Londra-Berna: appunti di viaggio di
Andrea Sartorati
Iniziamo dall'Hard Rock
Calling Festival, più precisamente dall'edicola dell'aeroporto di
Stansted,
dove l'intervista esclusiva a Bruce è
strillata sulla copertina dalla britannica Q, come già hanno fatto in
Italia Vanity Fair e Rolling Stone. Vedendo pure l'ennesimo richiamo di
Repubblica alle tre date italiane, con il pretesto di un'intervista a
Little Steven, mi chiedo se il marketing non abbia spinto tantissimo per
dare un
po'
di sprint alla vendita dei biglietti.
Ennesima tappa personale nel Regno Unito per un concerto di Bruce, ma
prima volta nell'ambito di un festival e in una location naturale, il
famosissimo Hyde Park, dove una parte degli appasionati dello speaker'
corner devono lasciare il posto all'area attrezzata per l'evento.
Partiamo subito con la prima notazione esterofila. Vivere un festival
all'anglosassone è davvero un'esperienza piacevolissima, festosa e
(quasi) rilassante. Nessuna ressa. Un passo indietro. Già al check-in
del volo Ryanair di Treviso avevo scherzato con una mamma
italoaustraliana sull'allergia italica al concetto di coda. Mi aveva
scambiato, nonostante i tratti somatici purtroppo inequivocabili, per un
inglese - mai complimento fu migliore - solo perché non mi ero ammassato
al gate un'ora prima che ne annunciassero l'apertura!
Nel parco famiglie di
tutte le età, indicazioni ovunque, atteggiamenti amichevoli da parte
degli addetti e delle forze dell'ordine (la sensazione, non solo mia, è
quella di estrema competenza e preparazione a questo tipo di eventi:
proprio come un qualunque scazzatissimo vigile fuori San Siro...), una
miriade di punti ristoro di tutti i tipi, bancomat funzionanti, ecc.
La gente si siede sul prato, interessata più a godersi lo spettacolo che
a raccontare agli amici a quanti metri dal sudore degli artisti è
riuscita ad arrivare. La scaletta dell'evento è rispettata con una
precisione impressionante, sia come forma di rispetto verso il pubblico
(da queste parti si preoccupano che la gente abbia la possibilità di
rincasare con i mezzi pubblici) che verso i lavoratori e i normali
utilizzatori del parco.
Nella quasi totale indifferenza generale apre il festival
Jean Beauvoir, una sorta di
hard rock venato di blues piuttosto tamarro. Tra un set e l'altro i mega
schermi trasmettono qualche spot e un po' di videoclip. Nessuno fischia
per l'attesa, come invece succede quasi sempre al concertone del primo
maggio nostrano, essendo notoriamente noi tutti esperti montatori e
provetti tecnici del suono.
Seguono i Gaslight Anthem e
la reazione del pubblico è molto più viva e partecipe, anche prima della
salita a sorpresa sul palco di Bruce. Questo antipasto ci permette di
non perdere i tamarrissimi Ray-Ban a specchio del bovaro. I ragazzi del
New Jersey stupiscono per energia e per capacità di stare sul palco, la
benedizione di Bruce è solo un bonus supplementare al loro talento. Fra
l'altro nel duetto si sente quasi solo il cantante Brian Fallon, tanto
da far temere uno Springsteen afono. Come si vedrà più tardi sarà
probabilmente solo un problema di microfoni.
Il terzo ad esibirsi è
James Morrison, inserito in programma negli ultimissimi giorni.
Anche lui, come tutti gli altri, esegue una sorta di captatio
benevolentiae nei confronti del pubblico springsteeniano, forse
capendo benissimo di essere un intruso, sia verso l'headliner sia, in
generale, nel contesto di un festival rock. Il suo pop leggero è
comunque decisamente migliore dal vivo che nel cd trasmesso da qualsiasi
punto vendita HMV.
Tra un set e l'altro, per l'atteggiamento di cui sopra, si riesce ad
avanzare tranquillamente di metri, anche perché spesso i fan specifici
degli artisti lasciano la postazione per defilarsi.
Dave Matthews ha dalla
sua un buon numero di spettatori chiaramente lì solo per lui. La sua
performance mi pare la più sacrificata dalla formula festival e dal
fatto di non essere l'attore principale. Forse mi sbaglio, ma credo non
abbia gradito il dover lasciar spazio ad un'artista probabilmente
considerato meno raffinato, sottolineando il fatto con un paio di
battutine ironiche e con un poco celato senso di superiorità
intellettuale. Comunque tecnicamente impressionante la Dave Matthews
Band.
