Nebraska una storia lunga trentacinque anni

di Andrea Volpin.

Il riverbero di quella stanza al secondo piano di quella sperduta farm house di Colts Neck, New Jersey, da subito lasciò intendere che quello che stava nascendo non poteva essere un disco come gli altri. Il legno con cui era costruita la casa sembrava voler attutire i colpi inferti dalle parole, dalle scene e dall’animo di una serie di personaggi che Bruce Springsteen aveva deciso di raccontare. In realtà, quel legno, assorbiva ogni singolo passaggio di ogni singola storia che si stava materializzando; cosa che il cemento ricoperto di materiale espanso di una fredda sala d’incisione non avrebbe potuto fare.

Nasce così, in quel luogo, il disco che ha segnato un’epoca e tracciato un solco, il primo, impresso da Bruce Springsteen per far capire al mondo, il suo e nostro mondo, che c’è stato un prima e che ci sarà un dopo; nel suo modo di raccontare le cose, nel suo modo di vedere il mondo e nel suo modo di fare musica.

Non ci poteva essere un altro modo di farlo se non impregnare quel legno di musica essenziale, ridotta all’osso tanto da sembrare scarna. Non poteva Springsteen raccontare le disavventure di Ralph, la storia maledetta di Charles Starkweather e di Caril Ann Fugate o il rombo pensante delle sue paure, quelle che lo portavano a credere di non poter mai più recuperare tutto il terreno perso nei suoi rapporti umani, senza usare l’essenzialità. Da subito si convinse che il full band, nonostante tutto il carico umano della E-Street Band, non poteva essere l’eco di quella comunicazione che voleva passare a tutti; così decise di mettersi in proprio e di fare un qualcosa che nessuno prima aveva neanche mai pensato.

Sì, è così. È così senza ipocrisia e senza sensazionalismo; Nebraska nasce come un progetto che va oltre il normale modo di fare musica. Perché oltre al suo carico emotivo, quel disco è un insieme di sperimentazioni che riportano il rock allo stato originale delle cose. Negli anni è stato definito folk, forse per via delle storie che racconta, ma è anche un disco che affonda nel blues le sue matrici musicali. C’è il rockabilly, il rock ‘n roll che riporta ai tempi di quando Jerry Lee Lewis e Chuck Berry raccontavano storie di vita quotidiana cercando di ingannare i disattenti con ritmi allegri e suadenti; infine c’è l’angoscia creata dall’elettronica che poi caratterizzò la nascita del genere new wave dei primi ’80. È una sperimentazione Nebraska che colpisce al cuore e all’animo fin dal primo ascolto; un disco che immerge ‘quello che sta dall’altra parte’ all’interno di un film di cui Springsteen è regista, sceneggiatore e, alcune volte attore. Ti proietta nel cast e nella storia e spesso, anzi quasi sempre, ti fa sentire parte di quella produzione. Sarà mica un caso se Sean Penn scelse una delle sue canzoni per girare un film. Non è difficile immaginarsi seduti al bancone di un triste bar di provincia ad ascoltare una storia che sembra presa dai racconti dei cantori dell’800 ma che, in realtà, narra di un ‘pazzo’ che ha ucciso una guardia notturna, apparentemente per niente, in realtà perché vittima di un sistema malvagio che lo ha logorato, indebolito e alla fine vinto: una storia dall’America degli inizi degli anni ’80. E non è poi così complicato immaginarsi sul sedile posteriore di una vecchia Buick mentre un padre, troppo legato alle proprie tradizioni, e un figlio troppo voglioso di crearsi il suo futuro, stanno a guardare la distanza che intercorre tra la realtà e il sogno rendendosi conto sempre di più che quella distanza è incolmabile. Questo è Nebraska, il lungo e triste dal nowhere che Born To Run aveva inaugurato; dieci canzoni che hanno sancito il mesto ritorno alla vita reale dopo che il sogno si è infranto contro un muro spesso e solido.

Oggi, 20 settembre 2017, Nebraska compie trentacinque anni; dal quel lontano 1982 di cose ne sono successe, altre ancora dovranno succedere. La rivoluzione umana è proseguita e ha, in qualche modo, colpito lo stesso Springsteen e tutti noi, è inevitabile. Quello che però non è cambiato è quell’eco prodotto da quelle assi di legno poste ai lati di quelle quattro mura di una stanza al secondo piano di una farm house di Colts Neck, New Jersey. Una stanza apparentemente piccola ma in realtà così grande da poter contenere le storie di tutti.

Buon Compleanno, Nebraska!

Discography

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