Come mai l’ho scoperto solo ora?

di Anna Pescosolido.

Ho 70 anni… esattamente come Bruce Springsteen. Posso dire di aver attraversato la vita spalla a spalla con lui. Eppure come mai l’ho scoperto solo ora?

Intendiamoci, lo conoscevo anche prima, sapevo della sua esistenza, conoscevo parecchie sue canzoni, avevo anche comprato un cd con uno dei suoi album più belli “Darkness on the Edge of Town”. Eppure perché non era mai scattata la scintilla dell’amore?

Amore a prima vista come è stato per Bob Dylan, che mi aveva fulminato ad appena 16 anni, con la sua voce roca, i suoi versi contorti e strampalati, con le tematiche nuove che parlavano di povertà, ribellioni giovanili, insomma il 68 prossimo venturo. Come era stato per i Rolling Stones, con la loro carica esplosiva, erotica e trasgressiva, o per la rabbiosa grinta della tormentata Janis Joplin.

E’ stata una sorpresa scoprire che è venuto tante volte a fare concerti a Roma. Concerti travolgenti e seguitissimi di cui non io non ho avuto percezione, perché?

Mi viene da piangere se penso che ho rischiato di ritrovarmelo davanti come mi è successo nei giorni beati della mia adolescenza avventurosa quando ho fatto la guardia un intero pomeriggio alla lucente Rolls Royce nera degli Stones scovata sulla salita di Piazza del Popolo, senza riuscire a vedere i miei idoli. Ma chissà, forse sarà pure successo e semplicemente non l’ho riconosciuto. Anche perché non mi era molto chiaro che faccia avesse da giovane. L’ho scoperto solo da poco navigando nel deep youtube dove si trova di tutto, registrazioni amatoriali dall’acustica pessima, video in superotto con le immagini che ballano insieme al ritmo travolgente del rock.

Sono rimasta affascinata dalla imberbe, efebica bellezza di quello che il suo grande amico e miglior sassofonista di sempre, Clarence Clemons, definì “solo un ragazzo ossuto”. La ragazzina che è ancora viva in me se ne è innamorata, come la donna matura si è innamorata dell’uomo solido di oggi, meno scatenato ma più affascinante e protettivo. Ho messo a confronto lui con l’altro mio mito, Mick Jagger, che a 70 anni continua a recitare la parte del giovanottello sprizzante energia da tutti i pori, con la probabile ricarica di un carburante molto forte.

Ebbene, con la saggezza dei miei tanti anni, l’ho scartato. Ormai non ho più il fiato per seguire il suo ritmo e mi incanta di gran lunga la pacatezza odierna di Bruce, il suo fiato corto, i movimenti più misurati e il suo fisico forse imbolsito, ma vero, autentico come tutti noi, senza la innaturale eterna giovinezza imposta dallo showbiz. Uno di noi insomma, uno che puoi ritrovarti come vicino di casa e scambiare con lui quattro chiacchiere sui dolori e gli acciacchi dell’età.

Guardo e riguardo senza stancarmi i video del magico concerto del ’85 a Parigi. Il momento più magico è il suo intenso tributo a Elvis, colui che ha messo nel bambino Bruce il seme del rock. La luna piena che magicamente viene a illuminare quello spicchio di mondo in cui si consuma un magico rito collettivo è talmente giusta e sorprendente che mi viene il dubbio che sia solo un effetto speciale creato ad arte.

In un altro video, dopo qualche ora di canzoni, una più scatenata dell’altra, lamentandosi con gli spettatori non ancora sazi che lo supplicano per ascoltarne altre, dice scherzando di non farcela “I’m thirtyfive!!” Tenerissimo visto che poi è andato avanti a saltare sul palco ancora per ore fino a notte. Mi vengono in mente i miei thirtyfive, quando mi sentivo, e forse lo ero, nel pieno delle mie forze, della mia giovinezza, tanto da mettere in cantiere la nascita di due gemelli. E continuo a scavare nella vita di questo mio coetaneo, e ogni nuova scoperta mi sorprende e accresce la mia rabbia di non averlo tenuto come compagno di viaggio in questa lunga vita così inconsapevolmente legata alla sua.

Per esempio, quando mai avrei detto che un americanone così americano come lui avesse sangue italiano nelle vene? Eppure è così, la mamma di Bruce è di origini italiane, ed è un’arzilla vecchietta ancora viva e vegeta, come mia madre, del resto, nate ad appena pochi centinaia di chilometri l’una dall’altra! Già… la mamma. Mi sono imbattuta in “The Wish” tenerissima canzone dedicata a lei. Come è strano scoprire che da buon italiano è un gran mammone. Però non c’è niente di malato nel suo amore per la madre, ma affetto, rispetto e tanta, tanta gratitudine. Perché, a differenza delle mamme italiane, use a tarpare le ali ai propri figli per tenerli sempre accucciati ai loro piedi, lei ha assecondato i sogni di un bambino, l’ha preso per mano e accompagnato dove voleva lui, non dove voleva lei.

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