London night e dintorni (più i dintorni)

di Andrea Sartorati.

VISIT LONDON – Siamo piuttosto ripetitivi, ma in occasione di ogni puntata londinese ci piace ricapitolare le nostre calate nella capitale albionica e ripetere la medesima considerazione sulla fortuna generazionale di poter blaterare tranquillamente di un week-end inglese come se si trattasse di andare a mangiare i bigoli sui colli euganei. Con tutti i difetti del caso, sia sempre santificata Ryanair che ha scoperchiato l’immondo business pluriennale dei biglietti aerei con ricarichi spaventosi. chi ci ha preceduto poteva vantare al massimo il viaggio di nozze a Venezia o a capri (come Fantozzi e la signorina Silvani in una memorabile fuga d’amore invernale), i più fortunati e avventurosi a Parigi. Una sola volta nella vita e l’unico ricordo era la gondola in pvc da piazzare sopra il Telefunken.

CONTABILITA’ – Comunque, ai fini di aggiornare il database, si è trattato dell’undicesima volta. La cosa buffa è che torneremo da quelle parti ancora due volte nei prossimi quindici giorni. Finché non troveremo il coraggio di stabilirci definitivamente lì, vi toccherà sorbirvi sempre i nostri scontati resoconti.

AMORE AL BUIO – Ci si può innamorare di una città ancora mai vista? A noi è successo. In età post-adolescenziale la menavamo (e c’era pure chi dava credito alla nostra aurea pseudo-intellettuale…) col fascino elegante e vagamente malinconico di Parigi, ma ci è bastato essere invasi dall’esplosione di colori, razze, accenti in un treno sotterraneo dall’aeroporto alla città per capire che la nostra dimensione ideale era quella multi-tutto di londra. l’elenco delle città mondiali meravigliose è lunghissimo, ma Roma – tanto per fare un esempio – è alla fine “solo” molto… romana! Londra è un concentrato ad ogni angolo di tutto il catalogo mondiale. è come guardare la tv satellitare semplicemente girando la testa a destra e a sinistra. in una classe qualsiasi ci sono studenti con genitori italiani, iraniani, israeliani, indiani, del Suriname e della Malesia. La diversità intesa come ricchezza, altro che quei coglioni che stanno ancora a parlare del colore della pelle di un ministro.

ANSWER, PLEASE – Ogni volta, prima di partire per un viaggio nell’amata isola, riceviamo strane telefonate da numeri britannici. Già allergici al cellulare di natura, è altamente improbabile che rispondiamo al numero privato in orario di lavoro (con buona pace dei colleghi che tengono chat su Whatsapp al cui confronto “delitto e castigo” è un racconto breve), così ci ritroviamo poi, in preda all’ansia, a interrogarci sul mittente. il nostro catastrofismo ci porta già a immaginare voli cancellati, alberghi inesistenti e acquisto di biglietti falsi con Scotland Yard e le guardie della regina già sulle nostre tracce e pronta a riempirci di manganellate – ma sempre condite da “excuse me, sir” – appena poggiamo piede nel Regno Unito. prima di deprimerci del tutto, prendiamo comunque il coraggio di rispolverare il nostro inglese maccheronico e richiamiamo (“pront cioè hello, sartorati spiching. i resivd a telefonat from you but i dont nouw uai”) per scoprire che si trattava semplicemente di un messaggio di remind della prenotazione di taxi, albergo o ristorante. questa albione sarà pure perfida, ma a noi sembra sempre estremamente organizzata, educata e efficiente. e soddisfiamo pure la nostra sete di terzomondismo progressista facendo capire al sottopagato operatore cingalese di call-center che qualsiasi stipendio o standard di vita occidentale non solleva dalla sensazione di parlare inglese in maniera immonda.

CELO, MANCA – E’ proprio vero che la condivisione su internet ha tolto molta magia ai concerti e, specie in quello strano universo che è l’arcipelago springsteeniano, creato quei meccanismi assai analoghi al chi ce l’ha più lungo dei maschietti alle prime turbe sessuali. Ci ha fatto sorridere origliare quei fan che, in coda per l’ennesima transenna (e continuiamo a sostenere che dai megaschermi tanti appaiono più stremati dalla fatica che felici per il traguardo), speravano di non incappare in una serata full album perché ormai li avevano già ascoltati tutti. noi – che poi gli album di figurine li facciamo ancora davvero a
40 anni quasi suonati e di solito troviamo doppie già al primo pacchetto scartato – per una volta siamo stati fortunati: tre date viste e tre dischi riproposti diversi. ma tutte queste menate non rispondo all’unica domanda che dovrebbe aver senso dopo aver assistito ad un concerto, cioè se ci si è divertiti o meno (risposta: sì). Se noi fossimo un artista calibreremmo la serata non tanto in base al posto dove suoniamo ma a come ci sentiamo quella sera: ci sembra più logico, ma sappiamo che tanti altri non la pensano così. E’ vero il pubblico di matrice anglosassone preferisce assistere ad uno spettacolo piuttosto che parteciparvi e quindi non c’è tutta quella partecipazione emotiva e di scambio cui si assiste alle latitudini latine. E’ meglio o è peggio? E’ semplicemente diverso. a noi tuttavia non frega quasi nulla di questi discorsi, avendo superato con fortuna da tempo l’esigenza di sentirci tifosi o appartenenti a qualche presunta comunità eletta. L’unica considerazione che ci sentiamo di fare è che ci pare che dopo la proposizione del full album il concerto in genere abbia un po’ esaurito la sua spinta propulsiva e si conduca in maniera ordinaria verso la fine.

