Indirizzo sconosciuto

di Andrea Boido.

Aspettavo questo disco da anni. Sarà una decade almeno che rompo i coglioni a un sacco di innocenti con il solito concetto, non certo originale, del “vorrei tanto che Springsteen facesse come Johnny Cash e passasse l’ultima parte di carriera a fare solo quello in cui è il migliore al mondo: riunire la band a suonare dal vivo in studio pezzi semplici e diretti, di rock puro, e blablabla”. Un mare di occasioni per star zitto sprecate. Perché alla fine quel disco è arrivato e io non riesco nemmeno ad ascoltarlo.

C’ho provato e riprovato, mi sono forzato per settimane, in modo metodico. Mi dicevo che era colpa mia, che non ero predisposto nel modo giusto, che c’era qualcosa che mi sfuggiva. Ho pure provato a cambiare la sequenza dei pezzi, che è più o meno la cosa più vicina a un peccato mortale che io possa concepire. Cazzo, ho persino cambiato l’impianto stereo, dopo trent’anni di onoratissimo servizio, pensando potesse fare la differenza. E perché comunque era ora, dopo trent’anni.

Ma niente.

A un certo punto sono pure entrato in crisi mistica, con pensieri del tipo “forse non mi piace più il rock”. E forse è davvero colpa mia. Ma il risultato non cambia e fa abbastanza male.

Dopo mesi l’ho riascoltato giusto stamattina, e devo dire che alla fine è stata un’esperienza quasi piacevole. Ma per arrivare all’equilibrio zen che mi ha consentito di trarre qualcosa di positivo da questo ascolto ho dovuto mettermi in un ordine di idee del tipo “vediamo se questa volta riesco ad arrivare fino in fondo”, cosa che le ultime volte non ero riuscito a fare. Per dire che ho messo l’asticella parecchio bassa. E adesso sono contento di averla superata. Non credo lo rifarò presto però.

Non so nemmeno da dove partire. Proviamo dai testi, che per me coprono più o meno il 75% del valore che do all’opera di Springsteen. E si parte subito malissimo. Sono d’accordo con chi ha scritto che sembrano il parto di un generatore automatico di testi springsteeniani. Quando va bene. Quando va male ci troviamo con la prima strofa di Letter to You, dove cerca di volare altissimo per dire semplicemente “mi sono messo a scrivere una roba”. Già sprecarci quattro righe di testo mi sembra eccessivo, ma c’era bisogno di tirare in mezzo i mongrel trees e il brothersome thread, e l’inginocchiarsi, e il dettaglio su tutta la sequenza di gesti? Mi sembra una roba che è impossibile possa uscire dalla stessa penna di chi ha scritto i testi di Western Stars.

E non è che pretendo che ogni testo sia a quel livello, in fondo ammetto possa aver ragione anche Keith Richards quando dice che la più grande riga di testo mai scritta per il rock’n’roll è “Wop-bop-a-luma-alop-bam-bom”. Però se l’oggetto di cui si discute è nientemeno che la morte, ecco, magari anche no. Che non vuol dire scavare per forza nella letteratura americana per distillare le liriche più alte mai concepite da mente umana. Anzi. Cadillac Ranch per me è una delle canzoni più sublimi mai scritte sulla morte. E sarò pazzo, ma io mi commuovo sempre un casino con People Who Died di Jim Carroll. Il mio problema qui non è il tono, è che i testi mi sembrano proprio un po’ buttati via, anche se l’attitudine è quella di uno che ti sta dicendo roba fondamentale. Io però non posso credere non possa fare di meglio di così.

Che poi quando mette lì un po’ di slogan in sequenza e basta, solo per seguire la musica, come in Ghosts, funziona pure alla grande. Per me è un pezzo fantastico, il suo miglior singolo rock da una vita a questa parte. È quando cerca di prendere le cose più seriamente che inizia di colpo a girare tutto a vuoto.

Ma ok, amen, c’è sempre la musica. Peccato non vada meglio nemmeno qui, visto che quasi da subito ho iniziato a fare a testate con gli arrangiamenti. E ho perso malamente.