Alle
18 il palco viene attrezzato per Bruce Springsteen e la E Street Band,
il cui show inizierà un'ora più tardi. Il sole su Londra è ancora
abbastanza alto (civilissimo iniziare ad orari umani ma sicuramente a
scapito dell'atmosfera live) quando le note di "London Calling" aprono
il concerto i dubbi sulla voce del nostro svaniscono. La prima cosa che
salta all'occhio sono le condizioni di Clarence, davvero incapace di
camminare normalmente. C'è molta dignità in questi passi lenti e
faticosi, anche se il tentativo di mascherare queste difficoltà come se
fossero uno scherzo ad uso e consumo delle telecamere mette un po' di
tristezza. Comunque dal sax partiranno molte meno stecche che in altre
occasioni e questa è una bella notizia. Dalla setlist mancano quasi
completamente i pezzi delle produzioni recenti. Non un male vista la mia
scarsa considerazione di "Magic" e "Working On A Dream", ma il risultato
finale è quello di uno show che manca di un filo conduttore, sorta di
greatest hits di un Buffalo Bill in giro col suo circo e allora a questo
punto viva viva i Rolling Stones. Un po' come negli ultimi dischi gli
episodi migliori sono punte sporadiche in un contesto di media
eccellenza: "Hard Times", in una formazione che ricorda assai
l'impostazione della Seeger Band, valorizza finalmente i coristi,
"Outlaw Pete" e "Racing in a Street". Il resto è un piacevole gioco a
ripeter se stessi, con Little Steven sempre più istrionico attore.
A fine concerto il tappeto umano immerso nel verde è impressionante. Il
deflusso, compatibilmente con i numeri, è ordinato e rapido: come sempre
una data all'estero ci ricorda quanta strada dobbiamo ancora fare per
organizzare e vivere eventi simili in maniera civile, perché la colpa è
pure degli spettatori, cioè noi, mica solo di promoter e istituzioni.
Sembra proprio di stare su un altro pianeta quando poi rientrato in
albergo si trova un canale della tv pubblica che trasmette Wimbledon in
diretta e un altro il
festival di Glastonbury del giorno prima.
Da Londra a Berna (via Zurigo), con conseguente cambio di fuso orario e
di moneta o anche no, visto che in Svizzera la carta di credito si usa
anche per il muffin al supermercato.
Prima considerazione. Le maglie dell'Unesco nel giudicare i patrimoni
dell'umanità non saranno diventate un po' troppo larghe? Per carità, il
centro della capitale svizzera è carino, ma uguale a tante altre
cittadine a misura d'uomo: Treviso o Lubecca per dirne due. Non mi
aspettavo le mucche per strada o le giovini locali vestite con gli
zoccoli, ma spiace constatare che ormai andare a Londra, Ginevra o
Bucarest è la stessa identica cosa: vetrine uguali, catene di ristoranti
identiche e così via. In oltre da qualche mese è morto l'ultimo orso,
simbolo della città: la fossa dei simpatici mammiferi riaprirà a ottobre
con nuovi animali deduco di importazione: cinesi pure questi?
Atlantic City
(Berna 30.06.09)
La benedizione del pit a pagamento permette di arrivare allo stadio con
estrema calma. La città - cara, carissima - non pare vivere minimamente
l'evento. I giornali locali lo mettono nelle brevissime, in albergo non
ne è a conoscenza praticamente nessuno e per strada nessuno indossa
magliette del tour. Lo Stade de
Suisse, con supermercato interno e aree attrezzate, è ciò che i
presidenti di club italiani vanno blaterando da anni.
Oltre ad un manipolo di amici, saluto come a Londra, i volti noti. Gli
stessi che non mi regalano larghi sorrisi, ma un semplice e timido
grugnito di risposta perché evidentemente non è dato conoscersi solo di
vista senza avere le stimmate di aver condiviso una nottata fuori dai
cancelli di uno stadio in qualche capitale. Li vedo sempre sui
megaschermi e mi chiedo ogni volta se quel divertimento ostentato è
autenticamente figlio delle emozioni che stanno vivendo in quel preciso
istante oppure è solo soddisfazione per l'ennesima tacca da aggiungere
al loro curriculum, tra l'altro valido solo in questo ristretto contesto
autoreferenziale.
Facile prevedere lo sviluppo dello show elvetico: pubblico attento, ma
freddino e scaletta standard. Il risultato non si discosterà troppo
dalle previsioni, anche se le due cover sono proprio una bella mano
di poker. Clarence appare un po' più mobile, anche se resta inspiegabile
il laccio emostatico nero (lutto?) a paralizzargli un braccio. In campo
età media elevata e scarsa conoscenza delle canzoni: un affronto per il
fan duro e puro, ma anche forse il segno che all'estero c'è una
curiosità e una vivacità culturale che portano allo stadio spettatori
più che appassionati. Anche qui il sole cala a concerto inoltrato e
questo non aiuta l'atmosfera. I coristi sono relegati in un angolino,
quasi in punizione. Per fortuna ad aiutare i momenti di stanca
(l'evitabile trittico con "Radio Nowhere", "Lonesome Day" e "The
Rising") ci sono tutti gli omaggi dati all'ingresso: patatine, gomme,
caramelle, ciuccetti o i tappi per le orecchie, se proprio non se ne può
più di una "Waitin' on a Sunny Day" insignificante.
Vi risparmio la tiritera sulla gentilezza degli addetti delle ferrovie
svizzere (son rientrato in treno e dal panorama deve essere splendido
girare con questo mezzo la Svizzera) e sul fatto che solo varcato il
confine ho iniziato ad ascoltare le telefonate e i cazzi di tutti i
vicini di posto.