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Luglio 2003 SETLIST Born in the U.S.A. (acoustic) |
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Martedi’ 15
luglio 2003. Sono le 17:30. Il traffico in uscita da New York
e’ accettabile. I cartelli “New Jersey Turnpike” e “Welcome to
New Jersey” sul lato della strada, che sono sempre li’, hanno
oggi un sapore speciale. Deviazione dalla Turnpike per “Meadowlands
Sport Complex,” poche macchine che Percorro il lunghissimo ponte-tunnel che collega la parte di parcheggi vicina alla Continental Arena a quella piu’ vicina allo stadio. Il tunnel e’ vuoto. Due ragazzi che stanno andando, come me, al concerto, mi superano palleggiando con un pallone da football. Arrivo davanti allo stadio. Sulla parete del Giants Stadium c’e’ un enorme cartellone (forse 10 metri x 20, forse piu’) con i profili (tipo 99-00) di Bruce e Clarence neri su sfondo marrone e la scritta, in rosso su sfondo nero: “Bruce Springsteen and the E Street Band – Summer 2003 – Giants Stadium – 10 Concerts.” Sulla sinistra rispetto allo stadio c’e’ quello che hanno chiamato il “Boardwalk,” cioe’ una specie di riproduzione dell’atmosfera pseudo-carnevalizia di Asbury Park, con un palco per band del New Jersey che suonano (molto bene), baracchini che vendono birra, panini, biscotti, magliette. In un angolo c’e’, come se fossimo alla Fiera di San Pietro a Cremona, un baraccone dove con 2 dollari hai tre palline per buttare in acqua un clown che, con con un microfono, incita a farlo cadere. Poco oltre c’e’ una mini ruota (tipo Prater ... piu’ o meno). Tanta gente che passeggia. Sono poco dopo le 18. Io, da buon fan italiano di Bruce, verso le 18:15 non resisto ed entro nello stadio. Nessuna fila. Salgo le scale mobili che portano al “Lower Tier”, cioe’ il livello basso, e la prima immagine dell’interno del Giants Stadium e’ dei sedili rossi nella curva opposta al palco in un bellissimo controluce. Il prato e’ praticamente vuoto. File di sedie sono ordinate in zone recintate e identificate da numeri. Una sola zona ha gia’ diverse persone -forse un centinaio, ed e’ quella davanti al palco, la General Admission per cui io ho i biglietti per il 26 e 27 luglio e il 30 e 31 agosto. Ma anche li’ non c’e’ ressa. Le prime tre/quattro file sono in piedi sotto al palco. Gli altri sono seduti per terra, ma meta’ zona e’ ancora vuota. Mi viene in mente, non so perche’, tra tanti concerti, Torino 1988 quando, per il concerto che sarebbe iniziato alle 19, io e mio fratello Sandro ci sedemmo sotto al palco alle 13:30 e passammo le ultime tre ore prima dell’inizio schiacciati in piedi. Vado subito a cercare il mio posto: sezione 129 (100 sta per livello basso; 200 per medio, 300 per terzo anello), ottava fila dal basso, posto uno, primo della fila. E’ un grandissimo posto per vedere i Giants. Ti sembra di essere li,’ sul campo Per il concerto di stasera va bene comunque: e’ il primo settore dopo meta’ campo. Il palco e’ sulla mia sinistra ed e’ coperto –penso sia quello di Milano. Dietro e’ pure coperto, ma la parte di stadio dai due lati del palco in poi e’ chiusa al pubblico. In questo momento, delle 55.000 persone che arriveranno, all’interno dello stadio ce ne saranno si’ e no 2.000. Mi siedo, penso di chiamare mio fratello a Cremona, ma sono gia’ le 18:30 e non mi sembra il caso di svegliarlo per dirgli che sono all’interno del Giants Stadium. Mi alzo e vado a
fare un giro per lo stadio. Intanto il pubblico inizia ad arrivare
-molto tranquillamente. Tantissima gente si compra e indossa subito le
