Tutto iniziò così… Com’è nato “Accecati dalla luce”

di Gianluca Morozzi.

Tutto iniziò così, recitava il primo numero dei Fantastici Quattro. Mi pare una bella citazione dotta, per spiegare com’è nato Accecati dalla luce.

Nell’agosto 2002 le mie attività quotidiane erano le seguenti: telefonare agli amici springsteeniani per avere notizie sui biglietti del concerto di Bologna, telefonare alle prevendite per il motivo di cui sopra, consultare i siti springsteeniani per quel motivo, sempre quello, e finire il mio terzo romanzo dal sobrio titolo “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”.

Ora, il penultimo capitolo di questo libro s’intitolava (beh, s’intitola ancora, direi) “Il fratello brutto di Bruce Springsteen”. Raccontava di quella volta in cui io, il mio amico Diego e due ragazze eravamo andati a New York, avevamo scoperto che Joe Grushecky suonava la sera stessa del nostro arrivo al Bottom Line (il Bottom Line!), ci eravamo detti, Vuoi che Bruce non faccia un salto al Bottom Line, dico, il Bottom Line, a fare un paio di duetti col suo amicone?

Così, alle sei del mattino -ora italiana-, col jet-lag e la stanchezza del volo a ottenebrarci le menti, ci eravamo trascinati fino al Bottom Line. Springsteen non si era materializzato, naturalmente, se non in una foto sul bancone. Alle otto del mattino -ora italiana- Joe Gruschecky aveva concluso il suo concerto. Alle otto del mattino, col jet-lag addosso e la stanchezza del volo, sarebbe difficile anche apprezzare un concerto dei Rolling Stones con Dylan e Tom Petty ospiti speciali, Neil Young alla chitarra, un risorto Elvis a cantare un paio di canzoni. Figurarsi il buon Joe Gruschecky, con tutto il rispetto. Questo era stato il nono episodio di “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”.

Subito dopo avevo scritto un racconto dal titolo “Il fuoco dentro” per il sito di John Strada, il grande rocker di XII Morelli. In quel racconto raccontavo la storia di un’amicizia, la scoperta del rock, i primi concerti, Verona ’93, Roma ’93, fino all’epilogo: Bologna 2002 e la fine definitiva di quell’amicizia, in uno stradello buio e tetro dietro il Palamalaguti.

Dopo, mi era scattata la molla. Ma perché non scrivere tutto un libro a tema springsteeniano?, mi ero detto. E perché no?, mi ero risposto. Faccio dei dialoghi bellissimi con me stesso, tutti così, botta e risposta. Mancava solo di proporre l’idea all’editore. Giorgio Pozzi, mitico boss di Fernandel, scopritore di talenti, ex chitarrista dark.

Quando sei un giovane aspirante scrittore e idealizzi la figura dell’editore, te lo immagini un po’ tipo Gandalf il Grigio: anziano, saggio, con la barba bianca, solo e meditabondo in un ufficio tra montagne di libri e fogli sparsi sui tappeti. Poi capita che mandi un tuo manoscritto dal titolo “Despero” a questa casa editrice Fernandel di Ravenna, un mese dopo ti telefona Giorgio Pozzi dicendo che non è male, questo Despero, che se ne può parlare, tu svieni, ti riprendi, svieni di nuovo, ti riprendi, fissate un appuntamento, vai in stazione a Ravenna, incontri l’editore, e ti trovi davanti un personaggio in bicicletta che più che a Gandalf il Grigio assomiglia a Richie Cunningham di “Happy Days”. Quando scopri che è un fan dei Cure e dei Sonic Youth, bè, la figura dell’editore subisce qualche aggiustamento nel tuo immaginario.

Già in Despero c’erano un bel po’ di riferimenti springsteeniani, da una certa festa di Vigarano Pieve a pagina due, a un certo concerto di Assago con Zachary Alford con dei problemi su “Downbound Train”, alla ragazza che usa i testi di Bruce per far capire al protagonista -che in segreto la ama- che con suo padre, beh, c’è qualche piccolo problema, e il protagonista che la ama chiaramente ha i sassi in testa e non capisce niente di niente, legge “Adam Raised a Cain” e “Indipendence Day” e dice Ah, però, bei testi.

Insomma, nel settembre 2002 telefono al mitico e leggendario editore Giorgio Pozzi e gli propongo questo romanzo a tema springsteeniano. Lui ha una voce che sembra il doppiatore di Ridge, un tono costante, calmo, sia che ti stia dicendo che la tua idea è fantastica, meravigliosa, che sei il più grande genio dalla fondazione del mondo, sia che ti stia dicendo che è meglio che tu vada a letto, ti faccia otto ore di sonno e te la dimentichi, questa idea stupida che gli stai proponendo, il tono è lo stesso.

