Non è solo rock’n’roll

di Andrea Boido.

Una cosa che ho maturato negli ultimi anni è un certo fastidio per l’eccessiva enfasi legata al racconto di tutto quanto riguarda Springsteen. Che suona strano pure a me, visto che fino a poco tempo fa pensavo fosse l’unica cifra espressiva possibile per trattare l’argomento. Non credo sia solo colpa mia. Tutto il periodo in cui si buttava lì la parola bloodbrothers a casaccio ha fatto i suoi bei danni. Rendersi conto che era anche lo stile di marketing dell’organizzazione springsteeniana pure. A forza di recensioni di show che suonano come passi di un poema cavalleresco e comunicati stampa che paiono scritti da corrispondenti di guerra di inizio ‘900 dopo un po’ la leggerezza e l’ironia diventano l’unica via d’uscita.

Quanto segue contraddirà pesantemente tutto quello che ho appena scritto. Perché a Roma credo di aver assistito a un miracolo e non credo che qualcuno mi potrà mai convincere del contrario.

Confesso di non aver letto le altre recensioni, lo farò presto. Non so perciò se quello che sto per scrivere è condiviso o un’allucinazione solitaria. Fa poca differenza.

Immagine2

È stata una serata che mi ha ridato quello che una volta definiva i concerti di Springsteen con la E Street Band. Che non era il fatto di durare in media quasi quattro ore, cosa che prima del 2012 in fondo era stata vera solo per la prima parte del River tour originale. Prima e dopo i concerti si aggiravano per lo più attorno alle tre ore. A volte anche meno. Ma nessuno aveva di che lamentarsi.

E non era nemmeno quello di cambiare le scalette radicalmente da una data all’altra, che è creazione abbastanza recente. Fino al 2008 le scalette erano per la maggior parte scritte nella roccia, con magari 4-5 punti in cui si alternavano un numero spesso abbastanza ristretto di canzoni. E anche in quel caso nessuno tornava a casa scontento.

La cosa davvero essenziale era un’altra: quella di avere davanti per tre ore un artista che cantava ogni singola parola come se fosse la cosa più importante e suonava ogni maledetta nota come se da essa dovesse dipendere il destino dell’universo. Era questo, alla fine, che ti rimandava a casa cambiato, che non ti faceva toccare terra per i tre giorni successivi, che ti faceva iniziare subito a mettere da parti i soldi per il prossimo concerto o la prossima tournée. Non l’idea di stare in prima fila e toccarlo, non quella di salire sul palco a ballare con qualcuno a caso, non quella di vedere tuo figlio con il microfono in mano storpiare una canzone, non partecipare a file di cinque giorni, non fare la collezione di canzoni ascoltate, no. Nulla di tutto questo. Era il fatto che per tre ore venivi trasportato in un altro luogo edificato dall’arte di una singola persona, un luogo dove la tua vita diventava epica, dove i tuoi problemi, le tue sconfitte e le tue vittorie venivano innalzate e glorificate. E dove, allo stesso tempo, potevi liberarti di ogni peso ed essere felice, veramente felice, anche se solo per qualche ora. Era catarsi, era gioia, era qualcosa che dava un immediato senso a tutto quello che avevi vissuto fino a quel punto, per quanto confuso e deprimente potesse essere.
Questo era un concerto di Springsteen & The E Street Band. Era una cosa terribilmente seria, anche nei momenti in cui ti faceva ridere o sorridere.

Poi, da qualche parte durante la “reunion era”, di tutto questo sono rimaste solo tracce. Se devo proprio segnare un anno, direi il 2009, ma la cosa è stata abbastanza progressiva e qualcuno magari potrebbe anche dirmi che il processo è iniziato molto, molto prima. E per molti versi sarei anche d’accordo con lui. Però resto dell’idea che con il tour di Working on a dream qualcosa si sia definitivamente spezzato.