magliette del concerto. Ancora di piu’ hanno in mano Torno al mio posto. Il prato inizia a brulicare di persone. Anche lo stadio si sta riempiendo mentre il sole inizia a scomparire oltre il terzo anello. Sopra di me e’ un continuo andirivieni di aerei -il Giants Stadium e’ sulla rotta di approccio verso l’aeroporto di Newark. Verso le 20 lo stadio e’ abbastanza pieno, ma non abbastanza da consentire a Bruce di iniziare -ormai lo sappiamo tutti che i concerti in America iniziano tra le 20:20 e le 20:25. Verso le 19:30 dall’altoparlante avevano ammonito a non usare laser elettronici, non fare fotografie, spegnere i cellulari perche’ potevano interferire con la strumentazione della band. Di flash ne vedro’ pochi, ma ogni qual volta Bruce fara’ qualcosa di vecchio -da “Promised Land” a “Darkness,” da “Sherry Darling” a “Rosalita,” qualcuno dei miei vicini fara’ ascoltare il brano a chi e’ a casa. Alle 19:45 i tecnici delle luci salgono sopra al palco e questo, lo sappiamo tutti, e’ sempre un buon segno. Intorno alle 20:10 ho la netta sensazione di essere tornato indietro nel tempo e di trovarmi nel giugno del 1985 a Milano. In effetti in molti intorno a me parlano dell’85, quando Bruce suono’ per 6 sere al Giants Stadium. Era gia’ record allora. Quest’anno, con 10 concerti, qualcuno ha sottolineato che Bruce fara’ piu’ date al Giants Stadium degli stessi New York Giants. Un mucchio di gente intorno a me era qui nell’estate del 1985 e i loro ricordi si rincorrono sopra alle mie orecchie. Ma c’e’ di piu’ e forse e’ soltanto la mia immaginazione (e va bene lo stesso): la luce, il sole che tramonta dietro ai gradoni dello stadio, una leggera brezza che rendera’ piu’ dolce l’intera serata. La magia e’ la stessa. Alle 20:22, una luce bianca sul palco (nello stadio c’e’ ancora luce, ovviamente) indica Bruce che, chitarra acustica al collo, sale velocemente sul palcoscenico e attacca immediatamente le schitarrate che introducono “Born in the USA”, acustica. Boato tremendo e gente che urla “Bruce, Bruce, Bruce ...” Siamo tutti in piedi. Lo stadio ora e’ pieno, ma a decine le persone che hanno il proprio posto sulle seggiole in platea sbucano solo adesso sul prato. L’esodo si ripetera’ in senso inverso quando Bruce, dopo “Darkness,” attacca “Empty Skies” e “You’re Missing.” Sono gli americani che vanno a fare rifornimento di birra. Terminata “Born in the USA,” la band arriva velocemente sul palco e immediatamente tutti insieme partono con “The Rising”, seguita da “Lonesome Day,” dopo di che si intuisce che sara’ una gran serata quando Bruce estrae l’armonica dalla tasca posteriore dei pantaloni e attacca “The Promised Land.” Il ragazzo nel posto davanti al mio inizia a saltare e ad agitare il braccio destro. Uno dei due ragazzi (sempre con birra in mano) che ho alla mia sinistra, mi da’ il primo “cinque” della serata. Seguono “My Love Will Not Let You Down,” dove la gente salta, ma non come in Italia e solo, piu’ o meno, nella zona General Admission davanti al palco (oltre a me, ovviamente), e “Darkness.” Il primo assolo di sassofono di Clarence, in “Lonesome Day”, era stato salutato da una ovazione. A voler ben vedere, ogni assolo di Clarence sara’ sempre salutato da boati durante l’arco dell’intera serata. Bruce, sempre serio ad inizio concerto, in “Lonesome Day” e’ gia’ disteso. Dopo “Darkness,” Bruce saluta: “Good Evening New Jersey. Dopo aver girato il mondo, e’ bello essere di nuovo a casa.” Naturalmente, ogni volta che dice “New Jersey” o semplicemente “Jersey”, viene giu’ lo stadio. Quando, durante “Ramroad,” Bruce chiedera’ “che ora e’ ?” Steve rispondera’: “It’s Boss Time ... in the swamps of Jersey.” Nelle “paludi” del New Jersey, cioe’ esattamente l’area dove sorge il complesso di Meadowlands. E ovviamente le “paludi” riemergeranno nel testo di Rosalita, accolte da un nuovo boato. Bruce chiede
silenzio per eseguire “Empty Sky” e “You’re missing,” ma il brusio
in sottofondo e’ tremendo.
A me, fossi lui, verrebbe la tentazione di prendere e andarmene.
