Metti una sera all’ippodromo

di Piero Gattone.

Lo ammetto dopo Stoccolma mi era salita la carogna.  L’idea di fermarmi dopo Milano, mi sembrava, sempre più una stronzata. Killkenny, viene scartata a priori, cade nella settimana in cui è impossibile scomparire. Belfast, la settimana prima è altrimenti irraggiungibile, i voli costano una follia. Cerca che ti cerca, scarta che ti scarta, rimane solo l’urbe. In un ippodromo. Tanto per rendere le cose più semplici la location è ubicata un po’ oltre la ridente località di in culo ai lupi.

Una telefonata informativa a Fausto, e il problema movimentazione è risolto. Quattro colpi di mouse e un salto da boxoffice e l’organizzazione è terminata. Mi piacciono i piani ben riusciti (cit.)

Ammetto di essere partito prevenuto. Molto prevenuto. Aspettative zero, anzi, certezza di concerto standard, senza troppi voli pindarici, magari la Prove It con l’intro del 78, un recupero creativo di qualche pezzo del 92/93. Cosa pure predetta durante la solita lunga attesa, come oramai è tradizione consolidata in Italia, si deve arrivare orrendamente presto sul luogo del concerto.

Levataccia, appuntamento con Fausto e Carla davanti all’albergo, alla fine si arriva alle Capannelle verso le 6, e si prende un onesto 768. Che vuole dire tutto e niente. Tanto c’è la lotteria. Il braccialetto del pit, ci concede l’accesso anche alla zona ristoro dell’ippodromo, si dobbiamo pagarci le consumazioni, ma possiamo incontrare gli amici che non si vedono da un po’ e cazzeggiare seduti all’ombra, che visto il clima già di per se è fantastico.

A mezzogiorno ci si strascina al pino deputato ad essere teatro del sorteggione. Con la classica puntualità romana, un oretta di ritardo, finalmente, abbiamo il magic number: 599.  Centosessantanovesimo ad entrare, zio transenna.

Clamoroso! L’organizzazione ha previsto il caldo urendo della jurnata, distribuisce bottigliette d’acqua, irrora le centurie di accesso con acqua vaporizzata. Poco dopo le 14 si entra. Un déjà-vu mi colpisce, Arena Santa Giuliana a Mestre. Tra l’accesso e il palco c’è una passeggiata di salute. Mi immagino l’arrivo sul prato in perfetto Dorando Petri style di chi entrerà e inizierà a correre senza una preparazione atletica adeguata. Siamo dentro, sono le 14 e 30, adesso basta aspettare.

Inizia uno strano soundcheck. Per la prima volta, c’è un gruppo che apre. Strano, nei festival succede, ma questo è sempre stato pubblicizzato come concerto del solo Springsteen.

Non voglio entrare nelle polemiche appena successive all’annuncio, ma, nella mia carriera di pubblico di concerto, l’unico opening act decente che ricordo sono gli X che aprivano per i Peral Jam a Berlino l’anno scorso, gli altri, dai Fiction Plane del figlio di Sting prima dei Police a Torino agli Editors prima dei REM nel 2008 erano delle sole tendenti alla chiavica.

Un giro su Youtube, mi fa scoprire un duo, liberamente ispirato ai White Stripes. Boh… Ascolteremo. Per ora vediamo i tennici, che accroccano una batteria e delle tastiere in modo che possano essere suonati dalla stessa persona. Boh.

Alle 18 e 55, i Cyborg appaiono, maschera da saldatore con microfono incorporato ed effetti e… Zioboogie. Suonano bene assai. Il set è divertente, sia come musica che come effetti scenici, il battetastierista con una mano suona le tastiere con l’altra la batteria in puro Def Leppard style (cit.). In una canzone usa un ciocco di legno al posto della bacchetta, in un’altra la maschera da saldatore del cantante diventa un pezzo supplementare della batteria.

