi davvero lasciarti
alle spalle. È impossibile. Puoi solo provare a gestire i tuoi diversi
io. C’è un’auto, con delle perone a bordo. Il ragazzino dodicenne è sul
sedile di dietro. C’è anche quello di ventidue anni, e quello di
quaranta, e quello di cinquanta che se la passa bene, mentre quello di
quaranta prova a rovinare tutto, e quello di trenta vuole prendere in
mano il volante e schiacciare il pedale dell’acceleratore a tavoletta e
ti porta a sbattere contro un albero… Sono tutti lì, nessuno viene
scaricato durante il viaggio. Le portiere sono chiuse. Ma chi è alla
guida è quello che fa la differenza, quello che decide dove andare. E se
è quello sbagliato, andrai a sbattere. Ecco perché voglio che sia
l’ultima versione di me stesso a guidare, quello che è passato
attraverso tutte le esperienze e che sa davvero dove vuole andare.”
“Gli artisti sono attratti da ciò che li divora. Prendi Elvis. Cosa
divorava quell’uomo? Perché cantava e ballava in quel modo? Cosa
divorava Jerry Lee Lewis e Hank Williams e Johnny Lydon? C’era qualcosa
in loro… La domanda, quindi, è: come si può controllare questa cosa che
ti divora per far sì che non lo faccia? Perché quella ti vuole proprio
fare a pezzi, è il suo unico obiettivo. Come si può evitare che succeda?
È un quesito interessante, e sospetto che molti miei dischi – forse
tutti – vengono da questa domanda. Tutti i miei dischi, la mia musica
sono i tentativi che faccio per non essere sbranato.”
Versione originale
pubblicato su
The Observer Music Monthly del gennaio 2009
Traduzione di Leonardo
Colombati |