Mantenere la concentrazione mentre senti Il “dovere” (per il pubblico americano di sentire “Empty Sky” e “You’re Missing” e, forse, per Bruce, di eseguirle proprio per dare un senso a questo Tour) lascia il passo al “piacere”. “Waiting on a Sunny Day” la inizia dopo aver chiesto al New Jersey se era pronto. Poi Bruce afferma di aver deciso di dare ufficialmente inizio all’estate del New Jersey eseguendo “Sherry Darling” -“the girls down at the beach ... they are so fine but so out of reach ...” Segue “World Aparts,” ancora il “dovere” ... e poi si torna al piacere puro: “Badlands,” “Out in the Streets” e “Mary’s Place” in successione. Curiosamente, “Mary’s Place,” dove pure Bruce presenta la band, gli americani devono considerarla uno di quei brani durante i quali si puo’ andare a pendere una birra o andare in bagno. L’esodo non e’ massiccio come in “Empty Sky” o “You’re Missing,” ma comunque evidente. Bruce attacca quindi “The River,” che in Italia, a parere mio, apprezziamo in una maniera maniacale qui invece quasi del tutto assente -eppure si parla di posti qui vicino e la Mary del testo e’ la sorella di Bruce, quindi una ragazza del New Jersey. Ma, si sa, ogni nazione ha le sue canzoni preferite e “The River,” pezzo forte del programma di San Siro ’85 (e forse questa e’ la ragione per cui noi in Italia l’amiamo. Chi non ricorda la dedica di Bruce allora: “ ... questa e’ perche’ tutti abbiamo bisogno di un posto dove andare quando non possiamo tornare a casa ...”) forse nel New Jersey, dove un fiume vero e proprio non c’e’ (l’Hudson ?) non dice piu’ di tanto. Potrei sbagliarmi. L’attacco dell’armonica non e’ comunque accompagnato dall’entusiasmo che lo saluta ogni volta che il pezzo viene eseguito in Italia. Si prosegue con “Into the Fire”, seguita da “No Surrender,” con la gente che (finalmente) impazzisce veramente -“Born in the USA” in America e’ un album molto, molto amato anche 19 anni dopo l’uscita. Nel pubblico non ci sono i puristi che lo criticano perche’ troppo commerciale. Anche chi seguiva il Boss prima dell’84, per “Born in the USA” ha un posto speciale. Poi, con ancora le note di “No Surrender” nell’aria, Bruce si dirige nella zona di palco tra Max e Roy e il suo tecnico della chitarra (quello che gliele porta ogni volta che lui le cambia e le aspetta quando lui le tira), gli mette l’armonica in bocca (Bruce non usa le mani) e la band attacca “Thunder Road.” Questa volta l’attacco dell’armonica e’ salutato da un frastuono incredibile. Fine del programma ufficiale. Il primo bis e’ “Bobby Jean” -dopotutto Little Steven nell’85 al Giants Stadium non c’era- seguito da “Ramroad” e da “Born to Run.” Le luci dello stadio sono tutte accese per “Born to Run” e accese rimangono per “Seven Nights to Rock,” che la band esegue senza stacco. La gente a questo punto e’, ripeto, impazzita. Il pubblico partecipa, eccome, ma rimane il fatto che non salta come in Italia. L’entusiasmo e’ piu’ composto, pero’ c’e’. Anche i ragazzi davanti a me e quelli di fianco, cantano, ballano, si/mi danno dei gran cinque, ma non saltano o ondeggiano come facciamo noi. Bruce e’ fuori come un balcone: ride, balla, fa i suoi siparietti “scemi.” In “Ramroad” rimane appeso al palo del microfono a testa in giu.’ Quando va avanti e indietro nel corridoio ai piedi del palco (in “Waiting on a Sunny Day” e in “Out in the Streets”, dimostra una condizione fisica non indifferente che tutti, si capisce, ben gli conosciamo. In fin dei conti, alla fine avra’ fatto tre ore effettive di concerto, cioe’ quello che faceva nell’85 –e senza la mezzora di pausa di allora. Si vede che e’ contento di essere a casa. In 30 anni ne ha fatta di strada partendo da quella New Jersey Turnpike che corre a qualche centinaia di metri soltanto dal Giants Stadium. “E’ tardi,” dira’ ad un certo punto quando fara’ finta di doversene andare e di non poter proseguire con altri brani, “devo rimettere il sedere sulla Turnpike” (per tornare a casa a Rumson). Fantastico, no ? Alla fine del concerto, insieme alle altre 55.000 persone, Bruce si sara’ messo sulla strada