Show a little faith, there’s magic in the night

di Giorgio Fatilli.
Wembley Stadium London 15.06.13

1. LIGHT OF DAY.

Mattino.  C’è tanta luce, direi troppa. Non sono nel mio letto, le pareti che mi circondano non sono quelle di casa. Guardo l’ora, è decisamente troppo presto; dopo un evento come quello di ieri sera avrei avuto diritto a qualche ora di sonno in più, ma chissà per quale motivo le stanze che abbiamo scelto per la nostra trasferta londinese sono quasi completamente sprovviste di schermature alle finestre.

Niente tapparelle, niente tende pesanti, solo una tenda a pannello stile ufficio, stile locale adibito ad attività ben diverse da quelle legate al riposo del sonno. E allora sia, se non si può più dormire provo almeno a chiudere gli occhi e a ripensare alle ore passate in compagnia di Bruce. E’ stato un concerto ancora una volta pazzesco, quello di ieri a Wembley.

Ma quelli che mi vengono in mente questa volta non sono i soliti pensieri, legati all’ennesima scaletta imprevedibile o ad un’esecuzione integrale diDarkness on the edge of town talmente secca, asciutta e tirata da generare in me un unico lungo brivido; e nemmeno la sensazione che tre show come Padova, Milano e Londra visti in sequenza rappresentino uno straordinario concentrato di tutta l’opera del ragazzo del New Jersey, uno splendido bigino che in dieci ore racchiude i sogni e le speranze accese e sempre mantenute vive in me da Bruce e dai ragazzi della band.

No, questa mattina il mio pensiero va in un’altra direzione: va a qualcuno che ha passato la notte a poche pareti di distanza da dove l’ho passata io e che, ne sono sicuro, non ha chiuso occhio. Ne ho la certezza anche senza sapere se la sua stanza sia invasa dalla luce come la mia. Ne ho la certezza perché quello che le è successo ieri a Wembley difficilmente permetterebbe a qualcuno di riuscire a dormire.

2. INCIDENT ON 57TH STREET

Milano, novembre 2007. Faceva freddo fuori dal Forum, come sempre mi attendevano parecchie ore all’aperto in attesa di entrare dove si sarebbe tenuto il concerto di Bruce. Quella volta però c’era una differenza sostanziale rispetto a tutte le altre occasioni: non ero riuscito a procurarmi il biglietto.

Già, per la prima volta da quando, quasi vent’anni prima, avevo cominciato a seguire Bruce per concerti mi ritrovavo a non avere la sicurezza di riuscire ad entrare nel luogo dove tutti i miei amici e abituali compagni si sarebbero invece goduti lo spettacolo. Per una strana serie di circostanze ero rimasto l’unico a non avere ottenuto l’ambito tagliando; mi ero dunque presentato parecchie ore prima dell’inizio nella speranza di intercettare qualche fortunato possessore di un biglietto in più che per chissà quale motivo lo volesse vendere al prezzo di costo. Speranza ovviamente rimasta tale.

Avevo dunque cominciato a convincermi che avrei dovuto ricorrere ai venditori abusivi, cosa che avevo sempre disprezzato (lezione appresa: è facile disprezzare qualcosa quando non ti serve – è incredibile, ai concerti di Bruce si impara sempre qualcosa, persino prima che comincino!). L’ora dell’inizio si avvicinava pericolosamente, ed io ero ancora lì fuori, al freddo, dopo avere assistito all’apertura dei cancelli e all’ingresso di tutti quelli che stavano sicuramente riempiendo il parterre del Forum portandomi via tutti i posti migliori, e a questo punto anche quelli peggiori.

Dopo qualche tentativo infruttuoso di mercanteggiare con qualcuno di questi venditori divenuti improvvisamente preziosi, ho notato un uomo che stava in disparte ma sembrava anche lui in attesa del momento buono per cogliere l’occasione d’acquisto. Non era sicuramente un venditore, ma mi aveva notato anche lui perché ad un certo punto si è mosso ed è venuto verso di me per chiedermi se anche io stavo cercando un biglietto come lui. Abbiamo deciso di coalizzarci così da provare a raggiungere insieme il traguardo agognato e dopo alcune peripezie siamo finalmente riusciti ad ottenere il visto d’entrata per il Forum (seppure ad un prezzo piuttosto alto).