Personalmente nel 2009 di colpo mi sono ritrovato a pensare che i suoi concerti non erano più una cosa seria. Potevano ancora essere delle clamorose serate di musica, ma avevano perso l’essenza di cui scrivevo prima.

Era diventato quasi solo rock’n’roll.

13698265_10209767720974886_2715409351864545927_o

Il manierismo c’era pure prima, ma serviva solo da impalcatura a uno show che era composto di cuore e anima. E soprattutto della convinzione profonda di stare facendo qualcosa di fondamentale. Una volta che cuore, anima e convinzione hanno iniziato un po’ a spegnersi, il manierismo è sembrato ancora più grande ed evidente, fino a portare a galla un’espressione che è l’esatta antitesi di tutto ciò che erano prima i concerti di Springsteen: “pilota automatico”. Magari inserito per sole tre canzoni, a volte per interi concerti. Prima potevano esserci serate sfortunate, magari anche disastrose (rarissime, ma c’erano) ma mai “telefonate”.

E sapete una cosa? Bene così. Non si può passare la vita a immolarsi sul palco e a fare per tre ore a sera il redentore delle pene di migliaia di persone. Una delle frasi più significative che abbia mai sentito riguardo a Bruce l’ha detta credo Ligabue “Springsteen da decenni si porta milioni di anime sulle spalle”. Prima o poi quelle anime iniziano a pesare. Le scarichi o ti fai schiacciare. A un certo punto credo le abbia scaricate e iniziato a pensare solo alla sua e a quelle di chi gli sta più vicino. Accusarlo per questo credo sia profondamente ingiusto, proprio per tutto quello che ha fatto prima. E che magari l’abbia fatto per esorcizzare i suoi di demoni e non i nostri fa poca differenza.

Però poi, nel momento e forse anche nel luogo dove meno te l’aspetti, arriva la serata che fa saltare la logica e forse anche il continuum spazio-temporale. E così, per quasi quattro ore al Circo Massimo, ho rivisto lo Springsteen che mi ero perso per strada e che non pensavo avrei più ritrovato: quello che fa tremendamente sul serio in ogni nota suonata, in ogni parola cantata. Quello che crede profondamente in ogni canzone. Quello che il pilota automatico nemmeno sa cosa sia e come funzioni.

Non so cosa sia stato. Forse la consapevolezza che la fine della leggenda dell’E Street Band questa volta possa davvero essere a poco più di dieci concerti di distanza. O forse il trovarsi in un luogo che è un insulto per chi vuol vedere uno show come si deve, ma che a chi è sul palco restituisce un colpo d’occhio unico al mondo. O forse anche il pubblico più incredibile di cui io mi sia mai trovato a far parte, capace di alternare alla perfezione silenzio e pandemonio.

Forse tutto questo, o forse solo qualche pensiero che ha attraversato la sua mente e che non conosceremo mai. Io so solo che sulla coda di NYC Serenade l’ho visto guardare tutto quello che aveva davanti e commuoversi fino alle lacrime. E che da quel momento in poi il Circo Massimo è stato inghiottito da un varco temporale che ci ha riportato a quello che solo i concerti di Springsteen con la E Street Band sapevano essere: tre accordi e la verità che nel giro di tre ore ti cambiavano la vita.

Personalmente in quelle quattro ore mi sono visto passare davanti le tre decadi abbondanti trascorse respirando quella musica e quelle parole. I posti e i momenti in cui l’ho ascoltata, le emozioni a cui hanno dato un senso, i dolori che hanno lenito, le risate che hanno provocato. Le persone che mi hanno fatto incontrare. E perdere. E amare.

Non è stato solo rock’n’roll, proprio per niente.

Se davvero questo è stato il mio ultimo valzer con l’E Street Band, il sipario non poteva chiudersi in modo migliore.

Grazie a tutti quelli che hanno ballato assieme a me.

The River Tour 2016

Benvenuto su badlands.it

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: