Il Socrate del sassofono

di Carin Rose e Glenn Radecki.

Il Re dell’Universo, il Grande Kahuna, il Principe della Città, il Duca di Paducah, Clarence Clemons ha iniziato la sua quarantennale amicizia e partnership musicale con Bruce Springsteen nel settembre del 1971, ad Asbury Park […] ed è diventato il Big Man in un’epoca in cui tutti nella band avevano un soprannome. Divenne famoso per il modo in cui s’agghindava per salire sul palco, rivaleggiando con il suo compatriota Miami Steve Van Zandt (“quando la nostra era una band in cui si portava il cappello!”). Il completo bianco, il completo rosso, i cappelli, le cravatte, le sciarpe… tutta roba che divenne parte della leggenda, fino ai dreadlocks che si fece crescere alla fine degli anni Novanta e al maestoso mantello che indossava durante il Working on a Dream Tour. Clarence era la controparte scenica di Bruce. La sua leggenda divenne più grande pure di un gigante come lui: era un supereroe la cui reputazione veniva rinforzata dall’inesauribile elenco di superlativi che il Boss inventava per lui quando presentava la band: “Re del Mondo, Signore dell’Universo, autore di bestseller, Socrate del sassofono… C’è bisogno che io dica il suo nome?”.

Bruce e Clarence erano Scooter e Big Man, erano il bianco e il nero, il piccoletto e la montagna. Era ancora una mossa coraggiosa nei primi anni Settanta – specie in certe zone del Paese – l’avere un afroamericano in una band di bianchi, specie poi se ci ballavi e ci scambiavi un bacio in bocca. L’America usciva da poco dalle battaglie del movimento per i diritti civili e ogni tanto alla E Street Band gli albergatori rifiutavano alloggio. Ma quell’accoppiata sarebbe diventata iconica, fissata per sempre nella leggendaria foto di copertina di Born to Run realizzata da Eric Meola; e trentaquattro anni più tardi il mondo avrebbe salutato con un’ovazione una quasi identica immagine durante il Super Bowl del 2009.

Clarence era anche il protagonista delle decine di storielle raccontate da Bruce durante i concerti. Era lui quello che camminava in un bosco assieme a Bruce alla ricerca di una zingara; era lui a indicare al Boss dove poteva trovare Dio e chiedergli se avrebbe dovuto diventare uno scrittore o un avvocato; era lui che in una foresta vide apparire per primo Little Melvin and The Invaders su un’astronave. […]

Il suo strumento ha portato il soul nella E Street Band. Bruce ha preso Clarence con se quando doveva completare Greetings from Asbury Park, NJ e da quel momento se l’è portato in tour. “Rosalita” o “Growin’ Up” sono inimmaginabili senza la sua presenza; il sassofono di Big Man è diventato ben presto la firma del sound springsteeniano, fino a diventare il cuore dell’album Born to Run: basti pensare all’assolo su “Thunder Road”, l’intro di “Tenth Avenue Freeze_out” e la sua parte leggendaria in “Jungleland”.

Se il sassofono è presente con tre assoli fondamentali su Darkness on the Edge of Town e compare qua e là su Born in the U.S.A. è in The River ad essere praticamente onnipresente: “The Ties that Bind”, “Sherry Darling”, “Independence Day”, Out in the Street”, il riff di “Cadillac Ranch”, l’assolo batticuore su “Drive All Night”…

In anni più recenti, il sax di Clarence ha giocato un ruolo essenziale in pezzi come “Land of Hope and Dreams”, “My City of Ruins” e “Long Walk Home”, tre dimostraizoni lampanti che il suo strumento era rimasto fondamentale nell’architettura sonora della E Street Band. Anche quando la sua mobilità si era ridotta, la sua presenza scenica era rimasta intatta. Compariva in scena prima di Bruce, accolto da un enorme boato, e da quando le sue ginocchia non ce la facevano a salire il gradini del palco, Bruce aveva fatto costruire un ascensore appositamente per lui.

Fino a quando racconteremo la sua storia, ascolteremo le canzoni e lo ricorderemo, Big Man sarà con noi.


Versione originale pubblicata su backstreets.com
Traduzione di Leonardo Colombati

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