Darkness On The Edge Of Town

di Gianmaria Vianova.

Max Weinberg rulla sulla batteria. “Lights out tonight, trouble in the heartland”. Basta qualche secondo per capire davanti a cosa ci si trovi.

Si tratta di Badlands, anno 1978, Darkness on the Edge of Town, side A, traccia 1. L’incipit di un urlo, una denuncia sociale, una richiesta di aiuto: non si può definire con certezza. “I don’t give a damn for the same old played out scenes”. E’ una narrazione, sofferente, del grigiore che la vita prospetta: “I want the heart, I want the soul, I want control right now”. Cuore, anima, controllo. Ora. Questo è quello che vuole. Quello che non ha, da troppo. “Talk about a dream, try to make it real, you wake up in the night with a fear so real, spend your life waiting for a moment that just don’t come: well, don’t waste your time waiting”

Ecco il crescendo, batte in testa e non lascia respiro. Hai un sogno ma sei perseguitato dagli incubi quando sei solo, di notte, a tu per tu col buio, spendendo la vita per qualcosa che non arriva.

Disperazione. Disillusione.

“Badlands, you gotta live it everyday, let the broken hearts stand as the price you’ve gotta pay”. Rassegnati, non c’è via di scampo. C’è un prezzo da pagare per vivere qui, nella società, e quel prezzo lo dovrai pagare, in qualche modo. Inno nei concerti, con l’organo di Federici che quasi tintinna: è l’irrefrenabile voglia di saltare. Sì, quei saltelli che fai rischiando di cadere cantando a squarciagola il ritornello.

“I believe in the love, in the faith, in the hope, and I pray”. Io ci credo, ma è difficile sai? Prego, prego perchè qualcosa cambi, per un lampo di luce. Si sente solo Bruce adesso, percepisci la batteria, ma senti solo lui. Una delle poche volte in cui l’accento del New Jersey non ci complica la comprensione orale, è anche una delle più significative. E poi “I wanna find one face that ain’t looking through me. I wanna find one place”. Ditemi se non è una denuncia alla società contemporanea. Lo è eccome. Qualcuno che non ci giudichi, qualcuno che non ci condizioni la vita, il comportamento. Voglia di trovare un dannato posto, ma non uno qualsiasi. “One place” sarebbe potuto benissimo essere “The place”. Il posto in cui sopravvivere. Anzi no. Vivere. Perchè è questa la differenza che ci innalza oltre le badlands, i bassifondi.

Dissolvenza. La scure.

Adam Raised a Cain. Oserei quasi chiamarlo intermezzo. Mi perdonino gli springsteeniani, vengo in pace, sono uno dei vostri. Ma questa è la parentesi biblica all’interno della narrazione, potrei dirvi dal gusto Steinbeck-iano, ma si sono già spese troppe parole su questa musa ispiratrice. Quasi stona, all’interno della chiusa e claustrofobica costruzione dell’album, ma è l’effetto voluto dallo stesso Bruce. Adamo e Caino, il giardino dell’Eden e il rapporto tra padre e figlio. Tutto gira attorno a questo.

we were prisoners of love, a love in chains
he was standin’ in the door
I was standin’ in the rain
with the same hot blood burning in our veins

Padre e figlio, prigionieri dell’amore, un amore in catene. Il primo alla porta, il secondo sotto la pioggia. Sangue del sangue del sangue, la storia non si cambia, ma la mente sì. Sembra di essere in una tempesta, nemmeno la melodia del brano ci aiuta, avvicinandosi allo spannung di un film horror in salsa rock. E’ un dramma che si vive nella testa, un incubo che non dà pace alle notti, perchè no, del protagonista di Badlands. Si, perchè tutto, in Springsteen ha un senso. Tutto ha un suo ordine: questo è implicitamente un concept album.

All of the old faces
ask you why you’re back
they fit you with position
and the keys to your daddy’s Cadillac
[…]
you remember the faces, the places, the names
you know it’s never over
it’s relentless as the rain

Vecchie facce, vecchi demoni, perseguitano il nostro Caino. Perchè sei tornato? Con che coraggio sei tornato? Le chiavi della Cadillac del padre, Adamo, le sue responsabilità, i suoi fantasmi, le sue parole. Ricordi le faccce, i posti, i nomi, del tuo passato, di ciò che è stato. Inesorabile, come la pioggia.

you’re born into this life paying
for the sins of somebody else’s past
Daddy worked his whole life
for nothing but the pain
now he walks these empty rooms
looking for something to blame
you inherit the sins, you inherit the flames

Adamo è morto. Ma non tutto è morto con lui. Continua a manifestarsi. Paghi per i peccati di chi ti ha preceduto, perchè non riesci a dare una giustificazione per il dolore lancinante che ti tocca provare. Papà ha lavorato tutta la vita ma ha guadagnato solo il dolore, che ti ha trasmesso. Emerge il rapporto difficile con il padre Douglas Springsteen, ma anche su questo sono stati spesi fiumi di parole. Adesso il fantasma del padre vaga, in cerca di qualcosa da infestare. La voce di Bruce è esplosa, ma solo ora posso rammentarlo, di fronte ad un testo così coinvolgente, che ci focalizza sul vero significato della storia. E’ esplosa, dicevo, e non la contieni più. Più acuta, lancinante come il dolore, sa che ormai non c’è più niente da fare, i fantasmi sono fantasmi e i dolori sono dolori. L’incubo si fa insopportabile: hai ereditato i segni, le fiamme, dell’inferno per punire i peccati, dell’anima per i rimpianti e i rimorsi irreparabili, delle vene dove scorre il sangue del padre, della vita dove tutto è ormai stato arso. Adamo allevò Caino, il primo uomo allevò il primo figlio che è incarnazione del peccato originale, che è il male, fratricida.

Lost but not forgotten
from the dark heart of a dream

Punto e a capo. C’è un’ideale pausa nella narrazione. Perso ma non dimenticato. E’ sempre lì. Da qualche parte. Le parole sono finite, ma prima della classica dissolvenza “alla Darkness” c’è tempo per un macabro ballo. Il coro della E-Street Band non è più contenuto, su tutti Little Steven che urla nelle orecchie dell’incubo e spacca, lo fa svenire, lo sfinisce. Il ricordo è stato una sofferenza, una ricerca che non ha risposte. Il nostro protagonista non ha più alcuna forza.

Eccola, la dissolvenza. Silenzio. Ci siamo.

