Una rock band che fa tremare la terra
Stadio Giuseppe Meazza, Milano 25.06.08
di Francesco Santoro

Nel 1978 il ventinovenne Springsteen pubblica Darkness On The Edge Of Town (Oscurità ai margini della città), l’album più musicalmente duro e liricamente aspro della sua intera produzione. Il relativo tour è per antonomasia “il tour” di Bruce Springsteen and The E Street Band, quello che conferma e amplia il parere a lui riservato, da critica e pubblico, di formidabile performer. E’ il metro di giudizio al quale rapportare tutte le successive avventure, è la tournée meglio riuscita: più delle intime esibizioni della prima metà anni ’70, più degli acclamati live dell’84-85 riconducibili alle mastodontiche vendite di Born In The U.S.A. E’ l’apogeo della carriera concertistica del musicista del New Jersey, un primato di qualità del quale andare fieri ma nel contempo, un pesante fardello da sostenere.

Salto temporale di tre decenni (anni in cui è successo di tutto di più nella vita artistica e non, del cantautore). Nel 2008 Bruce, è insieme alla sua “Leggendaria” Band in giro per Nord America ed Europa con il “Magic Tour”. Il 25 giugno, l’agenda del Boss dice: Milan, Italy.

Quella allo Stadio Giuseppe Meazza è l’unica tappa italiana dell’anno ed è sold-out da svariati mesi. In teoria si promuove ancora l’ultimo lavoro, quel “Magic”, dato alle stampe nell’ottobre 2007, che tanti mal di pancia ha provocato ai fans per il suo approccio musicalmente troppo “leggero”; nella pratica, invece, è proprio con l’album Darkness On The Edge Of Town e l’omonimo tour che, trent’anni dopo, Springsteen deve fare i conti. Lo si capisce scoprendo la setlist.

Milano brucia, lo stadio è un dannato forno a cielo aperto. “Ciao Milano” esordisce “fa abastansza caldou?”. Bruce, ci sono almeno 35 gradi, che domande fai!? “Ah, ci scorriamo (surriscaldiamo??) angòra dippiù!”. Mitico! Evvai col Rock And Roll!

Si parte con un’appropriata Summertime Blues e sono due minuti e mezzo di goduria. Pura. Segue a ruota (“Andiamo Milano!”) la festosa Out In The Street e già i cori tra palco e platea si mescolano in un reciproco idillio, mentre la semplice ma turbolenta Radio Nowhere, completa un grintoso trittico di apertura. Descrivere quello che vedo on stage, esprimere i sentimenti che provo, è davvero difficile. Cercare di delineare l’operato di Springsteen, in generale, è per me compito arduo. Ci provo riportando una sua frase. Poche e illuminanti parole che solo tre anni fa il bodybuilder del New Jersey, pronunciava per gli U2 nel discorso introduttivo alla R’n’R Hall Of Fame: “Una grande Rock Band aspira a far tremare la terra, vuole far fuoco e fiamme, pretende che il cielo si apra e che Dio faccia capolino. E’ imbarazzante avere simili aspettative quando si parla di musica, ma a volte è così che gira”. Wow! Direi che questo è un magnifico tributo all’arte del quartetto irlandese ma è, in primis, la raffigurazione del proprio lavoro! Ne sono ancora più convinto, dopo aver vissuto le tre ore dello show milanese.

