Abbagliati dalla luce

di Luca Giudici.

I concerti di Springsteen racchiudono molti dei differenti aspetti propri dell’essere comunità: la festa, il rito, la lotta, la spiritualità, il mito. L’identificazione collettiva vissuta dal pubblico è totale. Nei blog e nei forum dei fan club, sono milioni i resoconti a testimonianza di un rapporto profondo e univoco. Le persone trovano in lui motivazioni, spessore e stimoli. Si potrebbe facilmente pensare che si tratta di un processo ai limiti dell’idolatria, quindi della creazione di un “fantasma” a cui si chiede di risolvere i problemi di una insopportabile quotidianità. In parte è vero: è innegabile che una quota dei fan sia affine agli adolescenti che lasciano convergere sulla boy band del momento le proprie aspettative e la propria visione del mondo. Ma vi sono anche dichiarazioni di adulti, o di persone assolutamente fuori da quest’ottica, che riconoscono a Springsteen la capacità di individuare nel personaggio di una canzone, nelle microstorie che racconta, la scheggia di umanità che avvicina chiunque l’ascolti.

È così che ci s’identifica, ci si riconosce, in Mary, Johnny, Rosie, Frankie e nelle mille figure che popolano la fenomenologia springsteeniana. La poetica si rivolge quindi, da un lato, a un pensiero che trascende la quotidianità e, dall’altro, al vissuto dei suoi personaggi. Questi vettori culturali sono sempre compresenti, ma in certi momenti uno prevale sull’altro.

Vi sono album come Born To Run, Born In U.S.A. e The Ghost Of Tom Joad in cui la costruzione dei miti appare centrale. In certi casi, Springsteen rivolge la sua domanda verso uno spazio ove questa possa riecheggiare, in altri invece il musicista è solamente una membrana, un filtro alle infinite voci del mondo: la sua opera consiste nello scegliere le più rappresentative e farsene portavoce. Darkness On The Edge Of Town, The River, Nebraska e Devils & Dust sono invece sequenze di microstorie che si collegano tra loro come tasselli di un mosaico in continua costruzione. Esiste un filo rosso che unisce certi aspetti della lirica di Springsteen. Nel momento in cui il suo scavo nell’animo umano cerca di assumere una certa universalità, allora prende corpo lo scarto che trasforma lo sguardo orizzontale in uno sguardo verticale, dando forma alla cifra evocativa dei suoi testi ed elevando così una domanda esistenziale nel mondo epico delle Badlands o di Jungleland.

Quando nell’autobiografia racconta la genesi di Nebraska e Born In The U.S.A., il suo discorso è concentrato sugli elementi comuni dei due lavori, di fatto complementari ai suoi occhi, e di come essi rappresentino due modelli opposti ma coesistenti. Springsteen è cosciente dei rischi a cui si sta esponendo, ma sa anche che

Controllare fino in fondo la traiettoria della tua carriera è impossibile. Gli eventi storici e culturali creano una opportunità, una canzone speciale ti piove addosso, si apre una finestra sulla possibilità di lasciare il segno, comunicare, conquistare il successo, espandere i tuoi orizzonti musicali. […] E tu osservi la finestra: devi avvicinarti? Devi guardare fuori? Devi farti una idea del mondo? Devi gettarti dalla finestra senza sapere dove atterrerai? Sono scelte impegnative: conosco grandi artisti che hanno rifiutato o ridimensionato le possibilità per intraprendere un altro percorso, ma ciò nonostante hanno fatto musica straordinaria e avuto carriere importanti. La strada maestra non è l’unica strada.

È come se volesse sottolineare quanto sia stato facile – in un certo qual modo – far sì che Nebraska restasse puro e limpido, un cristallo di perfezione, una formula diretta che salvaguarda per intero l’autenticità e il rigore dell’autore, e contestualmente ribadire che anche Born In The U.S.A. porta contenuti analoghi, solamente che il successo e la popolarità raggiunta dal pezzo hanno costretto Springsteen a un continuo lavoro di traduzione e reinterpretazione, per liberarne il significato più profondo.

