Who’ll ease the sadness, who’s gonna quiet the pain

di Giorgio Fatilli.

PROLOGO

Ci risiamo.

Un altro concerto è terminato, nello specifico quello al Circo Massimo di Roma, e mi ritrovo in preda a quella sensazione che ben conosco, quella che mi piace chiamare “after show blues”, o semplicemente malinconia post concerto.

Non mi dilungherò nella descrizione dei sintomi, che tanto chi ha assistito almeno una volta ad un concerto di Bruce Springsteen li conosce bene.

Piuttosto vorrei tentare di trovare una soluzione, anche perché quest’anno le modalità della malattia sono particolarmente strane: per cinque concerti non l’ho mai avvertita, mi è poi piombata improvvisamente in testa al termine di quest’ultimo, restituendomi tutto quanto mi era stato risparmiato in precedenza, con gli interessi.

Che botta.

Chiaramente, il rimedio non c’è, a meno di avere già in tasca il biglietto per un concerto successivo.

Che è comunque un rimedio a termine.

E allora provo a trovare un’altra via d’uscita: scrivo due righe, provo a far uscire un po’ di quella magia che è rimasta dentro di me e non vuole venire fuori per paura di disperdersi, ma restando al chiuso fa male all’anima.

E la lascio uscire mettendola per iscritto. Mi sembra che funzioni meglio.

Catarsi letteraria.
Che paroloni.
Chissà se riuscirò a guarire scrivendo.
Che il gioco cominci.

SO LET THE GAME START, YOU BETTER RUN YOUR LITTLE WILD HEART

Questa volta pensavo che la malinconia non mi sarebbe mai arrivata.

Alla fine del primo concerto visto quest’anno, a Goteborg, nel pit del bellissimo stadio Ullevi gremito, mi sentivo raggiante.

Certo, all’inizio ho faticato, dopo tre anni che non vedevo Bruce mi tocca partire con un’esecuzione al pianoforte di The Promise. La somma di “gioia di rivederlo” più “emozione di ascoltare uno dei suoi pezzi più’ commoventi” dà per risultato “colpo basso”.

Non me l’aspettavo.

Dopo una canzone ho già gli occhi lucidi, il cuore accelera e la mente corre; come faccio ad andare avanti altre tre ore e mezzo? Non c’è problema, perché il concerto ne durerà quattro.

Ma mi riprendo, e il concerto prende quota; arrivano la mia amata The Ties That Bind, una sciamanica Spirit in the Night, una splendida (a sorpresa!) Save my Love.

Bruce è in forma, sta bene, la band anche, e il pubblico svedese lo adora, anche se dimostra il suo amore in modo diverso da quello spagnolo o italiano.

La gente è più “morbida”, si lascia scavalcare, difende meno la propria posizione.

Insomma siamo lì vicini a Bruce, io e la mia compagnia di pazzi, anche quelli arrivati allo stadio qualche ora dopo a causa di qualche contrattempo.

Ed è li sotto al palco che arriva il momento della rabbia di Youngstown e di Murder Incorporated e del canto liberatorio di Darlington County, che ci porta all’accoppiata che renderà ancora più memorabile questo concerto: una Tunnel of Love pazzesca, con il doppio assolo di Nils ad elevarla allo status di capolavoro e subito dopo una Drive All Night che, chiusa citando Dream Baby Dream, ci ripete “I just wanna see you smile, dry your eyes”. Parole che ottengono l’effetto opposto; nessuno sorride, nessuno ha gli occhi asciutti.

Il finale è splendidamente danzereccio, ma Bobby Jean e l’acustica Thunder Road chiudono riportandoci alla realtà, tra un mare di mani che fanno le onde e un ultimo groppo alla gola pensando che “we’re pulling out of here to win”.

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LET IT RAIN, LET IT RAIN, LET IT RAIN, LET IT RAIN

Ma niente malinconia.

Dopo il concerto ci attende il grazioso villaggio di pescatori presso il quale siamo alloggiati, la spaghettata aglio olio e peperoncino di Giacomo (meravigliosa!) e la certezza che dopo due giorni faremo ritorno a Brucetown.

L’ho soprannominata cosi’ Goteborg, perché in giro non si parla d’altro, i quotidiani hanno le sue foto in copertina, i bar e i ristoranti trasmettono le sue canzoni a tutto volume, su un quotidiano leggo addirittura che Bruce e’ il più grande artista svedese di sempre.

Ritengo siano i soliti difetti del traduttore di Google.

Il cielo e’ plumbeo, alcuni amici sono tornati in Italia, siamo rimasti in due ad affrontare la seconda data, e piove parecchio prima del concerto.