Il concerto ce lo siamo visto e goduto insieme, e ancora oggi lo ricordo come un grandissimo concerto, con una scaletta splendida nella quale spiccava una Incident on 57th street degna di entrare in un manuale di romanticismo. Il “mio” incidente si era chiuso benissimo, nessuno si era fatto male e Sergio, il mio nuovo compagno di concerti, si sarebbe aggiunto agli altri miei amici ogni volta che il ragazzo del New Jersey avrebbe fatto nuovamente tappa a Milano.

3. LAND OF HOPE AND DREAMS

Milano, giugno 2013. San Siro ci attende ancora una volta e noi a nostra volta attendiamo Bruce. Io e il mio amico Alessandro abbiamo guadagnato il pit un po’ faticosamente, altri amici sono con noi mentre Sergio arriverà più tardi e rimarrà sul prato un pochino più indietro; con lui ci sarà la figlia Giada che, a 18 anni, avrà finalmente il privilegio di assistere al suo primo concerto di Bruce Springsteen and the E Street Band. Ma non è tutto: tutti noi abbiamo già in tasca i biglietti per il concerto di Londra che seguirà di pochi giorni quello milanese.

Io e Alessandro coltiviamo infatti lo strano vizio di aggiungere ai concerti italiani anche qualche puntatina in giro per l’Europa, e in qualche occasione siamo stati accompagnati da qualcuno dei nostri compagni di concerto. Questa volta toccherà proprio a Sergio, che non ha mai visto un concerto all’estero e che ci ha chiesto di poter portare con lui anche la figlia, così da unire la visita alla capitale britannica con una nuova occasione per godere dello spettacolo.

Il pubblico come sempre a San Siro è stupendo, impagabile, forse questa volta ancora di più: la coreografia iniziale, il boato del pit ad ogni canzone, Bruce viene doppiato da tutti perfino nel conteggio one two three four, credo sia difficile fare di meglio. E quindi alla fine, come è giusto, mi ritrovo sudato, emozionato e stupefatto dopo la Thunder Road solitaria che ci manda a casa.

E’ fuori dallo stadio che conosco finalmente la figlia di Sergio… che strano, mi viene da pensare a che effetto possa fare la musica di Bruce su una diciottenne del 2013, sarà uguale a quello che fece ad un sedicenne del 1988?

Poi la vedo, vicino al nostro amico, e la risposta mi giunge immediatamente. La maglietta di Bruce in volo con la bandiera americana sullo sfondo, i jeans e soprattutto l’espressione: quella di chi, incredulo di quello a cui ha appena assistito, non sa se piangere per la troppa emozione oppure semplicemente perché è tutto finito. L’espressione di chi ha già capito al suo primo concerto che bisognerà vederne un altro, che non ci si può accontentare. L’espressione che avevo io all’uscita dallo stadio Comunale di Torino, giugno 1988.

Ci presentiamo, le parole che scambiamo sono veramente poche, ma so già che se proponessi a questa ragazza di alzarsi alle quattro la mattina del concerto di Wembley per essere il più vicino possibile a Bruce i suoi occhi già grandi e luminosi si accenderebbero ancora di più, la sua bocca si aprirebbe in un sorriso radioso e dalle sue labbra uscirebbe la risposta: “SI’!”

4. DANCING IN THE DARK

Non ci siamo alzati alle quattro, ma comunque di buon mattino così da riuscire ad entrare nel pit (o golden circle, come lo chiamano qui). Le due giornate londinesi che hanno preceduto il concerto sono state molto belle, abbiamo conosciuto e avuto modo di apprezzare Giada, di entrare un po’ in confidenza e in sintonia con lei. Ma adesso eccoci, abbiamo i nostri braccialetti, mentre i numeri scritti sul dorso della mano vanno cancellandosi a causa del temporale che ci investe mentre attendiamo l’apertura dei cancelli.