E’ il turno di Roy Bittan che scandisce la melodia di quello che forse è il brano più sottovalutato dell’intero album. Il protagonista si sveglia dall’incubo. Deve guidare. Ci sono dei rimasugli di quel fanciullo nato per correre ed ora in crisi esistenziale. Gira la chiave e via. L’urlo. Che dejavù. Agli appassionati ricorderà la liberazione di Jungleland, che chiude l’album Born To Run. C’è qualcosa di diverso comunque: ha un suono più dolce e controllato. Il rullante di Weinberg aumenta inesorabile. Ed esplode. Si parte davvero. “Turn the radio up loud, So I don’t have to think”. Meglio così Bruce, meglio così. La radio scatena le casse di quella che possiamo presumere essere una vecchia Cadillac. “Looking for a moment when the world seems right”. La pace però non si raggiunge con una regolazione verso l’alto del volume, il protagonista ne è ben conscio. Serve una ricerca, sulla strada, di un momento, un solo, fottuto, momento in cui tutto funziona. Seconda strofa. “You’re born with nothing, And better off that way”. Sei nato con niente. Meglio così, dice, perchè “Soon as you’ve got something they send Someone to try and take it away”, non appena hai avuto qualcosa, appena l’hai guadagnata, hanno mandato qualcuno a portartela via. Amore, sicurezza economica, vita? Non ci è dato saperlo con certezza. Sta di fatto che nulla è tuo. Il diritto soggettivo reale, la proprietà, che può essere fatto valere erga omnes, non è che figurato, aria fritta. Adesso ci sei solo tu con la tua voce grave e graffiante, con nulla in mano se non un sudicio volante. Sulla strada ci sono solo ragazzi “wasted on something in the night”. Wasted. Persi. Ma anche consumati, sprecati. E’ una vita che ci risucchia e sputa fuori soltanto ciò che resta di noi. Il nostro dramma.

Nothing is forgotten or forgiven,
When it’s your last time around,
I got stuff running around ‘round my head
That I just can’t live down

Niente è dimenticato. O perdonato, Quando stai vivendo la fine del tuo tempo. I più audaci (in questo caso fingerò di essere tra loro) potrebbero scorgere il tema del suicidio, che l’artista si troverà a dover approfondire personalmente circa quattro anni più tardi, durante la gestazione di Nebraska. Voglia di premere l’acceleratore, proseguire contromano, e addio. No. Sarebbe troppo facile. Sta di fatto che “ho troppi pensieri in testa e non potrò mai uscirne”. La sua vita è questa. E’ rassegnazione e sofferenza, nulla più. Che crescendo intanto! Che cori della E-Street Band! Talmente potenti da creare un eco attorno alle tue cuffie.

Poi il minimal. I bicipiti di Max picchiano forte. Ci sono solo loro e la voce di Bruce, che accenna a qualche barocco virtuosismo che non si può permettere: non è certo Jimmy Page, ma ha il cuore che gli pulsa indescrivibilmente. Quelli che seguono sono versi di una sensibilità, di un simbolismo e bellezza tali da non poter essere descritti con altre parole se non le proprie. Mi eclisso e mi limito ad una traduzione “attiva”. “When we found the things we loved, they were crushed and dying in the dirt”. Quando abbiamo avuto il coraggio di voltarci, guardare ciò che abbiamo amato ormai ridotto in cocci a terra, We tried to pick up the pieces, and get away without getting hurt”, ci siamo chinati, abbiamo provato a mettere insieme i pezzi e andarcene in silenzio, con la paura intrinseca di un animaletto selvatico, “But they caught us at the state line, and burned our cars in one last fight”, ma loro, queste misteriose entità innominabili, irriconoscibili, forse dentro di noi, forse nel sistema, ci hanno preso e bruciato la nostra auto in un ultimo combattimento. Ci hanno tarpato le ali, un’altra volta. “And left us running burned and blind, chasing something in the night”. Cechi. A piedi. Al buio. Cercando qualcosa, nella dannata notte.

Chitarra. Batteria. Urla. Pianoforte. Organo.

Riparte tutto, la disperazione, ciò che ha dentro, ciò che scruta fuori. Poi la chiusura. Cazzo. Cosa abbiamo appena ascoltato?
Il protagonista è in cerca di una consolazione. Candy. Ecco cosa ci vuole. Ecco il meglio che questa città possa offrire.

Siamo scesi dall’auto, la narrazione è in medias res: siamo già nella stanza di Candy. Il nostro emarginato ce la descrive, mentre i piatti della batteria (ma quanto è importante Max in questo album?) simulano una camminata affannosa e frenetica. Attraversiamo un corridoio buio: ci sono “pictures of her heroes on the wall”: cos’è? Una ragazzina? “Stranieri”, tipi della città vengono e le portano regali. Quando lei apre la porta sa, maliziosamente, che al di là dell’uscio c’è qualcuno che vuole essere il suo ragazzo. La voce di Springsteen si avvicina più ad un parlato che ad un cantato. Sembra quasi vergognarsi, avere paura di farsi sentire da qualcuno. E poi un altro passaggio che in Arancia Meccanica sarebbe definito “da cinebrivido”: “there’s a sadness hidden in that pretty face, a sadness all her own, from which no man can keep Candy safe”. Una tristezza tutta sua le oscura il viso, un qualcosa che ha dentro di sé, qualcosa che si è incrinato, forse irreversibilmente.

Poi l’azione. Il battito. Il sangue che sgorga prepotente nelle vene e nelle arterie. Gonfia il collo, accelera il cuore, pulsa nelle vene: “we kiss, my heart’s rushes to my brain”. Come un automa che prende vita, che prova emozioni. Abbiamo appena attraversato il confine dell’apatia sentimentale, l’atrofia che colpisce e non ti molla più. Il sangue “rushes” nelle vene, e il fuoco “towards the sky”, sale al cielo. Da anni cerco di definire questo passaggio del brano, che pare quasi mistico. La lirica, la musica, la storia vengono a sovrapporsi in un passaggio chiave, e producono un miracolo musicale che fa vibrare le membrane degli altoparlanti e del tuo corpo. Pazzesco. La batteria aumenta, non sai più nemmeno che ascolti dove possa arrivare. “We go driving deep into the night”, sono nella notte ma stavolta è diverso: non è una ricerca di “something”, quella per un momento è stata dimenticata.

La carne di Candy è lì, accanto a lui. La sua maglietta madida di sudore è a contatto con la pelle del nostro eroe e nell’atto fisico è lo stesso a sprofondare “into the light of Candy’s eyes”, nei suoi occhi che lo rapiscono e lo distraggono dalla vita reale. Poi la melodia si altera, come nella favola musicata di Pierino e il Lupo: prende la parola Candy. Pur essendo una ragazzina si atteggia da professoressa: “If you wanna be wild, you got a lot to learn”: se vuoi essere “wild”, e in italiano si rischierebbe di appiattire la parola, hai ancora tanto da imparare. E poi ancora, perchè sembra di ascoltare un poeta d’altri tempi: “close your eyes, let them melt, let them fire, let them burn ‘cause in the darkness there’ll be hidden worlds that shine”.

Beh, che altro aggiungere, se non la traduzione? Niente, esatto. Traduco: “chiudi gli occhi, lasciali sciogliere, bruciare, ardere, perchè nel buio brilleranno mondi nascosti”. Adesso potrei chiudere questo blocco note e con un copia incolla piazzare uno stato da milioni di likes su Facebook. Non lo farò. Forse. Ma non voglio sminuire questo passaggio. C’è sempre quel dannato sentimento, quella voglia di fuga che era prorompente tre anni prima in Born to Run, ma che stavolta è un viaggio solo mentale. Lui ha bisogno di uno strumento, Candy, per poter almeno provare a vivere. Lei, prostituta, non sarà mai di proprietà di qualcuno.