Niente paura, questa volta siamo sugli spalti.

E il concerto ci delizia come e più della sera prima, un po’ più breve ma con una scaletta leggendaria: due delle mie song favorite di sempre in sequenza (No Surrender e Something in the Night), Independence Day e’ intensa e partecipata da non poterla descrivere e Racing in The Street, Tougher Than The Rest e Jungleland fanno il resto.

Nel mezzo, una clamorosa The Price You Pay, e io penso “hai visto Bruce che il pubblico canta? dai che non è vero che non è un pezzo da stadio, ci sta, si può e si deve rifare”.

E così sarà.
Capolavoro.
Finale con This hard land acustica, Bruce lascia Goteborg ma non noi.
Noi ci saremo anche a Oslo.

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THE RAGAMUFFIN GUNNER IS RETURNIN’ HOME LIKE A HUNGRY RUNAWAY

E quale malinconia? Siamo in ferie, il tempo è buono, anzi sta migliorando, e la costa ovest della Svezia e’ splendida, mentre saliamo a nord.

E la Norvegia? Bisogna conquistarsela, riuscire a passare i controlli alla frontiera richiede notevoli capacità dialettiche, e pensare che in tutti questi anni non avevo mai avuto il sospetto di avere le physique du role del contrabbandiere.

Pero’ dopo la visita alla città ci meritiamo il terzo concerto in pochi giorni, atteso sempre come se fosse la prima volta, vissuto sempre come se fosse l’ultima.

Lo stadio Ullevaal è molto più piccolo del suo quasi omonimo svedese, più raccolto, e prima del concerto, guarda un po’, piove.

Ma comincio a pensare che porti bene.

Mary’s Place ci lascia attoniti come opening, e il primo disco di The river quasi intero mi porta ad esaltarmi (siamo tornati sul prato, così Crush on You me la posso ballare selvaggiamente).

C’è un culmine che mi piace ricordare, quattro brani in fila che hanno messo a dura prova la mia resistenza emozionale; superato questo test posso ritenermi pronto per il San Siro che verrà.

Lost in the Flood – fantastica, magnetica, un crescendo leggendario e un finale da infarto – Trapped – da urlo, quando sento l’attacco fatico a crederci, sto sognando – The River – a mio parere la versione più intensa ascoltata fin qui, da lacrime – e Point Blank! Non credo di poter esprimere quanto sia legato a questa canzone, quanti anni e quanti concerti abbia atteso di sentirla eseguire dal vivo, e come una sola esecuzione su 32 concerti visti mi sia sempre sembrata un’ingiustizia.

Ma Bruce in questo The River tour è qui anche per questo, per riparare ai torti.

Sono KO, guardo il cielo che sembra molto incerto, piove ancora un po’? Oppure no?

Nel frattempo arriva Backstreets, ho terminato gli aggettivi, anzi no, è assolutamente magnifica!

E la chiusura acustica stavolta è affidata a For You, cantata come un dio, se fossi entrato in quel momento allo stadio avrei pensato di essere all’inizio dello show. Pensare che qualcuno canti in questo modo dopo tre ore e 45 minuti di concerto non è umano.

Sgomento.
Meraviglia.
Ma niente malinconia.

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DO YOU STILL SAY YOUR PRAYERS LITTLE DARLIN’?

Eppure è strano, siamo tornati dalle ferie, abbiamo riposto la valigia e possiamo ricominciare ad esprimerci in italiano, dovrei avere almeno un po’ di rimpianto.

E invece no, San Siro incalza, la prima data la vedrò dal primo anello, è tutto quello che sono riuscito a rimediare, ma me la godrò sicuramente.

Eccome se me la godo! La coreografia stupisce il nostro eroe, e lui contraccambia in modo splendido.

L’inizio è simile ad Oslo, ma vedere il pubblico dall’alto è uno spettacolo; ovviamente preferisco fare parte della massa del parterre, ma anche essere fuori dalla mischia ogni tanto ha i suoi vantaggi.

E poi chi si ricorda nello stesso concerto Point Blank, Drive All Night, Trapped e Because the Night? In che anno siamo? Ho perso completamente la cognizione del tempo, a volte credo di stare sognando, ma no, è tutto reale, compreso il fatto che sono in piedi dall’inizio e nessuno mi ha ancora chiesto di sedermi.

Che pubblico quello di Milano! Se non mi stessi godendo uno splendido assolo a chiusura di Lucky Town mi girerei e stringerei la mano a quelli seduti dietro di me che probabilmente si stanno contorcendo per riuscire a vedere qualcosa ma non osano contestarmi nulla.

Ma forse non è così, forse la spiegazione è molto più semplice: sono in piedi anche loro, come tutto il settore in cui mi trovo. E come tutto lo stadio.