Il pubblico reagisce bene, applaude e fa i cori, nessun pomodoro di baglioniana memoria. Se si organizzavano con una versione congiunta di A Night of Jersey Devil, avrebbero potuto incendiare la serata in anticipo. Sicuramente una piacevole sorpresa.

Finalmente, inizia il ritardo e poi il concerto come ormai è obbligatorio sulle note di Once Upon a Time in the West. Escono gli estreetes, si posizionano sul palco e attaccano Spirit. Brus non c’è. Si sente ma non si vede….

La memoria storica, va alle letture di Born to Run, quando Dave Marsh narrava delle versioni di Spirit cantato in mezzo al pubblico, o dalla buca dell’orchestra (cfr. Hammersmith odeon, London 75). Dove diavolo si è nascosto? L’adrenalina sale, da dove diavolo spunterà. Invece era solo nascosto nell’ingresso.

L’attacco è strano, direi quasi preoccupante. Poco dopo, Max inizia una rullata infinita, solo di chitarra… We left the toys out in the yard. Roulette.

Nel lontano 1988, quando il Tunnel of Love tour era passato dagli Stati uniti all’Europa Roulette era uscita dalle scalette, per essere dimenticata in fretta.

Complice un bootleg di Landover 88, Prisoner of love, io nel prato del comunale di Torino, già mi pregustavo l’esecuzione. Dopo 25 anni, finalmente la ascolto dal vivo. Ziocerchiochesichiude (per contratto dovevo scriverlo).

E non contento ci inchioda pure Lucky Town, questa sera, non fa un concerto di bis, ci farà del male solo con la musica normale. Un altro solo tirato all’inverosimile.

Se avesse il coraggio, di fare un disco, con Tom Morello alla seconda chitarra, Mike Mills al basso e Jack Irons alla batteria spaccherebbe, altro che musica country da circolo anziani. Ma queste possono essere solo le conversazioni da bar post, tour, qui abbiamo un concerto da portare avanti. I binari però non sono quelli che mi aspetto, tutt’altro.

I cartelloni del pubblico ci portano indietro nel tempo, puro rock and roll, Summertime Blues e una Stand on it swingatissima con i fiati in evidenza, Mona e Not fade away prima di She’s the one mai, successo, se si ricordava che doveva citare pure the preacher’s daugher nel break centrale pure il peggio onanista delle setlist non avrebbe avuto più nulla da dire. Bravo, Piero, continua con le previsioni pre concerto che ti vengono bene..

Questa sera, Bruce e la E-Street, non perdonano, stanno dimostrando, per chi se l’era dimenticato, che sono the best rock act ever. Non gigioneggiano, nemmeno Steve, nessun giro sulle passerelle, ogni canzone è suonata come se fosse l’ultimo bis. Catlong sighs holding Kitty’s black tooth…

La gattina torna in città, e chi se l’aspettava? I musici macinano note, Bruce dirige e noi veniamo asfaltati. Però adesso basta, smettila che abbiamo un certa età. E invece non ci ascolta, invita alla festa anche Spanish Johnny e Rosie

A Roma sono arrivato con Italo treno, non con la Delorean del dottor Brown. Il tempo si ferma, se non fossimo compressi come sardine, potremmo pensare di essere al Max’s Kansas City nel 74. E adesso, lo zecchino d’oro, dai dacci pace.

Bruce e Steve scendono dal palco e recuperano uno striscione dalla transenna… quattro parole, e l’ultima è Serenade. Se è un sogno non svegliatemi. Le luci sul palco sono basse, si vedono solo Roy, Max e Bruce. Quando entrano i violini, prestati dal maestro Morricone, finisco, finiamo, metteteci il verbo che preferite nella stratosfera.

Finita la serenata, posso anche andare a casa, che voglio ancora? Eppure il concerto continua, ancora, fino alla finale Shout e al suo toga party, giusto per privarci delle ultime stille di energia.

Kevin arriva con un armonica e una chitarra acustica per la Thunder Road con la quale ci congeda nella notte.

E ora? Questa sarà sicuramente un’altra storia.

Wrecking Ball Tour

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