Selvaggio, parte l’assolo. Dovrebbe essere di Springsteen: non aspettatevi l’elicottero di Tom Morello o la scala di Jimmy Page. Non aspettatevi un gesto tecnico fine a sé stesso. Quello dal Boss non lo riceverete mai: è un assolo genuino, vero, reale, tangibile. Non ha molto spazio. E’ Darkness On The Edge Of Town e non c’è mai uno spazio tale da poter permettere ad uno strumento di emergere rispetto agli altri. Si, fai il tuo show, però poi ritorna in formazione. Candy è un cavallo selvaggio, e Lui sa che “I’d give all that i got to give: all that i want, all that i live to make Candy mine”, sa che le darebbe tutto, ma proprio tutto il necessario affinché sia sua. Tonight. Eh si, Bruce aggiunge “stasera”.

Il personaggio rinsavisce, e non ha la presunzione che Candy possa innamorarsi di lui, cosa che avrebbe potuto credere in preda ai fumi della passione. Candy non sarà mai sua. Nemmeno lei. Lei è solo un mero strumento. E’ solo un rimpiazzo, un contentino, chiamatelo come vi pare. Sta di fatto che una notte passata con Candy non potrà mai riempire la vuota vita di un emarginato. Deve riaprire gli occhi. Il giro è finito, e con lui i suoi gettoni. Qualche colpo sui tasti del pianoforte e Roy si prende la responsabilità di chiudere la cantica. Alla prossima, forse. Ciao.

Il lato A sta volgendo al termine, ma ci concede ancora 7 minuti disarmanti.

Dan. Da-da-da-daaaaan. E’ la classica canzone della quale vuoi discutere con un amico che non ne conosce il titolo. E allora attacchi: “Dan. Da-da-da-daaaaan.” Così capisce. Ah, ma quella! Si, quella. Racing in the Street.

Il pianoforte apre la scena. Poi il monologo del nostro uomo. “Ho una Chevy del ’69 truccata, con il mio amico Sonny l’ho ricostruita da zero e gareggiamo solo per soldi, per il gusto di zittirli”. Disinteressata voglia di sentirsi grande. E’ una confessione implicita quella portata dalla voce del Boss. “Summer’s here and the time is right”: il tempo giusto per correre. Scopriamo un legame, quello di un amico, che però sà più di “compagno di corse”, rispetto ad un vero sostegno nella vita. Tac-tac-tac. Appare in sottofondo la batteria. Scandisce il tempo. La E-Street aumenta, la senti che scalpita in attesa di palesarsi. Wikiquote sta a questo album come il cacio sta ai maccheroni: ” ‘na favola”.

Some guys they just give up living
And start dying little by little, piece by piece
Some guys come home from work and wash up
And go racin’ in the street

Alcuni semplicemente smettono di vivere, si arrendono, e cominciano a morire lentamente. Altri tornano dal lavoro, si lavano, e scendono in strada a gareggiare. Non è detto che questi ultimi siano vivi, anzi. Per qualcuno potrebbero sembrare bambini, immaturi, infantili. Per chi soffre non sembra altro che una voglia di scappare dal mondo e di trovare un qualcosa che dia un minimo, dannato, senso alle loro esistenze. Non è un gioco. E’ un’ora d’aria. Misera, forse. Ma è meglio di niente. “Sfiderò tutto il mondo”. E’ una dichiarazione di guerra, una dichiarazione bella e buona, chiave di lettura.

Comprendiamone l’importanza: complessi di inferiorità, insicurezza, solitudine, depressione, oscurità. Il confronto con gli altri, con il mondo, è forse la debole candela che può dare una spinta a tirare avanti. Ciò che può lasciare un segno in questa notte, che è pur sempre la solita notte, dove non ci si dà pace, dove non si dorme. Mai. Organo. No, non il cuore. L’organo, lo strumento, indossato da Federici, fa da transizione. Ciak, fine prima parte. Qualcosa sta cambiando, qualcosa sta arrivando. Arriva lei. La “tipa”. E sono dolori, il provincialotto del New Jersey va giù di testa. Matematico.

I met her on the strip three years ago
In a Camaro with this dude from L.A.

Eccola lì. Dovete sapere che i fighetti non li sopporta, non li ha mai sopportati. Infatti gira la chiave, preme sull’acceleratore e batte il “dude” di Los Angeles. Chevy batte Camaro. Asso pigliatutto. “Drove that little girl away” la ragazza è sua. Ma siamo in Darkness On The Edge Of Town: il lieto fine non è nemmeno concepibile. “But now there’s wrinkles around my baby’s eyes and she cries herself to sleep at night”. Ti pareva! Ha rughe attorno agli occhi, piange fino ad addormentarsi sfinita. Due malati non fanno un sano. Si sa. Cercare di unire due contraddizioni non ricorda la divisione, la sottrazione, bensì un elevamento a potenza, una crescita esponenziale. Prima o poi dovrai fronteggiare i tuoi problemi.

Adesso è il turno della ragazza, che sta soffrendo, manco a dirlo. “She sighs “Baby did you make it all right”, gli chiede se va tutto bene ma in realtà è più una frase di circostanza. Se ne stà in veranda, nella casa del padre, e “all her pretty dreams are torn”. Niente sogni. L’infanzia è finita da tempo, e ciò che doveva essere sarebbe già dovuto essere. Purtroppo, evidentemente, non è stato. La ragazza. Si, la ragazza fissa il vuoto nella notte con “eyes of one who hates for just being born”. Pesante. Occhi di una che odia il solo fatto di essere venuta al mondo. Rimpiangere di essere nati. La situazione è irreversibile, incurabile.

C’è un’impercettibile alterazione nel tono del cantante e nella musica, adesso. “For all the shut down strangers and hot rod angels rumbling through this promised land”, è per tutti gli estranei sconfitti, per gli angeli hot rod che prega e dice, sicuro almeno in superficie, “tonight my baby and me we are gonna ride to the sea” e laveranno i peccati dalle loro mani. E’ il secondo riferimento biblico dell’album, con la comparsa del prossimo (“shut down strangers”) e il lavaggio dai peccati. Però nulla è cambiato, l’ho detto anche prima: qui il finale felice non può esistere. E allora “Tonight the highway’s bright: out of our way mister you best keep”. Se ne vanno, verso il loro destino, incontrastati. Tu, “amico” (all’americana), stanne fuori. L’amico potrebbe essere un estraneo. E se fosse Sonny? Ormai è stato dimenticato, cancellato, svanito. Ora c’è lei, che soffre come lui, che è la compagna di sofferenze ideale. Non sono capricci. La corsa non è più una bambinata, è la vita, e sono partiti per l’autostrada lucente. L’estate è qui, ed è il momento migliore.

