Live At King’s Hall – Belfast 1996

Nebraska non ebbe mai un tour, e anche se alcune canzoni dovevano trovare il loro posto dal vivo non è mai stato assimilato come album da concerto.
(Nativo Americano – La Voce Folk di Bruce Springsteen, Marina Petrillo)

di Andrea Volpin.

In effetti, quanto detto da Marina Petrillo nel suo bellissimo libro che analizza il lato folk del Boss, corrisponde alla realtà. Dalla pubblicazione di Nebraska, il disco non fu mai oggetto di un tour ‘ad hoc’; forse proprio per la struttura (tematiche, ambientazioni, storie) del disco stesso o forse perché non se ne sentiva la necessità tanto era l’impatto rilasciato dagli stessi brani semplicemente riprodotti in studio. Fu nel successivo tour di Born in The USA che Bruce Springsteen regalò al pubblico quasi tutte le canzoni di Nebraska, riadattandole però – non tutte, questo va detto – in chiave full band, testimoniando quanto fosse avanti il progetto Electric Nebraska, poi abbandonato dal Circus.

Poi venne Tunnel Of Love, la separazione della E-Street Band, la necessità di provare altri sound di Human Touch e Lucky Town finché, a metà degli anni ‘90, Bruce, si cimentò con la scrittura del suo secondo capitolo folk che si materializzò con il disco dal titolo The Ghost Of Tom Joad, pubblicato nel 1995. Durante la composizione del disco, nella mente di Bruce, le cose cambiarono tanto da portarlo a concepire un tour solo ed esclusivamente atto a raccontare quelle determinate storie e quei determinati argomenti. Il Boss scelse scenografie, canzoni, temi e anche il suo atteggiamento e il suo modo di vestire; scelse di fare il tour da solo e di ridurre al massimo il suo carisma scenico tanto da far sembrare piccola la sua figura quasi insignificante a confronto del buio (voluto) che gli stava attorno. In quel tour, sebbene The Ghost Of Tom Joad fosse un album diverso da Nebraska, molte canzoni del suo ‘esordio’ folk trovarono molto più spazio rispetto al passato.

Uno di questi concerti è quello uscito nelle scorse settimane dall’ormai inarrestabile officina del piacere che produce i più bei bootlegs della storia springsteeniana dagli esordi ad oggi. Live at King’s Hall – Belfast 1996, è un sunto della potenza narrativa di due album, poi seguirà Devils & Dust, scritti per raccontare delle storie al limite, dannatamente reali. Questo album regala a chi non n’è stato testimone all’epoca la possibilità di toccare con mano quanto fosse sentito il problema del racconto e soprattutto mette in luce quanto fossero pertinenti alla causa altri testi, dai più conosciuti come opere rock dell’universo di Bruce Springsteen. Mi riferisco, ad esempio, alla versione minimale ma assolutamente toccante di quella Adam Raised a Cain che in Darkness suona come un urlo arrabbiato mentre qua sembra rivedere il passato piano piano, come a voler riflettere invece che inveire. Di Born In The USA versione acustica ci sarebbe da scrivere un libro, mentre è toccante ascoltare Bobby Jean in una versione che sfiora davvero la sfera personale, di Bruce e di ognuno di noi.

Il resto è storia nota di un disco, nato per volere dello stesso Boss, scritto per aprire una finestra sul presente e sul futuro dell’America. Un disco molto diretto, crudo e tagliente che vorrebbe ricordare ai fautori del “New World Order” che la realtà dei fatti è quella di Youngstown o di Across The Border. Ce lo si immagina il Capo lassù, da solo, armato di una chitarra acustica e di una camicia a scacchi talmente pesante da nascondere i muscoli mostrati in passato; a fianco a lui c’è solo il fantasma di Tom Joad che ancora si aggira per le strade deserte del mondo a cercare quella giustizia che non troverà mai. O forse, guardando bene, c’è anche quello di Charles Starkweather, quello di Ron Kovic, quello di un uomo qualsiasi che ogni giorno rischia la pelle per passare il confine tra Tijuana e San Diego alla ricerca di un american dream di cui neanche l’uomo di Dry Lighting riesce più a ricordarne più forma e consistenza.

Questo concerto, come tutti gli altri di quel tour, rende giustizia al disco relativo ma anche a quella parte tralasciata nel 1982, inglobando le più belle storie di Nebraska che sembrano aprire una finestra sul passato; il tutto per completare anche l’aspetto personale di un Bruce Springsteen ormai cresciuto e trasformato in cantore non solo più dell’uomo ma di tutta l’umanità.

Questo disco mancava, mancava proprio, e oggi c’è ed è giusto goderne. Buon ascolto.

Discography, Live, On Tour

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