E in ogni caso prima o poi arriva Ramrod, e allora anche gli ultimi si devono arrendere, stare seduti non si può, ce lo dice anche Bruce a gran voce. Ma è possibile che poco prima, durante I’m a Rocker, ci fosse qualcuno che non lo aveva già capito?

Il finale è una festa, e all’uscita sembra che tutto il mondo si sia radunato qui: gli amici di sempre e i vecchi compagni di concerto ormai quasi persi, gli zii e i cugini, i colleghi di lavoro attuali e quelli che lavoravano con me dieci anni fa.

Tutti qui per Bruce, felici e spossati, non c’è spazio per la malinconia, tra due giorni si replica.

IT’S A LONG DARK HIGHWAY AND A THIN WHITE LINE CONNECTING BABY YOUR HEART TO MINE

Non mi accorgo nemmeno che passano, ‘ste 48 ore. Nonostante molte le trascorra sul selciato antistante lo stadio in coda per entrare.

Ma finalmente torno nel pit, il mio mondo, circondato dai miei simili.

Non importa se li conosco oppure no, se sono amici o perfetti sconosciuti, siamo tutti “too much of the same kind”.

Uniti per un unico obiettivo, che Bruce ci permette sempre di raggiungere.

Resta solo da stabilire come, questa sera.

Le prime risposte sono Meet Me in The City e Roulette, e sono già fuochi d’artificio, ma è solo l’inizio.

Benedetto l’uomo con il cartello che richiede l’esecuzione di Rosalita, la vivo alla grandissima, canto fino a sentire la gola che brucia e i polmoni che scoppiano, e Bruce è li vicino, vicinissimo e si diverte un mondo ad ascoltarci, la reciprocità di questo momento me la porterò dentro per tanto tempo.

Ancora di più porterò con me il vuoto di Something in The Night, lo stadio urla e poi si zittisce, la notte comincia ad ingoiare il giorno, il caldo non si placa e nemmeno l’emozione; “And left us running burned and blind…..chasing something in the night”.

Pazzesco, follemente bello, impiego un paio di brani a riprendermi, il concerto avanza ma io rimango altri dieci minuti “riding down Kingsley figurin’ I’ll get a drink”.

E poi ancora Racing in The Street, sto impazzendo oppure ogni volta che la sento l’assolo finale di Roy diventa più bello? No no, sono sanissimo di mente, è lui che ogni volta la suona meglio, mi conferma Alessandro al mio fianco.

Incredibile.

Mi piace il recupero di Lonesome Day, da quanto tempo non la ascoltavo, mi accorgo che mi mancava; e poi ancora The Price You Pay, spettacolare, il pubblico di San Siro qui fa la differenza, in cinque minuti di tale intensita’ che mi abbaglia. E’ buio ormai, eppure non riesco a tenere gli occhi aperti. E non sono i riflettori.

Ma ancora non ci siamo, Bruce ha voglia di suonare, ordina alla band di partire con Streets of Fire e nel finale, mentre ancora mi sto riprendendo dalla sorpresa, si lancia in un assolo lancinante, debordante, meraviglioso, uno dei piu’ belli che gli abbia mai visto fare in quasi trent’anni di concerti.

Immenso.

Quando grida “I’m a prisoneeeeeer of rock’n’rooooooooll!!!!” non mente, non recita, ma sentenzia. Anche a nome nostro.

Durante gli encore mi scateno, Seven Nights to Rock e Shout ci fanno ballare spensierati e Tenth Avenue Freeze-out oggi mi commuove più del solito, Big Man e Danny dove siete? Ho passato interi pezzi della mia vita ascoltandovi, e adesso non posso che gridare “I’m just calling one more time not to change your mind, but just to say I miss you babe, good luck, good bye” agitando le mani in segno di saluto verso il cielo, come stanno facendo tutti, MA PROPRIO TUTTI, nello stadio con il pubblico migliore del mondo.

“Stay hard, stay hungry, stay alive, and meet me in a dream in this hard land”.

Bruce ci saluta così, ma sembra che non se ne voglia andare, esita prima di uscire come se volesse anche lui assaporare gli ultimi momenti con noi.

E adesso la malinconia arriva, penso io, si torna al lavoro e Roma è ancora lontana…e invece no, ne sono ancora immune.

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HEY VIBES MAN, HEY JAZZ MAN, PLAY ME A SERENADE

Il numero 236 campeggia sul dorso della mia mano destra, al Circo Massimo bisogna fare sul serio, altrimenti si rischia di trovarsi imbottigliati come in una coda autostradale.