Bruce è il solito animale da palcoscenico, tosto come nessun altro cinquantottenne. Dei suoi musicisti, su tutti, Nils Lofgren (chitarra) e Max Weimberg (batteria) sembrano ancora fisicamente tonici e concentrati in ogni momento, tanto da supportare il Capo a dovere. Professionalmente ineccepibili, ma statici per contratto, i soliti Roy Bittan (pianoforte e tastiere) e Garry Tallent (chitarra basso). Clarence “Big Man” Clemons, purtroppo, è ormai da tempo il tallone di Achille del gruppo. Fisicamente affaticato, si porta dietro qualche anno e qualche chilo più degli altri: il suo sassofono ruggisce solo a tratti. Steve Van Zandt (il Miami Steve della prima ora, o Little Steven da solista o Silvio Dante nei Sopranos) non è in palla: nulla di grave, può succedere. Si fa notare quando ingaggia un bel duello di chitarra con il suo datore di lavoro sulla sempre fresca “Prove It All Night” e s’impegna, quanto basta, per i duetti vocali. Dietro l’organo Hammond alla destra di Bruce, adesso siede Charles Giordano (con Springsteen già nella Sessions Band). Non c’è Danny Federici (“Now you see him, now you don't! Danny "Phantom" Federici!”), compianto membro fondatore della E Street Band, prematuramente scomparso nell’aprile scorso. Soozie Tyrell (violino, cori) è della partita, anche se nulla aggiunge alla musica e alla storia della band. Patti “Signora Springsteen” Scialfa è assente. Siamo salvi! Non siamo costretti ad ingollare litri di amaro (o meglio, olio di ricino) dopo il dolce. Scampiamo a una serie di coretti fuori luogo e vocalizzi raccapriccianti. Anche Bruce se la gode per questa assenza. Non fa prigioniere: gioca a fare il cascamorto con tutte le ragazze della prima fila e - che resti fra noi - ne bacia qualcuna.

Vengono eseguiti più brani tratti da Darkness che da Magic e si pesca a piene mani dal repertorio del Darkness Tour. Potrebbe anche essere una mossa suggerita da strategie di marketing: non vi sono conferme ufficiali, ma da tempo si vocifera di una ormai prossima pubblicazione celebrativa di album e tour del ’78. Indipendentemente dalle influenze promozionali, ad onor del vero, il live act italiano è un concerto di spessore. Sono sei su dieci le perle selezionate dall’album degli anni ‘70. Su tutte svetta una sentita esecuzione di Darkness On The Edge Of Town (il brano dell’omonimo album), caratterizzata da una strepitosa intensità; il verso “Weel if she wants to see me” dopo il primo - musicalmente slowly - minuto introduttivo, squarcia la tensione con uno scoppio di accordi aperti e potenti.

La già citata Prove It All Night, “chitarrosa” ed orecchiabile. The Promised Land, sempre presente e passionale. La travolgente Candy’s Room, che mi è sempre parsa una sceneggiatura dello Scorsese d’annata. La malinconica Racing In The Street, mai prima d’ora eseguita in Italia insieme alla E Street, con Roy in grande spolvero. Badlands, strepitosa sferzata di energia, con quello “sputo in faccia alle terre difficili” ed un vaffanculo scagliato contro le convenzioni perché “non è peccato essere felici”. E poi ancora, la romantica Because The Night (una tra le molte outtakes di lusso di springsteeniana produzione) marchiata a fuoco da un assolo di chitarra di Nils capace di far impallidire pure Yngwie Malmsteen. Altri pezzi, poi, riconducono a quello che sembra il vero magic tour, quello di trent’anni or sono. Summertime Blues la cover di Eddie Cochran che spesso apriva i concerti del 1978, il Detroit Medley e Twist And Shout presenze costanti nelle scalette di allora e una Spirit In The Night (tratta dall’LP d’esordio “Greetings From Asbury Park, N.J.”) eseguita in mezzo al pubblico, più o meno come al tempo che fu.

La novità principale di questo tour è la canzone su richiesta. Quella che prima era solo una timida quanto vana supplica del pubblico, adesso è una consolidata e ben accetta abitudine. I titoli più disparati campeggiano nel pit - lo spazio circoscritto sotto il palco appannaggio degli hard fans - e in tutto lo stadio su fogli, cartoncini, cartelli di ogni tipo e striscioni sugli spalti (quello ov’è indicato “Detroit Medley” viene notato da Steve che lo impone all’attenzione del Boss). Bruce è accomodante come mai prima d’ora, tanto che accetta di suonare una rara None But The Brave (outtake di Born In The U.S.A.), Hungry Heart (tratta dal doppio LP “The River”) cantata da tutto lo stadio e la reinterpretazione, sul finire del concerto, del già menzionato Detroit Medley, vale a dire l’insieme delle covers Devil With The Blue Dress/ Good Golly Miss Molly/ C.C. Rider/ Jenny Take A Ride.