WEMBLEY – C’eravamo già stati per il dio pallone, ma che stadio: raggiungibile con i mezzi, vialone di accesso largo e con punti ristoro ai margini, una marea di entrate, all’interno bar ovunque (visti con i nostri occhi britannici puntare prima alla birra che all’omino che distribuiva i braccialetti del pit) e punti merchandising lungo tutto il perimetro. Per ragioni di budget e di comodità avevamo optato per il terzo anello. che è un po’ come stare su marte, ma al solito meglio il miglior posto (prima fila) del settore più economico che uno sfigato della fascia di prezzo superiore (grida ancora vendetta una nostra poltronissima di novantesima fila per il tuor di Devils & Dust). Accanto a noi una coppia con bambino che avrà avuto sì e no 4 mesi. Ok le cuffie gigantesche, ma fra rumore e freddo non ci sentiremmo di condannare il pargolo se un domani emulasse le gesta di Pietro Maso. Assieme a tutti i forzati di Wating on a Sunny Day, chiaramente.

QUEUE – Ancora una volta clamorosa l’organizzazione, dello show a Wembley ma della città in generale. Al ritorno tanti ci hanno chiesto se c’erano disagi in città per i festeggiamenti del compleanno della regina: e chi se ne è accorto? Questa metropoli è in grado di fronteggiare più eventi contemporaneamente. certo, ci vogliono soldi (non crediamo che le centinaia di addetti siano volontari di associazioni caritatevoli) e preparazione, ma anche una radicata cultura della legalità. L’inglese è per natura predisposto alla coda e, accettandola come fastidio ineluttabile, la affronta con paziente civiltà. Il tutto si risolve in un accesso ai mezzi rapido e ordinato.

NEW ENTRIES – Tra le novità di questa tre giorni segnaliamo la convenienza (ovviamente in caso di arrivi a notte fonda o di partenze all’alba) di dormire nei pressi degli aeroporti in alberghi dignitosi a tariffe stracciate, il check-in fatto con un bancomat che ti consegna pure la chiave della stanza, il quartiere Barbican, l’hamburger di Goodman, i biscottoni di Ben Cookies e i frullati di Tinseltown (l’insopportabile revival vintage adesso ha toccato pure il mondo degli snack e delle caramelle: vanno fortissimi i milk-shake al gusto delle merendine di una volta). All’andata ci piace fare un po’ i maestrini spiegando ai malcapitati che incappano nella nostra logorrea la convenienza di prelevare col bancomat e il funzionamento della oyster card per spostarsi con i mezzi. In Italia con una competenza simile (raggiungibile con mezz’ora di ricerche su google) ci garantirebbe minimo un posto da ministro degli esteri.

NON SIAMO ORCHI – Easyjet ha introdotto finalmente i posti assegnati. Nonostante questo, l’orda italica deve comunque mettersi in fila non appena l’hostess al desk muove il braccio per sistemarsi i capelli. noi saliamo sul mezzo rigorosamente per ultimi, sperando che la lettura di una rivista inglese (Fourfourtwo o Uncut) dissimuli poi i nostri tratti somatici inequivocabilmente terronici e ci sollevi dall’arduo compito di scambiare due chiacchiere di circostanza col vicino. il fato ci ha assegnato una petulante ma simpatica bambina di otto anni dell’alta padovana e il suo cuginetto diciassettenne. poche file dietro genitori e altri amici, una compagine di una ventina di veneti alla loro prima volta londinese. Rumorosi, caciaroni e un po’ provinciali. eppure non ci sentiamo di prenderli in giro, anche se il loro tour si è limitato al museo delle cere, quello delle m&m’s e tre stadi di calcio e hanno ovviamente mangiato solo pizza, spaghetti e hamburger di Mcdonald’s. Perché alla fine, nella loro semplicità, per bocca di quello studentone che quest’estate farà l’imbianchino col padre hanno ammesso di esser rimasti impressionati non tanto da un singolo monumento quanto dalla città in sé. “Da noi sarebbe impossibile” e “semplicemente non siamo capaci se non ci siamo una mossa” evidenziano che forse, partendo dalla base, qualche speranza per questo paese c’è ancora.

Wrecking Ball Tour

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