e passando sotto al cartello “NJ Turnpike ‘ North – South-“ l’avra’ imboccata in direzione “South.” Durante “Ramroad,” la band, guidata da Bruce, si raccoglie attorno al microfono. Poi in fila indiana va in giro per il palco fino a scomparire passando attraverso il passaggio dal quale sono saliti sul palco piu’ di due ore e mezzo prima. Anche Max Weinberg e Dan Federici si alzano e se ne vanno. Sul palco rimane soltanto Roy Bittan, illuminato da un faro solo su di lui -tutto il resto e’ buio- che continua a suonare imperterrito. Ad un certo punto compare un bimbo con un cappellino da baseball rosso che mette in testa a Roy, che continua a suonare il piano. Dopo forse un minuto, alla sinistra di Roy, alla destra per i 55.000 che guardano, nell’ombra fa capolino Bruce, seguito dagli altri. Il Boss fa per uscire, poi ci ripensa e torna indietro. Ripete la scena tre o quattro volte. Alla fine torna sul palco e conclude quella che deve essere una delle “Ramroad” piu’ lunghe della storia. Come consuetudine, inizia “My City of Ruins” seduto al piano. Prima di attaccare, parla di “food banks” e mi sembra di tornare indietro nel tempo, di essere di nuovo a Cremona in studio a casa e di sentire i bootleg -Live in Winterland, Live at the Bottom Line, the Roxy, This Gun’s for Hire ... e tutti gli altri- quando Bruce lo avevamo visto solo una volta a Milano e tutto il resto era lasciato all’immaginazione di quello che era stato e di quello che speravamo avrebbe potuto essere. Fa anche un accenno a Asbury Park, alla quale, dopo tutto, “My City of Ruins” e’ ispirata e dedicata: “se siete qui per il fine settimana, andateci. Andate alla Jersey Shore ...” Prima di “Land
of Hope and Dreams” Bruce parla ancora.
Questa volta parla della responsabilita’ del
governo americano di fronte alla guerra e ammonisce: “anche
se diciamo di farlo per proteggere la Sulle ultime note di “Land of Hope and Dreams,” decine di spettatori in platea iniziano a lasciare i propri posti e si incamminano verso l’esterno dello stadio. Incredibile, ma vero, Sembra di vedere certe partite del campionato di calcio italiano quando, a risultato acquisito, le gente inizia a scemare per non restare intrappolata nel traffico. E questi (deficienti, senza offesa), non sanno cosa si perdono. Poiche’ a questo punto il concerto che segna il ritorno di Bruce nel New Jersey, gia’ straordinario, diventa epico. Terminata “Land of Hope and Dreams,” Bruce fa finta di essere stanco ... insomma, la scena che tutti conosciamo. Dopodiche’, quando finalmente “riesce” a trovare la forza di alzare la chitarra, dice: “This is the one. This is it.” E attacca “Rosalita.” Il mio vicino a momenti muore. I miei altri tre vicini (che con tutta la birra che hanno in corpo non so come possano ancora reggersi), iniziano a ballare. Per canzoni come queste io cerco sempre, in America, di guardare le reazioni dei cinquantenni, quelli che, a differenza nostra, sono cresciuti con Bruce quando lui non era ancora nessuno e per i quali canzoni come “Rosalita” -o “Born to Run,” o “For You,” o “Does This Bus” o “Kitty’s Back” ...” hanno un valore altrettanto importante, ma diverso da quello che gli diamo noi perche’ ascoltate la prima volta quando i brani, Bruce e loro stessi non erano nessuno. Ed e’ bellissimo, perche’ anche gente che riesce a rimanere composta sui brani da “Darkness” in poi, quando Bruce ne attacca uno che viene dai primi tre dischi, beh ... impazzisce -non troverei eufemismi anche se ci pensassi un’ora. Il brano successivo a “Land of Hope and Dreams” lo aspettavano tutti, ma penso che nessuno, avendola suonata due sole volte fino ad ora, si aspettasse “Rosalita.” Quello che tutti si aspettavano, Bruce lo attacca subito dopo. E con “Dancing in the Dark,” dopo 3 ore e 3 minuti di concerto, alle 23:25, ora del New Jersey, Bruce chiude il suo primo concerto al Giants Stadium. Quando rimettiamo il naso al di fuori dello stadio, in 55.000 vediamo una bellissima luna piena sopra allo skyline illuminato di Manhattan. Luca Del Monte |
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