La coppia se ne va. Di risposte non ne hanno trovate. Hanno trovato la voglia di vagare: “tramps like us” sono nati per correre, diceva Bruce nel’75. Nel ’78 rimangono i vagabondi, nati non per correre, ma per vagabondare. Semplicemente vagabondare. I sogni sono svaniti. E’ un viaggio nella disillusione.

L’inquadratura si allarga, progressivamente. Mancano i titoli di coda, ma non è un misero film. Da qui in poi solo E-Street Band, “solo” si fa per dire. E’ un tripudio. Springsteen era conscio della stupenda chiusura del brano, che guardacaso è proprio quella con la responsabilità di sigillare la prima parte del poema. Momento logorroico: in Springsteen, nulla, ma proprio nulla, è lasciato al caso.

E’ musica, è tanto altro.

La puntina solca l’anello dalla circonferenza minore. Rimane solo un fruscìo. Sospiriamo. Il lato A è terminato. Sei appagato ma sai che c’è il lato B e quindi sei solo a metà. Si, solo. Alziamoci e ribaltiamo il disco: Darkness ha ancora molto da offrire.

Si abbassa la puntina. Tum-tum. Armonica. Ah! L’armonica, finalmente. E’ una delle cifre stilistiche di Springsteen e ancora non si era fatta sentire. E’ “The Promised Land”, che apre il secondo tempo dell’album. Se hai avuto modo di ascoltare la versione live di questo brano, ti rendi subito conto che l’originale incisa su vinile è apparentemente più piatta e insipida. Non c’è da stupirsi poi tanto. La giustificazione la troviamo osservando il contesto: Darkness On the Edge of Town. Gira così. Apatia, sofferenza, disillusione, grigiore. Non può esserci entusiasmo in questo brano, perchè è idealmente vissuto da un personaggio distrutto dalla vita, che non ha nulla da celebrare se non la ricerca della Terra Promessa.

E poi l’ambientazione: deserto dello Utah, autostrada, una di quelle highway leggendarie a stelle e strisce. “I pick up my money and head back into town”: piglia i soldi e ritorna, in sostanza, in città. Il tono è diverso, questo secondo tempo si avvicina appena appena al pop, che se prima non vedeva ora vede con un telescopio. Ha un’altra cadenza rispetto ai primi brani. “I got the radio on and i’m just killing time”. Musica. Tempo da far scorrere. Niente da fare. Apatia. Ci siamo insomma.

Adesso le dita di Federici vanno su tasti diversi e con un ritmo diverso. L’organo detta la marcia. “Working all day in my daddy’s garage, driving all night chasing some mirage”. Il lavoro. Il tema del lavoro. Punto importante ragazzi. In “The River” sarà cardinale, come in “Nebraska” e “Born In The Usa”. E’ la prima apparizione di un amico/nemico che incontreremo spesso negli anni a venire. Lavora tutto il giorno, ma è una fase di transizione, lo sa anche lui. Guida nella notte alla ricerca di un miraggio. Altro tema ricorrente, tutto torna, ritorna e martella. E poi, il ritornello. “The dogs in Main Street howl ‘cause they understand”, sono animali, abbaiano e capiscono, “if i could take one moment into my hands”.

Se solo potesse fermare l’istante nelle sue mani! Se solo potesse cristallizare una consapevolezza! Quale? “Mister, I ain’t a boy. No. I’m a man. And i believe in a promised land”. Mister è Dio. Così lo chiama il ragazzo del NJ. Non sono un bambino! Sono un uomo! Lo urla disperato. Io sono un’entità che merita rispetto, che merita una chance, che merita di potersi costruire una vita! Ecco che c’è la confessione: credo in una “Terra Promessa”. Non sa quale sia la natura di questo posto, del quale con vergogna ammette di credere. Sa solo che è un posto migliore, e non ci vuole tanto evidentemente. E’ il posto dove esiste, ed è venerato, il Sogno Americano. Tanto bistrattato, tanto citato, così poco compreso.

Il Sogno Americano non è il realizzare la propria vita in sè, è la possibilità di potersela giocare, ad armi pari: essere messi nella condizione di vincere o perdere, ma solo per causa propria. Essere artefici del proprio destino. Gli americani si sono sempre fatti delle grandi seghe mentali con la libertà, il liberalismo, le stelle e le strisce, il coraggio o meno di riuscire. E questo provincialotto che lavora in un misero garage, del padre poi, ci vuole ancora credere. A forza, a furia di testate, ma ci vuole credere.

Lui disperato ce lo dice: “I’ve done my best to live the right way, i get up every morning and go to work each day”. E’ un lavoratore modello, si sveglia ogni mattina e fa il suo dovere senza battere ciglio. Ma c’è un ma grosso come una casa. “But your eyes go blind and your blood runs cold”, vista annebbiata, sangue raggelato. Ricorda uno svenimento. Forse un’epifania, una rivelazione. Sfogo. “Sometimes i feel so weak i just want to explode”. E’ un annuncio, si sente dalla voce. A volte mi sento così impotente, debole, inutile, che vorrei esplodere, dice. Esplodere e “tear this whole town apart”, fare a pezzi l’intera città, gabbia della sua vita paragonabile alle “Colonne d’Ercole” medioevali. E ancora “Take a knife and cut this pain from my heart”. Coltello. Tagliare, recidere. Dolore. Cuore. Suicidio?

Se lo pensiamo come un qualcosa di figurato e allegorico, allora si. Ma lui non vuole suicidarsi, non vuole piantarsi quel coltello nel petto. Questo ragazzo è disilluso ma ha ancora fame. Ha ancora una vana speranza. “Find somebody itching for something to start”. Trovare qualcuno eccitato all’idea di ricominciare. Perchè c’è qualcuno? Qualcuno là fuori, dico?! Silenzio. E allora urla lui “The dogs on Main Street howl…” ed è bis del ritornello. Evito il control+c, control+v. Però poi termina. E poi, beh, e poi è delirio. Elegante scatto dal mucchio della chitarra, che si sporge, saluta la telecamera, piazza una scala e poi rientra, perchè arriva lui. Clarence “Big Man” Clemons.

Non c’è tanto spazio per Clarence in questo album. Ma non conta la quantità. Conta la qualità. E lui ne mette tanta. Ora: il suono del sassofono non è onomoatopeico, ma anche nel caso in cui lo fosse non me la sentirei di riportarlo in questa sede. E’ troppo… troppo… troppo. Troppo e basta. C’è così tanto in quei pochi secondi: un ballo passionale, un urlo, una corsa, un sorriso, una sofferenza. E’ troppo, punto. E poi la palla ritorna nella metà campo di Bruce, che va di armonica.