Durante il primo ascolto c’è stato un momento, più o meno a metà disco, in cui alla prima strofa dell’ennesima canzone che parte piano mi sono sorpreso a pensare con una certa ansia “oh mio dio, adesso riattaccano tutti assieme”. Oh, e non ti sbagli, ripartono tutti, non ne manca mai nemmeno uno. Non lo so, ho l’impressione che Springsteen abbia deciso che questo era il disco della band, e quindi abbia finito per infilare l’intera band a piena potenza dappertutto. Anche dove non c’entrava niente. Il problema è che almeno la metà delle canzoni non mi sembra abbiano le spalle abbastanza larghe da sopportare tutta quella potenza. Né che ne abbiano veramente bisogno. Sarò io, ma il livello medio delle canzoni “nuove” mi sembra davvero un po’ troppo basso. Come se non avessero abbastanza personalità da essere nemmeno brutte e alla fine risultino solo innocue e abbastanza insignificanti. Quelle che una volta venivano definite “riempitivi”.

Per dire, Letter to You almeno mi sembra davvero brutta e basta, che è già qualcosa. Ma io ancora non riesco a distinguere Last Man Standing da Power of Prayer senza guardare il display del lettore. Rainmaker mi pare un’outtake di Wrecking Ball, che è più o meno il peggior insulto che io possa fare a una canzone. I’ll See You in My Dreams dovrebbe essere la chiusura tematica di tutto il discorso e invece mi fa l’effetto della ghost track, quella che se anche non ti accorgi mai che esiste non ti cambia assolutamente nulla. E poi c’è House of a Thousand Guitars che mi suona come la sorellina di Jack of All Trades, e cioè un pezzo in cui Springsteen si è seduto a tavolino e ha deciso programmaticamente che ci faceva commuovere tutti usando ogni trucco del repertorio. Cosa che magari avrà fatto un altro centinaio di volte in vita sua, il problema è che qui si vede troppo bene il trucco. E dopo un po’ io non riesco a vedere nient’altro che quello.

Che poi quando la formula di spingere la band al massimo si adatta alle canzoni il tutto funzionerebbe anche alla grandissima, come in Ghosts e Burnin’ Train, che nella loro semplicità sono davvero due pezzi fantastici. E anche One Minute You’re Here, che in sé non è magari un capolavoro, ma ha un arrangiamento delicato che ne esalta al massimo le qualità, una fortuna che altre canzoni del disco non hanno avuto.

Poi ci sarebbero i tre pezzi vecchi. All’inizio mi sembrava anche una bella idea. Come una serie di flashback in un disco che si propone come bilancio finale della vita di una band. Un “come eravamo” da contrapporre al come siamo, o qualcosa del genere. Invece alla fine mi sono dovuto ricredere anche qui. Spezzano un discorso che già di per sé fila pochissimo e non si capisce bene cosa stiano lì a fare nei posti dove sono state piazzate. Ma ci sono un altro paio di cose che non mi convincono granché.

Al primo ascolto, dopo decenni, di Janey Needs a Shooter il primo pensiero è stato che alla fine Springsteen tutti questi errori nel decidere cosa scartare da un disco non li fa fatti. Ma non è colpa del pezzo, che resta esattamente lo stesso che diede a vita a quella spettacolare e devastante versione full band della fine degli anni ’70. Il fatto è che Janey, oltre che di uno shooter, necessita anche di un’esecuzione feroce, violenta e piena di urgenza. E siccome Bruce e la E street band non sono un’accolita di serial killer, a 70 e passa anni non hanno più la ferocia, la violenza e l’urgenza di allora. Che è giusto, ma quello che resta, per me, è la brutta sensazione di una Janey che a un certo punto inizia a trascinarsi senza andare più da nessuna parte. E malgrado ciò resta comunque una delle cose miglior del disco.

Song to Orphans per me soffre un po’ anche lei del desiderio di volerci infilare la band a tutti i costi. La versione acustica del tour di Devils & Dust, per dire, mi sembra le si addica molto di più.