Ultimato lo spazio jukebox, degna di nota risulta la curiosa interpretazione di “I’m On Fire”. La canta sprofondato su una sedia con lo sguardo fisso nel vuoto, nel mezzo della passerella centrale delle tre che dal palco, terminano in mezzo alle prime file. Altra novità di rilievo è data dalle riprese proiettate su due, finalmente, veri megaschermi posti ai lati dello stage. Bruce si presta a primi piani, recita nell’obbiettivo, si fa seguire ovunque, quasi si abbandona sulle prime file, porge acqua a chi può, stringe mani, ride, accetta di essere toccato, sbatacchiato: tutti cercano il contatto con il rocker. Sospetto, ad hoc, l’assemblaggio di un home video.

E’ più lenta la fase centrale dello show (per es. Darlington County, Livin' In The Future e, maledizione, una spenta The Rising) ma, il calo è fisiologico. In un caldo opprimente, si tira il fiato per l’ultimo atto. Finale che riserva un turbinio di emozioni con l’immarcescibile inno Born To Run, la sempre gioiosa Rosalita ed una Bobby Jean che sembra essere una dedica di addio all’intero pubblico più che al protagonista della canzone (in origine Steve Van Zant). L’hit single Dancing In The Dark, la recente American Land e l’imprevista beatlesiana Twist And Shout (tour premiere) chiudono il sipario ed un ponte ideologico con il passato (nell’85 questo era il penultimo brano nel concerto d’esordio in Italia). Alza al cielo la sua Telecaster, il nostro sciamano, “Vi amo!”, urla più volte, e scompare nel backstage.

Non conosco i criteri per stilare una classifica e affermare con certezza matematica se la E Street Band, è o no, la migliore Rock Band del pianeta. Per me neanche è una rock band. Quelle facce sono in casa mia da troppi anni, quei nomi sono sulle mie labbra innumerevoli volte, quelle musiche sono nella mia mente per ore e ore al giorno, quelle canzoni sono nel mio cuore da sempre. Bruce, Steve, Danny, Max, Garry, Roy, Nils e Clarence, sono ormai, più che una band, più che una foto da tenere appesa al muro: fanno parte della mia vita. Vengo dal sud, e i concerti (salvo rare occasioni) si svolgono tutti al nord. Ma mai - in quindici anni - per assistere ad uno dei tanti concerti visti fino ad ora, mi è pesato risalire la penisola, macinare chilometri su chilometri, spendere uno sproposito, rimanere in coda davanti ai cancelli “fermo come un sasso a mezzanotte” per ore, ore, ore ed ancora ore sotto ogni tipo di cielo. Appagato, saziato e anzi spiritualmente arricchito, ecco cosa ho provato dopo aver saltellato, ballato e cantato a pieni polmoni. Non sarei in grado di rifarlo per nessun altro.

Le prodezze della E Street Band sono state da tempo consegnate alla storia della musica Rock. Difficile poter scrivere un nuovo capitolo da aggiungere ad un romanzo così corposo. Ecco perché credo che Springsteen possa e debba riunire in futuro solo in sporadiche occasioni i suoi “fratelli di sangue” e, terminato questo tour, perseguire altri obbiettivi. Diversamente correrebbe il rischio di banalizzare la sua epopea.
E’ questo, dunque, il momento propizio per consegnare al mito “questi devastanti, scioccanti, travolgenti, terremotanti, sussultanti, elettrizzanti musicisti scopatori tutto-sesso, che prendono il Viagra, fanno strillare le signore, fanno piangere i signori: la leggendaria, EEE! STREEET! BAAAAAAND!”.


Copyright © 2008 by Francesco Santoro
Last Revised: 27.09.08
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