E’ un esercizio tecnicamente perfetto, canovaccio per i futuri live. Come Caronte ci traghetta verso l’ultima strofa. Si apre con una nuvola scura che si alza dal deserto: “I packed my bags and i’m heading straight into the storm”. Valige pronte, e si affronta di petto la tempesta. La sfida c’è, la speranza anche. Sarò un “twister”, ciclone, che spazza tutto quello che “ain’t got the faith to stand its ground”, dice lui. Tutto quello che non ha la fede, abbastanza fede, per restare ancorato al terreno. Perchè la fede serve, il ragazzo ce lo insegna, anche se non è la fede in Dio, il Dio come lo intendiamo noi. Anche se è solo voglia di riprovarci, di tentare. Spazzerò via chi non ci crede, dice lui. Ma non solo. Abbiamo la dichiarazione di guerra contro la società, da pelle d’oca, adesso.

Qui, io misero narratore, sono impotente, la lirica imperversa. “Blow away the dreams that tear you apart, that break yor heart, blow away the lies that leave you nothing but lost and brokenhearted”. Che autore, questo Springsteen. Spazzerò via i sogni che ti dilaniano, cioè quelli che ti rendono la vita impossibile, complessata e scura. Spazzerò via i sogni che ti spezzano il cuore, quelli che non si sono avverati, che ti hanno distrutto. Si, ma chi? A chi sta parlando? Qua mi gioco la carta “A Silvia”, di Leopardi. L’autore parla a se stesso o alla sua lei? Difficile dirlo. Entrambe sono strade plausibili: se lo consideriamo un monologo interiore, parla a sé stesso; se lo consideriamo un dialogo nel concept album, allora c’è di mezzo una ragazza.

Gioco “Ponzio Pilato” e me ne lavo le mani. Dice ancora: Spazzerò via tutte le bugie che (attenzione) ti lasciano perduto e col cuore in pezzi. E qui parla a sé stesso, senza dubbio. Come può un brano che pare dalla melodia così leggero, nascondere una tale spinta nichilista? Il bisogno di cancellare tutto, perchè solo cancellando tutto puoi ricominciare senza segni o scolorinate. “Blow Away, blow away!” Il tono impazzisce. Via! Via da tutto, Ora! Ritornello: I am a man! I am a man!!! E poi riparte l’armonica. La senti e sei talmente rapito dal brano che non capisci più nulla. Muovi la testa per tentare di seguire i movimenti del Boss e impazzisci. Lo capisci. Lo vivi. E’ un’esperienza mistica. Poi dissolvenza. Rigorosamente alla “Darkness”. Mamma che pezzo.

I prossimi solchi nel polivinilcloruro sono dal gusto autobiografico. Factory. Fabbrica.

Marx irrompe sulla scena. Avvertenza: siamo di fronte ad un brano sull’alienazione.

Filosofia, pacco mortale per generazioni di studenti, qui guadagna una dimensione affascinantemente rock.

Intro molto scolastica, quella di Factory. Musichetta. Organo, piano, batteria, tamburello. La normalità. Coerenza. La coerenza non perde la sua essenza. E’ un brano sull’alinazione, sulla ripetitività della vita, del lavoro. Factory. Tutto deve essere ordinario. E’ un poema di ordinaria ordinarietà, consuetudine ripetitiva di tutti i giorni. Si, poema. Opera lirica. Romanzo. E’ tutto, perchè è realtà. E la realtà è tale in quanto tutto permea. Tre atti. Sveglia, lavoro, fine. Tutto qui. Potresti ascoltarla in loop. Sarebbe l’esatta fotografia della vita di un operaio. Niente di più. Niente di meno.

Early in the morning factory whistle blows
man rises from bed and puts on his clothes
man takes his lunch, walks out in the morning light
it’s the working, the working, just the working life.

Da poco l’alba. E’ mattino. Sirena. Letto. In piedi. Vestiti. Colazione. Esce. Vita di lavoro. Vita di lavoro. Vita di lavoro. La prima strofa vola via così, senza tecnicismi. La vita è in funzione del lavoro. Non il contrario. Ti svegli alla mattina per lavorare, e per continuare a svegliarti, a sopravvivere, devi andare a lavorare. Senza pause, come sulla catena di montaggio, siamo alla seconda strofa. “Through the mansions of fear and pain”, luoghi di paura e dolore, “I see my daddy walking through them factory gates in the rain”. Vede il padre, nella pioggia, varcare i cancelli della fabbrica. Ora, se stessimo parlando della Fabbrica di Cioccolato di Willy Wonka, sarebbe il paradiso. Quelle descritte, però, sono piuttosto le porte dell’inferno. I cancelli, dell’inferno.

Factory takes his hearing, factory gives him life
the working, the working, just the working life.

La fabbrica lo aliena. Si prende il suo udito. Gli sottrae capacità cognitive umane, uno dei cinque sensi. Ma, paradosso, la fabbrica gli dà la vita. Parliamoci chiaro. Gli concede di sopravvivere. Gli dà questa opportunità, di tirare avanti, non di godersela. E’ un patto col diavolo. “La tua vita è mia, però te la lascio in comodato d’uso”, dice Lucifero. Questo rappresenta, agli occhi di un italiano, il brano. Ma Springsteen non è italiano. Non è europeo. E’ americano. Del New Jersey, per giunta. Odiato da Ted Mosby, Barney Stinson e Lily Aldrin (HIMYM, 4×03) è amato da Bruce, molto, molto amato. E lì, nel NJ, si sogna molto, sia di giorno che di notte. Si sogna americano. Il Sogno Americano. Quindi il lavoro è una benedizione. Nella concezione liberale a stelle e strisce il lavoro è un dono. Guai a te se sputi nel piatto dove hai mangiato, o dove stai mangiando. Goditi la sofferenza, perchè è la tua via per realizzarti. E realizzazione sta per “sopravvivere, farcela”.

La giornata è finita. “Men walk through these gates with death in their eyes”. Si realizza l’alienazione illuminantemente esposta da Karl Marx qualche annetto fa. Gli uomini varcano la fabbrica con la morte negli occhi. Vedono la morte intorno a loro. Sono morte loro stessi. Incredibile come di fronte a queste sentenze, la voce di Springsteen non cambi mimimamente intonazione. Incredibile e inquietante. E’ apatia totale, è la realtà dei fatti.

And you just better believe, boy
somebody’s gonna get hurt tonight.

Ragazzo, innocente, candido, inesperto, farai meglio a credergli. Qualcuno starà male stanotte. Fisico al collasso. Mente al collasso. Pensieri sul futuro. Sul passato. Pensieri scuri. Morte. Dolore. Inferno. “It’s the working, the working, just the working life”. E’ solo il lavoro. Lavoro. Lavoro. Una vita di lavoro. Vita uguale lavoro. Realtà. Vocalizzi. Organo. Lavoro. Vita di lavoro. Battiti.

Dissolvenza.

Ci avventuriamo nel trittico conclusivo. Organo. Federici va tranquillo, come sempre sa quello che fa. Substrato angelico, condito da schiocchi di dita, lontani, in sottofondo. Intro brevissima. Tempo che inizia ed è già finita. Il cantante ci dà un’idea del dove quando e perchè. “When the night’s quiet and you don’t care anymore”, ovvero è notte, silenziosa, e al protagonista non frega più di nulla. Non ci siamo mossi di una virgola. Diciamo che qui non ci abita di certo Pharrel Williams. La taratura è anche un po’ più elevata, se permettete. “And your eyes are tired and there’s someone at your door and you realize you wanna let go”, occhi stanchi, qualcuno alla porta e l’epifania: realizzare di voler andare via. Perchè a volte la voglia la hai, ma non lo capisci fino al momento in cui non fai un frontale con la tua volontà. Fa male, ma poi stai sicuro che ti farà solo bene.

Qua il Tramp del ’75 c’è ancora, forse, ma è stanco morto, devastato dalla vita, realizza di dover andare via per sfinimento. Non certo per perdere la verginità con l’esistenza. Particolare: forse un problema genetico della registrazione, forse è voluto. Sta di fatto che c’è una specie di eco nella voce di Bruce. Sembra un sacerdote, molto più rock e power, durante l’omelìa in una piccola chiesa: la sua voce arriva a tutti. C’è la voglia di andarsene, di riscattarsi. Un pugile fittizio una volta diceva: “Andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti.” Si chiama Rocky Balboa, alias Sly Stallone. Chi meglio del nostro ragazzo può sottoscrivere?

Prosegue: “And the weak lies and the cold walls you embrace”, le menzogne e le fredde pareti che stringi a te, usate come claustrofobica protezione. Maestro! Crescendo! Bruce esce dall’apatia interpretativa e si incazza. Si arrabbia, contro se stesso e contro il mondo e urla: “and leave you face to face with … streets of fire”. Non so ancora se lo urla a sè stesso o al mondo. Ti lascia faccia a faccia con le strade di fuoco! Avete sentito?! Non c’è verso di uscire, aiutatemi, capitemi, guardate come sono ridotto. Strade di fuoco, paura del dolore e della morte. Streets of fire! Pianoforte. Roy ci dà dentro e rinnova la melodia. E ancora, e ancora. Scendiamo dalla sella. Riparte l’apatia.

“I’m wandering, a loser down these tracks”. Sono un perdente. Ho perso, 2 a 0, e il triplo fischio l’ho fatto io. Si vaga per la strada morti. Inerzia. “I’m dying, but girl I can’t go back”. Sto morendo e non posso tornare indietro. Ma non è per una questione di tempo. Nel lungo periodo siamo tutti morti, direbbe J.M. Keynes. Ma, vi ripeto, non si sta parlando di questo. “Sto morendo” sta per autoflagellazione, suicidio mentale indotto dalla società. Ed è un processo irreversibile. L’unica soluzione si direbbe essere la fuga. Andarsene e ripartire da zero. Manca il coraggio, la forza. La vita se li è mangiati. “‘Cause in the darkness”, perchè nell’oscurità… ci vuole un bel respiro prima di ascoltare le prossime parole.

“I hear somebody call my name”. Ho sentito qualcuno che mi chiama. Non voglio fare lo Stephen King della situazione, non è per la suspence. E’ per come urla, Springsteen, per come la sua voce si accartoccia e si dimena, che un po’ è la rabbia, si, ma è anche tanta paura e incredulità di fronte alla strage umana. “And when you realize how they tricked you this time”, quando ti rendi conto che ti hanno fregato, stavolta, “and it’s all lies”, e sono tutte bugie… non lo dice. Non lo dice, cosa vorrebbe fare. Potrebbe togliersi la vita, così come potrebbe prendere una mazza e distruggere tutto quello che ha intorno a sé. Come si può andare avanti così? Come? “But i’m strung out on the wire, in these [sospiro] streets of fire”.

Ma sono prigioniero, nel filo spinato, in queste “streets of fire”. Sono oppresso. Non sono più capace di intendere e di volere. Streets of fire, streets of fire. Mi hai sentito?! Bam, chitarra. Assolo con la Telecaster già allora smangiucchiata. E sale e sale e sale. Come un pianto. Un lamento. E poi tutta la E-Street Band, all’usinono a creare la solita magia. Si fa fatica ad impressionarsi ormai. E poi l’epilogo. Forse siamo andati avanti di qualche tempo. Flash Forward. “I live now, only with strangers. I talk only to strangers. I walk with angels that have no place”. Solo. Estranei. Parlo. Solo con estranei. Cammino con gli angeli, quelli senza dimora. La sua mente è in paradiso. Lui è cammina ma è completamente perso.

Streets of fire, streets of fire. Fire. La I si allunga all’infinito nell’ultimo verso. Pare che stia bruciando il personaggio, pare che nel fuoco ci stia nuotando e non ne stia uscendo per niente bene. Sembra la morte di Antonia descritta da Vassalli (“La Chimera”). Perchè non dargli lo stesso valore letterario? Altro brano che se ne va, altro brano in cui si celebra la morte mentale in un mondo di morti mentali che marciano per strade infuocate. The Walking Dead, L’Inferno dantesco e la depressione in un solo colpo.

Dissolvenza. Immancabile dissolvenza.

Prove It All Night. La regina dei bootlegs. Ci sono dibattiti che imperversano in tutti i blog springsteeniani. Qual è la migliore esecuzione live di Prove it all night? Io sono uno di quelli che ti risponde Winterland ’78, altri ti direbbero Landover ’78. Sta di fatto che questo brano, nei concerti del Darkness tour, ha la durata che supera quella di numerosi rapporti sessuali e si conclude con un orgasmo intellettivo e intelleggibile che non ha nulla da invidiare a quello tradizionale. Assoli infiniti, Clarence che va di sassono, Garry Tallent (perchè c’è anche lui, una vita da mediano, che però gioca sempre) che deve in qualche modo dare un ritmo al delirio erotico di “Prove it all night”. Non a caso parla di una coppia. Pianoforte e batteria inaugurano. “I’ve been working real hard, trying to get my hands clean”: il lavoro. E’ onnipresente. Ho cercato di mantenermi le mani pulite, oneste. Cerco di non commettere crimini.

In “Atlantic City”, quattro anni dopo, Springsteen cestinerà l’etica, che sostituirà con l’istinto di sopravvivenza: la priorità è non morire. Ma qui, in Darkness, si cerca di rigare dritto (pseudo citazione di Cash). “Tonight we’ll drive that dusty road from Monroe to Angeline, to buy you a gold ring and pretty dress of blue”. Siamo sulla strada, come sempre non abbiamo fissa dimora, e lui le promette un vestito blu. Un bellissimo vestito che solo nei sogni più nascosti lei avrebbe immaginato di poter indossare. Un anello. D’oro.

Come un operaio possa permetterselo nell’America di Darkness non ci è dato sapere. L’anello però è la prova che la ragazza indosserà, si tatuerà per urlare ai quattro venti: lui è il mio uomo, io sono sua. Possiamo prefigurarci il viso della ragazza, con due occhioni luccicanti e immensi, di felicità. “Baby just one kiss will get these things for you”. Un bacio. Non chiede altro. “A kiss to seal. Our fate. Tonight”. I punti non c’erano inizialmente. Li ho messi io. Mi sono intromesso. Ma Bruce ti induce a farlo. Scandisce bene le parole.