E poi c’è If I Was the Priest. In sé è evidentemente la canzone migliore del disco, ma anche di spanne. E se presa avulsa da tutto il resto, senza sapere nemmeno in che anno sia stata registrata, è in senso assoluto un grandissimo, grandissimo brano. Io però non posso far finta di non sapere da dove arrivi. Springsteen mi pare abbia detto che la volontà era quella di prendere canzoni di 50 anni fa per vedere cosa ne faceva la band di oggi. Però questo è un arrangiamento che sembra in tutto e per tutto quello che avrebbe fatto la Bruce Springsteen Band. Per cui alla fine mi ritrovo con un pezzo del ’72 arrangiato come se fossimo nel ’71 da una band nel 2019. Insomma, un puro esercizio di stile. Personalmente, non credevo che avrei mai sentito un pezzo in cui Springsteen e la band ti dicono una cosa e una cosa sola: “guardate quanto siamo bravi”. Non come unico messaggio. E mi lascia una stranissima sensazione.

La cosa peggiore però l’ho tenuta alla fine. Una sensazione brutta, ma brutta davvero. A tanti fan di Springsteen, soprattutto di una certa età, sarà capitato da ragazzi di dover subire le battute e le prese in giro di loro amici che ascoltavano musica all’epoca ritenuta “più figa”. Io ho perso il conto delle volte in cui l’amico fan dei Cure, o dei Led Zeppelin, o di qualunque altra musica di un certo livello mi si è rivolto un po’ incredulo chiedendomi “ma perché Springsteen? Il resto della musica che ascolti è buona, che c’entra Springsteen? Cosa ci trovi?” Non mi sono mai preoccupato di rispondere se non con la solita frase “se hai bisogno di chiederlo, non lo saprai mai”. Massima in cui credevo e credo tuttora. Il tempo alla fine è stato dalla nostra parte. Il rispetto di cui gode oggi Springsteen è davvero quasi universale. A un certo punto, di colpo, è diventata una roba figa. Non so perché, né come, forse solo perché gira il mondo. Magari alcuni di quegli amici non hanno davvero cambiato idea sulla musica, ma rispettano l’integrità del personaggio e la purezza dell’impegno e della passione per la musica.

Però, anche all’epoca, io ho sempre cercato di capire perché non riuscivano a prendere Springsteen sul serio e cosa ci fosse nelle sue canzoni che li respingesse con tanta forza. Alla fine il loro pensiero sulla sua musica si riduceva tutto a poche parole: grezza, fracassona e pomposa. Non ho mai capito dove sentissero queste cose. Fino a questo disco.

A un certo punto, durante il quarto o quinto ascolto ho avuto questa specie di illuminazione e ho capito cosa sentivano loro quando ascoltavano Springsteen. L’ho capito benissimo. Non scrivo questa cosa a cuor leggero, ma proprio per niente. M’ha fatto malissimo pensarla, ma non ci ho potuto fare niente. È stata una sensazione improvvisa e fortissima. Per sicurezza sono andato a risentire altri dischi e grazie a dio posso dire con assoluta certezza che il mio problema è circoscritto a Letter to You. Vabbe’, a metà di Letter to You. Però capirete benissimo perché ho passato mesi facendo finta che questo disco non sia mai esistito. Neanche il making of ho ancora visto.

Ultima cosa. Ho scoperto di recente su Brucebase che le canzoni veramente nuove di questo disco sono al massimo sei. Burnin’ Train è del ’93 (e ho il sospetto, condiviso da molti, che anche la traccia vocale sia di quegli anni), One Minute You’re Here è più o meno dell’epoca Devils & Dust e Rainmaker è del 2003 (ma credo che questo si sapesse già). Le “nuove” che restano, a parte Ghosts, sono a mio avviso le peggiori dell’album. Forse davvero scrivere per l’E Street Band non è più nelle sue corde, se prima c’è stato un blocco di anni e poi sono arrivate queste canzoni. O forse quello che lui ha da dire di nuovo parlando con il linguaggio della band a me non interessa più. Ennesima cosa che non mi fa piacere scrivere, ma tant’è.

Mi spiace davvero, profondamente. Invidio davvero chi ascolta questo disco con altre orecchie e con altre emozioni. A me invece suona solo come la fine di qualcosa, non per le cose che dice, ma perché mi dà l’impressione che non ci sia in realtà più nulla da dire e già da un bel po’. Con la band, intendo.

Spero davvero di essere smentito per l’ennesima volta.

Spare Parts
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