Potrebbe essere una buona idea, mi dice, in tono chiaramente costante e calmo, fammi leggere le prime pagine, magari. Io riappendo, vado a fare un giro in macchina – l’ispirazione mi viene così, guidando o passeggiando sotto i portici -, e mentre sono fermo a un semaforo mi si stampa in testa tutta la prima pagina. Accosto, scrivo sul retro di una multa la prima frase, La soffiata arriva alle cinque del pomeriggio mentre cerco una coperta, eccetera, eccetera, e l’inizio è fatto.

Pochi giorni prima ero comparso in foto sulla cronaca di Bologna di Repubblica, non come scrittore ma come fan di Springsteen. Ovvero, era uscito un articolo dal titolo “Sudore, bivacchi, panini, passione Springsteen”, io ero stato immortalato fuori da Bambulè -nel romanzo si chiama Freejoint, sapete, la canzoncina, Freejoint/bambulé…- con la maglietta del Bottom Line e i miei biglietti ben stretti tra le dita. Sono il primo da sinistra. Per chi ha letto il libro e possiede l’articolo, ecco, i capelli che compaiono sopra i miei biglietti sono del mio amico Monty Joe.

Intanto avevo pensato al titolo. Avevo scartato “Nati per rincorrere”, mi ero messo a cercare ispirazioni dai titoli delle canzoni di Bruce. Essendo pigro, non ero andato oltre la prima canzone del primo album. Eccolo qua, il titolo.

Insomma, fresco di fila notturna, il primo capitolo si era scritto da solo. Il secondo, pure. Poi, dopo essermi visto Parigi 2002 e Bologna 2002, mi ero fermato per attendere il tour primaverile, e per scrivere un romanzo completamente diverso. Un romanzo per Guanda (l’editore di Nick Hornby!) dal titolo “Blackout”, tanto diverso da ricordare Stephen King, mi dicono… e in questo romanzo piuttosto terrorizzante c’è un ragazzino springsteeniano che esce di casa con in testa “Thunder Road” per scappare da qualche parte nel nord Europa con il suo primo, tenero amore, ma anziché su un treno notturno col suo tenero amore si ritrova in un ascensore fermo con due sconosciuti, in una situazione terrificante…

Be’, sto uscendo dal seminato.

Finito “Blackout”, dunque ho fatto scattare i miei interruttori cerebrali: sono passato dalla modalità Stephen King all’italiana alla modalità Nick Hornby all’italiana, e ho scritto tutto il resto di “Accecati dalla luce”. Quando non ero in qualche pit, in qualche fila, in qualche lista, in qualche autogrill in giro per l’Europa…

Questa è la storia, in sintesi.

Siccome volevo che questo romanzo piacesse anche ai non springsteeniani (è ora che vedano la luce pure loro!), ho scelto un taglio autoironico, una voce narrativa che potesse coinvolgerli e divertirli. Sapete, avevo in mente il mio collega (…) Nick Hornby e il suo “Febbre a 90°”.

Voglio dire, quel romanzo parlava della passione per l’Arsenal. A me personalmente non interessa niente dell’Arsenal, io sono tifoso di una squadra che quest’anno si è salvata a tre giornate dalla fine e non si è proprio coperta di gloria, non certo dell’Arsenal, ma io “Febbre a 90°” l’ho letto e riletto, e l’hanno letto anche certe mie amiche che non solo non conoscono i colori della maglia dell’Arsenal, ma non s’interessano minimamente di calcio in generale… si sono fatte coinvolgere anche loro dalla passione e dall’autoironia che usciva dalle pagine.

Che poi, a proposito di autoironia, precisiamo: io posso anche prendermi un po’ in giro per certe cose pazzesche che ho fatto -tipo la doppia lista notturna in due prevendite diverse, ad esempio-, ma se tra cinque minuti mi chiama Piero e mi dice trafelato che oggi pomeriggio escono i biglietti per un concerto a sorpresa di Bruce, io metto le scarpe, cerco una coperta, e corro là a mettermi in lista.

Non vedo l’ora che succeda.


L’autore

Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Per Fernandel ha pubblicato tre libri: Despero (2001), Luglio, agosto, settembre nero (2002) e Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte (2003).

Si sta laureando in Giurisprudenza senza alcun motivo, e anche se si considera il peggior chitarrista del mondo suona nei Mesmero e nei Lookout Mama.

Accecati dalla luce
Fernandel, Ravenna, 2004
Formato: 14,5 x 21
Pagine: 224
Prezzo: Euro 14,00
ISBN: 88-87433-46-1

Book

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