Chi scrive canzoni desidera essere compreso. L’interpretazione è politica? Suono e forma equivalgono al contenuto? Nebraska e Born In The U.S.A. erano agli estremi.

Born In The U.S.A. – si può affermare con buona approssimazione – in un certo senso ha preso la mano all’autore, sia per quanto riguarda la title track, che pure lui difende anche nella forma, sia per il video di Dancing In The Dark

Born In The U.S.A. [l’album, nda] e Dancing In The Dark mi avrebbero permesso di sfondare sul serio nel mainstream. Ero sempre stato scettico riguardo ai dischi di successo e alla conquista del pubblico di massa. È giusto esserlo, perché ci sono dei pericoli. Valeva la pena di esporsi in quel modo, di subire il disagio della ribalta e di sacrificare una parte così sostanziale della mia vita? Non rischiavo di annacquare il mio messaggio fondamentale e la mia missione, riducendo le migliori intenzioni a meri simboli o peggio ancora?

È evidente che la risposta che Springsteen si dà è positiva, anche se ben cosciente del rischio insito nel modo stesso in cui ha pensato certi album (oltre a Born In The U.S.A., Born To Run in particolare): diventare retorici. Per lui è il più grave errore che si possa commettere, visto che significa allontanarsi dal pubblico e dalle persone, che lo vedono e comprendono unicamente per il suo modo diretto e non ideologico di porsi.

Nell’autobiografia, riferendosi al mixaggio finale di Born To Run, sottolinea in più occasioni come siano stati Landau e il resto della band a convincerlo della bontà del suo lavoro, visto che

sentivo solo quelli che ritenevo i difetti del disco, il pomposo sound rock e la vocalità «New Jersey-Orbison-Pavarotti», vale a dire proprio gli elementi che gli donavano la sua splendida e magica potenza. Era un rompicapo: non potevo rinunciare agli uni senza perdere anche l’altra.

Springsteen aveva ragione. Il disco in quel momento rischiava di scivolare nella ridondanza, ma fu la sua personalità a evitare il problema. Bruce continuerà a ripensare questo concetto, e con Darkness On The Edge Of Town, ma soprattutto con The River, si allontanerà definitivamente da queste formule, che oggi definiremmo forse didascaliche. Vent’anni più tardi, all’uscita di Devils & Dust, sentirà il bisogno, parlando della title track dell’album – che affronta la questione della guerra in Iraq – di sottolineare l’assenza di retorica nel pezzo, e di come per lui proiettarsi nel punto di vista del personaggio sia proprio un modo di evitare certe trappole.

Luca Giudici – Abbagliati dalla luce
ZONA Music Books, 2019
Pagine 136 – EURO 17 – ISBN 9788864388267
Foto di copertina Simone Cetorelli

Il rapporto che lega Bruce Springsteen al suo pubblico non ha eguali nella storia del rock, e si rileva in tutta la sua potenza negli oceanici concerti dal vivo in compagnia della E Street Band. Officiante di un rito musicale fondato sulla condivisione piena di quanto accade sopra e intorno al palco, Springsteen conquista con la forza del suo linguaggio e della sua inquietudine, della sua umanità ammalata di sogni perduti, padri assenti, promesse tradite. Come ha fatto questo ragazzo del New Jersey a diventare uno dei più grandi fenomeni – anche commerciali – del rock mondiale senza snaturare sé stesso e la sua musica? È a questa domanda che prova a rispondere – con grande trasporto – il libro di Luca Giudici, tra le pieghe di
pubblico e privato.

Luca Giudici
Classe 1962, nato e cresciuto a Milano, laureato in filosofia della scienza alla Statale, vive oggi in Trentino. Oltre che filosofo e papà, è cultore di fantascienza letteraria e cinematografica, e in particolare delle sue espressioni più recenti, cyberpunk, new weird e distopiche. Appassionato di Bruce Springsteen da oltre quarant’anni, il suo approccio alla musica spazia da Puccini ai Soft Machine, passando per i Dead Kennedys.

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