Welcome Home, Bruce Springsteen!

IN VIAGGIO VERSO LA TERRA PROMESSA, PRIMA FERMATA: SAN SIRO, 3 LUGLIO

di Valerio Vincenzo Bruner

Ogni estate ha il suo profumo.

Ogni estate si porta addosso la speranza che le cose possano girare per il verso giusto. Almeno una volta, una sola, dannata volta.

Ogni estate ha la propria canzone, la propria musica.

Sappiamo già quale sarà il profumo di questa: il profumo dell’asfalto che si scioglie sotto il sole e del vento caldo che smuove le fronde degli alberi, il profumo metallico delle transenne e quello dolciastro di crema solare, il profumo di birra calda e di una promessa di resurrezione. Là, nei templi di San Siro e del Circo Massimo: Bruce Springsteen torna a casa.

La messa sta per cominciare. E allora bisogna ricordare. Ricordare la prima volta. Ognuno di noi ha la sua.

La mia porta la data 25 giugno 2008. Avevo passato la prova scritta all’università, mi aspettava l’orale nel giro di pochi giorni. Bisognava prenotarsi se volevi sperare che il calvario tra aule ammuffite e cortili affollati avesse presto termine. Ma non io. Io dovevo andare, perché una seconda chance non si sarebbe ripresentata. L’esame poteva aspettare. Partii per Milano senza né arte né parte, come si dice in gergo, zaino in spalla e scarpe comode in un treno regionale senza aria condizionata. Avevo scroccato un appoggio per una notte a casa di un amico di amici, di quelli che hai visto giusto un paio di volte e a stento ricordi il nome. Ma andava bene così. Ricordo il tragitto fino allo stadio, la gente, i camion con i panini a buon mercato, le magliette, i tornelli e le torri. Su, sempre più su fino alla vetta. Si vedeva ben poco da lì, ma andava bene così. La lingua impastata e l’adrenalina che traspirava dalla pelle. L’entrata. Dio, questa volta non era dallo schermo del televisore, era davvero lì. “Ciao Milano! Fa abbastanza caldo? E allora faremo ancora più caldo!” Bruce. La promessa l’hai mantenuta. In quel preciso istante mi vidi spianata davanti la strada della rivelazione e mi resi conto che la musica, la tua musica, la vita te la salva davvero. Te la rende migliore, o quantomeno ti dà la forza di crederci. Racing in the Street in quella notte d’estate me la ricorderò finché campo.

Da lì in poi è stato un vortice di viaggi su e giù per lo stivale: sempre più presto, sempre più deciso ad essere sempre più vicino per guardare negli occhi quell’uomo che ti dice che la terra promessa esiste davvero, basta solo volerci arrivare, tanto la strada te la mostra lui. Roma 2009: l’Olimpico bollente e la ferita ancora aperta del terremoto a L’Aquila, con Atlantic City che diventa la testarda voglia di credere che anche i morti possono tornare un giorno indietro; San Siro 2012: la transenna a portata di mano e la rabbia di chi si rimbocca le maniche e lavora duro. La promessa che si rinnova sulle note di un pianoforte e gli accendini come unico barlume contro quell’oscurità e quel silenzio che ti fanno sentire a casa. We’re Alive. Sì, è così. E poi Napoli 2013: la mia città, la transenna stretta tra le mani e This Hard Land dal sapore di sabbia e salsedine. La terra dei sogni e delle speranze. Mi guardasti dritto negli occhi e mi dicesti: “That’s right! That’s bloody right!” Sì, lo era. Lo era come quel luglio torrido alle Capannelle qualche mese dopo, come quella notte che ci regalasti il tuo sogno più grande,New York City Serenade, uno di quei pezzi che non fai mai perché è troppo tuo, dice troppo di quello che sei e da dove vieni. E ce lo regalasti nella più bella versione che mai eseguirai. Roma quella notte era la tua, la nostra Lucky Town. Ci lasciasti su una strada di tuono con un’altra promessa: “‘Til we meet again”. Ci hai messo un po’, ma l’hai rispettata.

Ce ne regali tre a questo giro, tre come gli anni che sono passati dall’ultima volta. Io ci sarò soltanto a una, sai com’è non ho ancora trovato il modo di conciliare sogni e realtà, ma andrà bene così, amico mio. Dicono che stai perdendo colpi, che lo fai solo per lo showbiz e per il portafogli, che non le senti più tue quelle cose che canti. Balle, soltanto balle di chi non sa vedere oltre i propri limiti. Le rughe e i capelli bianchi ce li hai, sarebbe sciocco negarlo, ma gli occhi sono sempre gli stessi, quelli di chi vive ancora convinto che le speranze e i sogni non possono, non devono essere traditi. Non finché salirai su quel palco a urlarci ancora che la terra promessa esiste, è lì e prima o poi ci arriveremo, stringendo i denti su queste selvagge strade di fuoco dove ogni notte devi pagare il prezzo per guardare il fiume scorrere davanti a te. Vedi? Con me ci sei riuscito, con quel ragazzino timido che mai e poi mai sperava di potercela fare. E invece eccomi qui. Sono successe un po’ di cose durante la tua assenza in questi anni, ma te le racconterò una a una in una notte d’estate che, ancora una volta, profumerà di una promessa mantenuta.

Welcome Home, Bruce Springsteen!

Siamo sempre nati per correre.

Live, Spare Parts

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