Il fantasma di Belfast

Uno Springsteen impegnato in tour in versione solo acustica è stato per anni il sogno di molti.

Qualcosa aveva fatto intravedere agli esordi negli anni ’70 quando si esibiva in piccoli spazi come il Max’s Kansas City a New York, poi nel 1986 con la partecipazione al concerto di beneficenza a sostegno della Bridge School di Neil Young ma bisogna attendere gli anni ’90 per assistere a dei veri concerti come solista senza il supporto di una band. I due concerti del 16 e 17 novembre 1990 allo Shrine Auditorium di Los Angeles (già pubblicati ufficialmente lo scorso anno) sono quelli dove è stato piantato il seme dal quale germoglierà il tour acustico di The Ghost of Tom Joad cinque anni dopo.

Quella che viene pubblicato oggi è la prima testimonianza ufficiale di quel tour. E’ Il 19 marzo 1996 e siamo alla King’s Hall di Belfast nell’Irlanda del Nord, il tour è già in corso da qualche mese e questa è circa la cinquantesima data. Springsteen ha scelto di esibirsi nei teatri, spesso in città mai toccate dai precedenti tour, per avere un’atmosfera più raccolta ed intima, che gli consenta di catturare tutta l’attenzione del pubblico e non manca di ricordarlo quando sale sul palco:

Tutta la musica questa serata è molto tranquilla, quindi ho davvero bisogno del vostro aiuto per ottenere quel tipo di silenzio. Se qualcuno non riesce a tener conto di questa semplice richiesta… gentilmente e con il sorriso sul viso, chiedo loro di… chiudere quella cazzo di bocca.

L’ammonimento è fermo e determinato perché Springsteen vuole mettersi al centro del palco come narratore di storie vere, senza i clamori e l’epica degli show degli anni ’80. Un artista che vuole pretende il controllo totale della narrazione per riappropriarsi del proprio spazio, spogliarsi del mito e tornare a raccontarsi come uomo.

Quello che viene presentato in questo tour è un insieme di nuovi brani, tratti dall’album The Ghost of Tom Joad, combinati con classici già noti e l’aggiunta di qualche inedito, il tutto presentato in una chiave scarna, quasi dimessa, ma dal forte impatto emotivo: solo voce e chitarra.

 set126.jpg La scaletta:
THE GHOST OF TOM JOAD / ADAM RAISED A CAIN / STRAIGHT TIME / HIGHWAY 29 / DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN / MURDER INCORPORATED / NEBRASKA / THE WISH / IT’S THE LITTLE THINGS THAT COUNT / BROTHERS UNDER THE BRIDGE / BORN IN THE U.S.A. / DRY LIGHTNING / REASON TO BELIEVE / YOUNGSTOWN / SINALOA COWBOYS / THE LINE / BALBOA PARK / ACROSS THE BORDER / BOBBY JEAN / THIS HARD LAND / STREETS OF PHILADELPHIA / GALVESTON BAY / THE PROMISED LAND

Nella serata Bruce propone anche tre brani ancora inediti all’epoca:“The Wish”, “TIt’s the Little Things That Count” e “Brothers Under The Bridge”. Soprattutto quest’ultima è forse uno dei momenti più alti dell’intero show.

Alcuni classici come “Born in the U.S.A.” vengono riproposti in una versione molto scarna, ripuliti da pesanti sovrastrutture musicali e riportati all’essenziale. Sostanzialmente come erano stati pensati e scritti per l’album Nebraska che purtroppo all’epoca non ebbe un tour a supporto e nessuna presentazione dal vivo.

Come nella maggior parte degli spettacoli di questo tour, il set principale si chiude con un gruppo di quattro brani da Tom Joad che raccontano storie di frontiera e migrazione: “Sinaloa Cowboys”, The Line”, “Balboa Park” e “Across The Border”. Nello specifico il confine geografico è quello tra California del sud e Messico, luoghi probabilmente frequentati da Springsteen nei suoi anni losangelini e che lo scrittore messicano Carlos Fuentes descrive come qualcosa di più simile a una cicatrice che a una frontiera.

Non resta che dedicarsi all’ascolto dello show in religioso silenzio e immergersi in queste atmosfere dalla musicalità rigida ed essenziale, con una narrativa impegnativa, non di facile presa immediata ma che a distanza di vent’anni è ancora molto affascinate.

Discography, Live, The Ghost of Tom Joad Tour

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