Gli appelli, le passeggiate per Roma, gli aperitivi e le cene in trattoria e il tempo vola via, fino al giorno del concerto, che gia’ sa di speciale per la location. Che città, Roma. Luoghi splendidi contornati da traffico infernale, scorci paradisiaci continuamente interrotti da sirene che cercano di farsi largo tra le auto. Però ci siamo, vicinissimi a Bruce e alla Legendary E Street Band, io e i soliti amici.

Più vicini che mai, in questa tornata di concerti.

Le seggioline aggiunte vicino al pianoforte per l’occasione fanno sognare, la sezione d’archi sale sul palco per prima e, in un tripudio di cuori rossi sventolanti, Bruce è lì, di nuovo tra noi, di nuovo sorpreso, di nuovo a sorprenderci.

New York City Serenade in apertura di concerto no, non l’avrei mai creduto. E invece è così, il brano lentamente prende quota, lo vivo, LO VEDO (in fondo, come Jungleland, è un film, non una canzone) fino a quando sento intorno a me il corso singing, singing, siiingiiing, siiingiiing e mi sciolgo.

Mi sembra di essere tornato al primo concerto, a Goteborg. Con un inizio così sono già devastato, mi asciugo le guance e aspetto le mosse di Bruce, che adesso vuole farci divertire. Summertime Blues è splendida e perfetta per questa giornata caldissima, lo stesso vale per Boom boom e soprattutto per il Detroit Medley, tirato fuori dal cilindro (anzi no, è un cappellino con visiera) e che letteralmente ci ribalta.

Il pubblico intorno a me è eterogeneo, ci sono polacchi, russe, israeliani, olandesi, belgi e bosniaci, ma tutti parliamo la stessa lingua, abbiamo lo stesso sorriso e la stessa luce negli occhi.

Non so se è un miracolo, ma certo è una sensazione fantastica.

The ghost of Tom Joad è meravigliosamente intensa, The River sembra non finire mai, e con Point Blank, Tougher Than The Rest e Drive All Night la notte diventa buia, tragica e disperatamente romantica.

“Meet in the land of hope and dreams” ci sussurra Bruce, per poi ricordarci che “the poets down here don’t write nothing at all, they just stand back and let it all be”.

Ci siamo, ballo durante una Dancing in the dark che amo, sempre e comunque, e quando arriva Thunder Road gli occhi luccicano.

I miei, quelli dei miei amici, quelli degli sconosciuti intorno a me, e forse anche quelli di quell’eterno ragazzo sul palco che, armonica a tracolla, ci racconta di nuovo la storia che vorremmo sempre riascoltare, quella che ci ricorda che i sogni sono vivi questa notte.

E adesso la malinconia esplode, violenta, e mi prende alla sprovvista.

MISTER I AIN’T A BOY, NO, I’M A MAN, AND I BELIEVE IN THE PROMISED LAND

Mi sento meglio.

Forse ha funzionato.

Ho vissuto un mese meraviglioso, ed era giusto ripercorrerlo, e adesso ho in mente tutte le facce delle persone che ho incrociato nel corso di questo periodo, sono tantissimi, con alcuni ho passato intere giornate e con altri pochi minuti, ma sono tutti parte di questa piccola storia.

Un ringraziamento particolare va ad Alessandro, senza il quale nulla sarebbe stato lo stesso.

E poi a Giacomo, che ha aggiunto vitalità ed entusiasmo (e un po’ di peperoncino) senza risparmiarsi.

Un grazie a Sergio, senza il quale forse mi sarei perso il primo concerto di San Siro oltre ad una certa quantità di Prosecchi (il termine è da usare rigorosamente al plurale).

Grazie a Giada per la sua passione in continua crescita e per i suoi sorrisi, anche questi coniugati sempre al plurale.

Grazie a Frank per avermi permesso di osservare l’espressione stupita di chi vede il nostro eroe per la prima volta, che poi è rimasta la stessa anche per la seconda, la terza e la quarta (e come ti capisco, ragazzo).

E grazie anche a tutti coloro che non conosco, con i quali ho parlato, riso, scherzato, ballato avendo sempre la certezza di essere sulla stessa lunghezza d’onda.

Li accomuno tutti utilizzando il nome di Susanna, la ragazza di Sarajevo con la quale a Roma ho condiviso l’attesa per l’inizio del concerto e una meravigliosa Dancing in The Dark.

“The E Street Band loves you!”

Anche noi, Bruce.

Il mondo torna ad essere quello che è sempre stato, ma noi abbiamo avuto la possibilità, di nuovo, di vedere cosa c’è dall’altra parte, sull’altra sponda del fiume.

Luci spente.
Stadio vuoto.
Cuore gonfio.

The River Tour 2016

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