Il ragazzo vuole far capire alla fidanzata che è tutto vero, anche se non sembra. Una fuga. Insieme. Un bacio per segnare il nostro destino stanotte. Il coraggio di uscire fuori dagli schemi, dalle più grigie previsioni e provarci. Provarci. E infatti: “A kiss to prove it all night”. Provare tutta la notte. Provarci, tentare: “Girl there’s nothing else that we can do”. “I’ll prove it all night for you”. Pausa. Impercettibile, ma tutto si ferma per un istante. Poi ancora azione. “Everybody’s got a hunger, a hunger they can’t resist”. Tutti hanno un desiderio, al quale non possono resistere. Questa sarebbe la traduzione scolastica. Io preferisco interpretarla.

Hunger. Hungry è fame, in italiano. Te lo insegnano sin dalle medie. Hunger è un desiderio, ma è anche la fame, l’unico carburante che muove grandi azioni. Che lo siano per il mondo o per te stesso non importa. Grandi sono e grandi rimangono. E la nostra coppia ha fame. “There’s so much that you want”, c’è così tanto che vuoi, “you deserve much more than this”, tu meriti più di questo. Un sentimento vitale. Raro e introvabile in questo album. Godetevelo perchè dura poco.

“But if dreams came true, oh, wouldn’t that be nice?”. Frase che pare quasi simpatica, in realtà è lapidare. E’ come se tutto ciò che è stato detto finora fosse relegato ad una fumettistica nuvoletta. Sapete, quella in cui Topolino pensa. Non sarebbe bello se i sogni diventassero realtà? Certo. Ma Bruce ci fa subito capire che si tratta di una domanda retorica. “But this ain’t no dream. we’re living through tonight”.

Non è un sogno. Lo stiamo vivendo stanotte. E’ il sogno ma in senso lato. E’ una fuga verso qualcosa, un tentativo. “Girl, you want it, you take it, you pay the price”: amore lo vuoi, lo prendi, ne paghi il prezzo. Il prezzo c’è sempre. Di solito è anche elevato. Troppo per le tasche di operai del NJ: per questo scapperanno stanotte, proveranno a sognare vivendo. Perchè fino a quella notte è stata una non-vita. Stasera si vive, girl, e che Dio ce la mandi buona. E ancora alla carica. Vuole convincerla. “Prove it all night, prove it all night girl and call the bluff”. Svela gli imbrogli. Urlali ai quattro venti. Le ingiustizie. Quelli che ti hanno fatto soffrire. Quello che non ti ha permesso di volare. Ora ci sono io. Qui con te. Proviamoci. “Prove it all night”. Proviamo, stanotte. Proviamoci, tutta la notte.

Clarence? Dove sei? Ah eccoti: è il tuo momento. Altro assolo che scardina il cuore dalla gabbia toracica, la passione, il velluto del sassofono e poi la durezza tagliente della Telecaster di Springsteen. Amore. Passione. Battiti. Poi lui si avvicina all’orecchio di lei. Sussurra. “Baby, tie your hair back in a long white bow, meet me in the fields out behind the dynamo”. Raccogli i capelli e incontriamoci nei campi. E’ un invito. Un appuntamento serio. E’ la fuga da Alcatraz: l’ergastolo c’è, coincide con la non-vita. Lui la induce a lasciarsi andare: “you hear the voices telling you not to go”. Io lo so perchè non ti decidi, sai? Tu ascolti tutte quelle voci, quelle che vivono nella tua testa, cibandosi dei tuoi sentimenti, della tua voglia, del tuo istinto.

Senti le voci di quelli che ti stanno intorno. Parenti, “amici”. Le voci di chi ti ha reso sterile di fronte ai colori della vita, dell’asfalto, della strada, dell’orizzonte. “They made their choices and they’ll never know what it means to steal, to cheat, to lie what it’s like to live and die”. Loro hanno fatto le loro scelte e non sanno proprio un bel niente della vita. Il nostro Lui si infiamma, così come la sua anima, così come la sua voce. Non sanno cosa significhi rubare, imbrogliare o mentire. Non sanno cosa si prova ad uscire dagli schemi. Cosa si prova a cercare nuove strade. A provare. Non sanno cosa sia vivere e morire. Lo dice urlando. Una voce meno vigorosa non avrebbe potuto veicolare il messaggio, e questo Bruce lo sa. Non sanno cosa sia vivere, provare, cosa sia morire, rimanere sconfitti.

Vita e morte non sono concetti assoluti. Si può nascere, e quindi vivere, più volte durante la nostra permanenza sul pianeta Terra. Ci si può reinventare, la vita potrebbe cambiare così radicalmente da considerarsi una nuova vita. E poi si può morire tante volte, tante quante le sconfitte, di solito tante, che la vita ci propina. Quelli che ti dicono di non partire, ragazza, sono le voci di non ha mai vissuto, di non ha mai provato, di chi si è accontentato. Sappilo. E via ancora. “Prove it all night” non c’è altro che possiamo fare. Solo provare. Il testo finisce. Il brano no. Springsteen esplode e solo come al solito urla, urla di lamento, di forza. E’ l’animale che soggiorna in noi, che deve essere riesumato, riabilitato, per poi essere definitivamente superato. E’ in questo movimento dialettico vorticoso e repentino che parte la dissolvenza.

33virgola3periodico. E’ questa la velocità del vinile che prosegue, verso l’ultimo brano. The last but non the least, direbbe Springsteen. Non per altro ci troviamo di fronte alla title track.
Basso. Piano. Tamburello. Eh si, tamburello: ce l’avrà sicuramente in mano Clarence. Poi è il momento della voce, che recita un testo. Siamo all’epilogo, capitolo finale. Tutti i nodi vengono al pettine. Flash Forward. E vediamo che succede. “They’re still racing out at the Trestles”… continuano le corse clandestine, gareggiando in the street. “But that blood it never burned in her veins, now I hear she’s got a house up in Fairview, and a style she’s trying to maintain”.

Ritroviamo la ragazza. Incontrata in Racing in the Street, in fuga con lui in Prove It All Night. Ci hanno provato, ma qualcosa è andato storto. Bruce dice che “quel sangue”, quello spericolato, di chi gareggia, fugge, “non è mai scorso nelle sue vene”. Non era una vita per lei. Adesso pare che abbia una casa a Fairview, e uno stile di vita che sta cercando di mantenere. E’ finita. Niente amore. Niente futuro. Niente storia. Niente di niente. Lei se n’è andata, vive senza di lui e si è rifatta una vita. Botte, fuochi d’artificio nascono nella batteria di Max Weinberg, e si espandono nell’etere. La rabbia sale. Sale in fretta. Vulcano. Magma. Eruzione.

“Well if she wants to see me, you can tell her that I’m easily found”. Se lei volesse vedermi, puoi dirle che è facile trovarmi. La speranza che lei ci ripensi vive. Vive e morde. Morde e fa male. Lui è sempre lì. Non si è mosso. Ci ha provato, ma non è cambiato. Nulla. “Tell her there’s a spot out `neath Abram’s Bridge and tell her there’s a darkness on the edge of town”. Puoi trovarlo, senza problemi. Sotto l’Abram’s Bridge. Il ponte di Abramo. Biblico. Dille che c’è l’oscurità ai margini della città. Il buio si diffonde e inghiotte nella periferia, dove lui vive. E’ un posto dimenticato da Dio, stipato di uomini dimenticati da Dio. Chi mai vorrebbe stare con uno così? Regredito allo stato di mendicante, lo puoi incontrare sotto il ponte.

“Everybody’s got a secret Sonny, something that they just can’t face”. Il ritorno di Sonnny. L’avevamo lasciato nell’oblio di Racing in the Street, ricordate? Gli parla, l’importanza di avere un confidente si manifesta palesemente. Tutti hanno un segreto, qualcosa che non riescono ad affrontare, qualcosa che ha condizionato il proprio passato, presente e futuro. “Some folks spend their whole lives trying to keep it, they carry it with them every step that they take”. Certa gente passa l’intera vita a portarselo dietro, ogni santo giorno, ogni maledetto giorno, caro Sonny. E poi arriva la botta. La voglia di spaccare tutto, perchè la spinta distruttrice c’è: nel candore del nichilismo più sfrenato non c’è nulla di cui preoccuparsi, nulla nell’universo circostante. E allora: “till someday they just cut it loose”. Il dolore c’è, te lo porti dentro finchè un giorno decidi di tagliarlo, di abbandonarlo. Ma non è sempre così.

Prosegue, Bruce, tuonando: “cut it loose or let it drag `em down”. Tagliare ciò che ci trattiene, attaccati ad un passato di ferite, per poter risorgere oppure… oppure essere trascinati a fondo. C’è modo e modo, di essere trascinati sul fondo. In un laghetto artificiale non hai problemi a risalire. Qui però si parla dell’oceano, si parla di una profondità superiore alla Fossa delle Marianne e una volta che sei giù, nel mare di sangue e dolore, non riesci più nemmeno a percepire la luce.

Giù, a fondo, “where no one asks any questions or looks too long in your face”. Dove nessuno ti fa domande o ti guarda tanto in faccia. Personalmente, ricorda l’immagine dell’inferno dantesco. Tutti i dannati marciano, faccia a terra, consapevoli del loro destino. Qua nessuno ti guarda in faccia. Nel confronto contro la vita, se sei lì, hai fallito. Punto. E’ l’unica cosa che conta. E Springsteen ci dà le coordinate: “in the darkness on the edge of town”. Batteria a scandire. Tamburello. Telecaster che accompagna te e la E-Street sempre più in là.

E’ un wall of sound molto minimal quello di Darkness, però garantisce il marchio di fabbrica che in Born to Run ha fatto furore. Ultima strofa del brano, dell’album. Lui, il protagonista, si è calmato. Tenta di dare a Sonny, all’ascoltatore, la sua idea di mondo e di società. Emergerà un quadro di depressione portato all’estremo. “Some folks are born into a good life, other folks get it” ovvero qualcuno nasce con una buona vita, altri se la procurano, ma “anyway anyhow I lost my money and I lost my wife” comunque sia ho perso i miei soldi e mia moglie. La fuga non è riuscita. Non ce l’ho fatta.

“Them things don’t seem to matter much to me now”. Ecco il nichilismo precedentemente citato che si nasconde dietro ad una finta corazza: dice che di quelle cose non gliene importa poi tanto. In realtà ne è dilaniato. Sonny, però, è lì. Non posso dirglielo così, in faccia. La scorza del NJ fa da barriera deleteria verso il mondo esterno. Difficoltà ad esprimere emozioni. “Tonight I’ll be on that hill `cause I can’t stop”. Ormai è tardi. Non ci si può voltare indietro, si può solo insistere.

Testardaggine? Forse. Orgoglio? Forse. Necessità? Forse. Non si trova una spiegazione certa, chiedetelo a Freud o a Castellitto, non spetta a me fare la diagnosi. Credo sia nella natura di ogni uomo, una questione di coerenza con le proprie decisioni personali, quelle che hanno deciso e cambiato in toto la nostra vita. Bruce urla e si dimena. Non mi posso fermare! Non posso, non posso e basta. “I’ll be on that hill with everything I got”. Sarò su quella collina con tutto ciò che mi è rimasto.

Ancora la collina. Non è a caso. Nulla è lasciato al caso. E’ cinematografia. E’ la collina, al crepuscolo, con l’inquadratura che si allontana. E’ la scena finale del film, la scena finale di un viaggio mentale, di questo pazzesco album. Adesso è solo poesia. “Lives on the line where dreams are found and lost”. Vite sul confine. Vite tra un mondo ed un altro. E’ il momento di uscire allo scoperto. E’ il momento in cui tutto cambia per davvero. Il confine dove “dreams are found and lost”, dove i sogni si possono incontrare, ritrovare e realizzare, oppure dove possono andare perduti. Per sempre. Nell’oscurità. E’ il confine con la vita. E’ il confine con te stesso. E’ il preciso momento in cui ti chiedi se puoi ritenerti soddisfatto. Se la tua vita merita almeno un 6. Dove capisci se lacrime sudore e sangue hanno dato un qualche minimo risultato soddisfacente.

I’ll be there on time and I’ll pay the cost
for wanting things that can only be found
in the darkness on the edge of town

Sarò lì. Sulla collina. Sul confine. Sarò là in tempo. “We can make it if we run”. No, quello era in Thunder Road. Non c’è nessun “we”. C’è lui. Il nostro Lui. Rimasto solo. Dice che sarà lassù in tempo. E sarà lì per volere cose che si possono trovare solo in un posto. Solo in quel posto.

Nell’oscurità. Ai margini. Della città.

L’inquadratura si allarga. Solo E-Street Band. E’ come se stessi osservando un contenitore vuoto. Tutto si è svuotato. Titoli di coda. Percepisci la dissolvenza. E’ ancora lontana. Sei nel limbo. Ragioni. Che fine ha fatto Lui? Chi sei tu per saperlo? La dissolvenza si avvicina. Fa la voce grossa. Ma non è ancora il suo momento. Ancora limbo. Ti fai delle domande. Te ne rimangono parecchie. Cosa c’è al di là della collina? Cosa vuole trovare di preciso? Lo sa solo lui. Sta a lui decidere. E’ un nulla. Non ha più niente. E’ stato prosciugato economicamente, emozionalmente, sentimentalmente. La sua vita è vuota. Dissolvenza, aspetta un secondo. Noi possiamo solo contemplarlo, il suo dolore. Non ci possiamo permettere nient’altro. E’ la tragedia del genere umano. La tragedia dell’epoca contemporanea. Della società che ti affama e non ti dà i mezzi per sfamarti. Possiamo solo contemplarlo. Niente altro. Silenzio.

Dissolvenza.
Solchi nel vinile. Fruscìo.
Si alza la puntina. Silenzio.
Buio. Buonanotte.
Dissolvenza.

Discography

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