La guardo, non dice una parola sul tempo, non una lamentela, sa sempre e solo sorridere, come solo chi sa cosa la aspetta dentro lo stadio riesce a fare. L’ho osservata anche prima, ancora all’asciutto, quando con pazienza colorava il suo cartello per chiedere a Steve di ballare con lei mentre un vento gelido ci sferzava e qualcuno intorno a lei cercava di sbirciare la richiesta.

Ho notato il suo stupore quando siamo entrati in uno degli stadi più famosi al mondo e abbiamo preso la nostra posizione sotto il microfono di Steve, quando guardando verso il palco ha capito quanto eravamo vicini rispetto al concerto precedente. Ho avuto un momento di tenerezza quando, appena Bruce e la band sono saliti sul palco ed hanno cominciato a suonare un brano che parla di una terra di speranze e sogni, lei si è girata verso di me per mostrarmi che stava già piangendo. Poi il concerto ha preso quota, sono stato rapito da Bruce e come sempre ho perso un po’ di cognizione di quello che succedeva intorno a me. Fino ad ora.

Adesso mi accorgo che, partito il riff di Dancing in the dark, Sergio ha preso Giada sulle spalle mentre lei mostra orgogliosa il suo cartello a Bruce. E lui, lo vedo chiaramente, ancora prima di iniziare a cantare “I get up in the evening” la indica… io e Alessandro ci guardiamo increduli, i quattro minuti di canzone li viviamo quasi in apnea, buttando l’occhio a quella ragazza scatenata sulle spalle del papà, con la fascia rossa in testa e il braccialetto al polso che intona il brano mostrando il suo messaggio.

“Our love is real”, questo adesso Bruce lo sa, o forse lo sapeva anche prima ma non immaginava che riuscissimo a mostrarglielo così chiaramente; è quindi quasi normale che scelga una ragazza che lo avvisa di essere arrivata da San Siro!

Giada parte verso il palco, nuota sulla folla davanti a lei e raggiunge finalmente Bruce, abbracciandolo con un trasporto così sincero da mozzare il fiato.

Io guardo Alessandro e Angela, che sono rimasti con me ad ammirare quello che sta succedendo; siamo increduli, colpiti, sappiamo dire solo “non è possibile!” mentre Giada balla, indossa la chitarra, suona con Bruce, canta con Jake e chiude la canzone tra Bruce e Steve.

Poi un nuovo abbraccio al nostro eroe, una corsa verso la folla e un tuffo coraggioso sopra le teste dove la aspetta Sergio.

Poi rientra tra di noi, Tenth Avenue freeze-out e Twist and shout sono fatte di abbracci, di complimenti (anche degli sconosciuti intorno a noi), di danze sfrenate indotte dalla gioia e dall’ennesima prova di come la nostra vita possa essere imprevedibilmente modificata da quell’uomo di sessantatre anni che sta sul palco con una chitarra a tracolla.

5. THUNDER ROAD

Vi hanno mai posto la domanda: perché vai a vedere così tanti concerti di Springsteen? Credo sia una domanda tranello, perché la risposta è facilissima, ma spiegarlo è difficilissimo. Adesso, sdraiato nel mio letto alle otto del mattino in una stanza luminosa come se fosse mezzogiorno, ripenso alla versione acustica, meravigliosa, di Thunder Road che Bruce ha voluto regalarci anche ieri sera. E penso a come Giada ci abbia creduto, abbia mostrato un po’ di fiducia e abbia colto la magia nella notte.

Ecco, potrebbe essere questa la risposta alla domanda: un concerto di Bruce sono tre ore e mezza nelle quali il mondo diventa un luogo perfetto, dove nessuno viene deluso, nessuno viene dimenticato e tutti hanno la possibilità di realizzare il proprio sogno. Basta crederci.

E Giada, che sicuramente è sveglia in una stanza a pochi metri dalla mia, lo ha sperimentato. Adesso lo sa anche lei.

Wrecking Ball Tour

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