E’ duro essere un santo se sei un ragazzo

di Marco Gioanola.

E’ noto che avventurarsi nel cercare interpretazioni assolute nel testo di una canzone può essere rischioso e forse nemmeno pienamente legittimo, ma alcune volte il potere evocativo di certe parole, certe immagini, continuano a ronzarci nelle orecchie, come se quelle parole avessimo voluto dirle noi, o in quelle scene ci ritrovassimo alla perfezione. E allora ci si arroga il diritto di prendere una canzone ed adattarla a proprio uso e consumo, trasformandola nella “nostra versione” di quella canzone. E, per inciso, questa è la forza che tanti hanno trovato in quanto ha scritto e cantato Bruce Springsteen negli ultimi 30 anni.

I primi due album, “Greetings…” e “The Wild…”, sono, in un certo senso, isolati rispetto alla successiva produzione discografica: musicalmente, come arrangiamenti, nei testi. Lo stesso Springsteen ha ironicamente ammesso di non sapere nemmeno egli stesso se e cosa voleva rappresentare con certi versi di alcuni di quei brani. Alcuni pezzi, però, ci presentano una vena “poetica” poi abbandonata nei successivi lavori: le immagini evocate in “Growin’ up” e “It’s hard to be a saint in the city”, in particolare, sono del tutto originali all’interno della “scrittura” springsteeniana.

“It’s Hard To Be A Saint In The City” è un ritratto metropolitano evocato molto efficacemente con una serie di immagini e, a volte, vere e proprie sequenze cinematografiche, scritte, ricordiamolo, da un ragazzo di 22-23 anni.

La descrizione del protagonista avviene disegnando alcuni tratti quasi da fumetto, da stereotipo di “duro” metropolitano: “skin like leather and the diamond-hard look of a cobra”, “blackjack and jacket and hair slicked sweet”, il “duro” appare sulla scena “camminando come Brando” o accennando qualche passo di danza “come un casanova”… ma l’inquadratura si allarga, lui scende in strada, se ne sente il battito, appaiono le ragazze a commentare, un mendicante all’angolo a domandare, come un refrain, “nickels for your pity”, e quei ragazzi sullo sfondo a fare gli sbruffoni…

Insomma, il re del vicolo, il principe degli straccioni, il profeta dei papponi, scende, scende, nei vapori della strada ardente dal sole, fino a incontrare la faccia sporca di quel paesaggio da Marlon Brando patinato.

Qui, attraverso l’apparizione di lucifero in persona, dei sotterranei accaldati che battono implacabili un ritmo diabolico, il ragazzo scopre quanto è difficile essere un santo, un pulito, quanto può rivelarsi solo un’illusione quel mondo fatto di ragazze all’angolo della strada e balli alla Casanova….

…mi meraviglia sempre trovare un racconto vecchio di decine d’anni e scoprire che era vero allora, lo è oggi, e quelle cose accadranno anche domani. Un santo, un puro, un ragazzo per le vie della città si sente al riparo dai dolori della vita, dalle fatiche del lavoro, dai fallimenti che ti pesano sulle spalle quando hai 50 anni, dalle bugie in cui rimani invischiato per tutta la vita, ma si ritrova, magari, asfissiato dall’abbraccio della città, accerchiato da zombie, a un passo dall’inferno stesso… Il santo, il puro, può bruciare la sua vita se non trova la forza per divincolarsi da una stretta mortale: e chi ha conosciuto qualche amico che ha giocato la sua vita con un buco o una bottiglia invece di rimanere un santo, sa di cosa si sta parlando quando “il Diavolo appare -o anche <<sembra>>- come Gesu'” emergendo dal vapore della strada.

Il “backstreet gambler”, che fino a quel momento aveva avuto “the luck to lose”, suda e ansima nel calore del pomeriggio, sente il diabolico soffio sul collo, è trascinato negli oscuri sotterranei, dove ci si regge a un fragile filo in bilico sul margine… è troppo caldo lì sotto, può farti scoppiare, cerchi di andartene ma sei ricacciato al tuo posto, ti dimeni, il cuore ti batte forte, vuoi uscire, non ce la fai, il caldo annichilisce ogni resistenza… e alla fine, respiri! finalmente hai la testa fuori da quel buco, ce l’hai fatta, sei sulla strada di nuovo… ossigeno, luce!

E la vedi diversa, la strada, le ragazze sono carine e sorridenti, lo zoppo all’angolo è quasi rassicurante nel suo piagnucolare “nickels for your pity” come un ritornello, e i ragazzi là in fondo continuano a fare gli sbruffoni come se niente fosse…

Com’è duro fare la parte del santo per le strade della città, quando sei solo un ragazzo…

Se negli anni successivi Springsteen racconterà i suoi “film musicali” abbandonando gradualmente non solo i vicoli “magici” dove si aggira il Saint in the City ma anche le jungleland da melodramma moderno e i misteriosi appuntamenti al fiume per “filmare” gli uomini che entrano nella fabbrica, le vie vuote della città natale, i militari che tornano a casa dalla guerra, in Saint in the City il realismo lascia spazio all’ambientazione, all’atmosfera, alle sensazioni suggerite più che realmente delineate. La scena di questa canzone non è meno chiara di altri “set” preparati negli anni a seguire, ma non troviamo più nulla di simile nelle successive ambientazioni. Nel giro di 5 anni, passiamo dalle affollate immagini degli incontri sul Greasy Lake, dai vertiginosi viaggi nella stratosfera del cosmic kid di “Growin’ Up”, alla monolitica ed esclusiva presenza sulla scena del suono della sirena di Factory, dell’uomo che stuzzica con un bastone un cane morto al bordo della strada, desolata e sconcertante, in “Reason To Believe” altri 5 anni dopo. Lo Springsteen che incontra il Diavolo tra i vapori del vicolo, che bombarda dall’alto la sua vecchia scuola, che non pensa neanche per un attimo ad atterrare, che trova le chiavi dell’universo nel motore di una vecchia auto, è rimasto impigliato a metà strada tra il ragazzino che correva al Greasy Lake e si divertiva a scrivere “nuns run bald through vatican halls pregnant” e l’uomo che è facile trovare nell’oscurità’ ai margini della città… è duro rimanere un santo quando sei solo un ragazzo, ma è impossibile ritornare ad esserlo quando sei un uomo.

Discography

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