Il cuore oscuro del sogno americano in Springsteen

di Dario Greco.

Il mio cuore ha mille anni. Non sono come gli altri. Morirei, nei loro prati da picnic, soffocato dalle loro bandiere, indebolito dalle loro canzoni; non amato dai loro soldati. Trafitto dal loro umorismo, assassinato dalle loro preoccupazioni. Non sono come gli altri. Io sto bruciando all’inferno. L’inferno di me stesso. (Charles Bukowski)

Quando il cantautore statunitense Bruce Springsteen diede alle stampe quello che, in chiave retrospettiva, molti individuano come uno dei suoi capolavori di tutti i tempi, la scena musicale americana e inglese, era stata scossa da una nuova ondata denominata punk-rock, che sulla carta avrebbe spazzato via tutto quello che imperava ancora nella seconda parte degli anni settanta. Oggi pensare a Darkness on the edge of Town, ci fa pensare a un giovane autore, all’epoca 29enne, che si era da poco messo alle spalle un momento davvero delicato della propria carriera e della sua stessa vicenda umana. Quella con il produttore e amico, Mike Appel, fu la prima dolorosa separazione tra il musicista di Freehold e uno dei suoi più preziosi collaboratori, che lo ha seguito già dal 1972, quando non era ancora né la promessa, nè tantomeno il futuro del rock and roll. Certo, da lì a qualche tempo, lo avrebbe abbandonato anche l’altro grande amico, Steve Van Zandt, salvo poi fare ritorno per la Reunion Tour del 1999, ma questa è un’altra storia, e ci sarebbe voluto comunque tempo perché la cosa accadesse.

Nel 1978 Springsteen torna ad affacciarsi sul mercato discografico, (dal vivo era rimasto in attività per buona parte del 1976), trovando molte novità, in termini di suoni, di dinamiche e del contesto con cui aveva dato alle stampe il suo best seller, Born to run.

Darkness on the edge of Town, ha un approccio più fresco e genuino, sotto molti aspetti, musicalmente parlando. Sono passati almeno tre anni e mezzo, da quando aveva scritto il brano Born to run, cosa che si sente, nel confronto, soprattutto per l’approccio verista e di un crudo realismo quasi da film noir anni quaranta. Non a caso, Jon Landau, dirà che stavano cercando di realizzare qualcosa di conciso e forte, come un caffè nero bollente. Non sappiamo se il processo realizzativo e di registrazione sia andato come da programma. Possiamo però affermare che questo lavoro risulta unico nella carriera discografica, non solo del suo autore, ma in generale del rock cantautorale statunitense. Due anni prima, Bob Seger aveva dato alle stampe quel grande affresco della notte americana che risponde al nome di Night MovesBob Dylan era letteralmente tornato “out in the street” da quando Bruce Springsteen aveva pubblicato Born to run, Tom Petty aveva esordito con American Girl, nel 1976. A rendere la scena musicale viva e in fermento ci avevano pensato però band e artisti come The Clash, Patti Smith e i New York Dolls. L’approccio spartano ed essenziale dei nuovi arrangiamenti della E Street Band, aveva assorbito gli umori e le energie vitali di questo vento di cambiamento, cavalcando l’onda lunga delle novità musicali. Il tutto verrà confermato, per chi avesse ancora qualche dubbio, dalla richiesta di Joey Ramone, che due anni dopo chiederà allo stesso Springsteen di scrivere per loro una canzone. Quella canzone troverà poi spazio in The River, diventando di fatto il singolo di maggior successo del suo autore, almeno fino a Dancing in the Dark, del 1984.

Come suona Darkness on the edge of Town e cosa lo distingue da Born to run e da The River.

In Darkness, come raramente è accaduto negli altri dischi del suo autore, troviamo un elemento predominante, forse due. Chitarra elettrica e voce. Non che il resto degli strumenti non abbia il suo bel da fare, ma c’è un utilizzo minimale di tutta la band, a eccezione dell’organo di Danny Federici, che qui assume un ruolo da antagonista, rispetto alle scudisciate delle Fender di Bruce e Steve. Ci sono anche spiragli per il piano di Roy Bittan, mentre gli interventi al sassofono di Clarence Clemons, diventano più asciutti e stringati, ma non per questo meno evocativi e potenti. Un grande lavoro lo realizza anche la sezione ritmica, con il drumming a dir poco imperioso di Max Weinberg, il quale si ripeterà per Nostra fortuna, nei successivi lavori elettrici: The River e Born in the Usa. Quello che però colpisce maggiormente di questo disco sono i toni cupi, quasi furenti, disperati. Il tono della voce di Springsteen, pare provenire da un baratro: dove sta tentando con le ultime energie di salvare la sua anima, di trovare redenzione, ancora una volta. Si è detto che è un disco molto cupo, quasi senza speranza, un po’ nichilista. Naturalmente i testi non brillano certo di luce propria, e il suo autore lo dice abbastanza chiaramente nel manifesto programmatico di Candy’s room. Una canzone che Bruce dedica a una specie di escort, ma lo fa senza alcuna retorica o pietismo di sorta.

Lei mi dice: tesoro se vuoi diventare un duro hai molto da imparare, chiudi gli occhi lasciali sciogliere, lasciali infuocarsi, lasciali bruciare Perché nell’oscurità ci saranno mondi nascosti che scintillano Quando stringo forte Candy lei mi regala quei mondi nascosti.

Ciò che sorprende di questo lavoro è che, rispetto a un normale disco rock degli anni settanta, qui non troviamo pause, passi falsi o riempitivi. Pensiamo ad esempio a brani minori, musicalmente, come Factory, che oggi vengono studiati e analizzati, per il minimalismo e la capacità di sintesi con cui Springsteen ha saputo catturare l’anima del lavoro in fabbrica. Un punto di vista davvero inquietante per un musicista di 29 anni che non aveva mai svolto questo tipo di mestiere, dote rara che il Nostro ha saputo coltivare negli anni, si pensi ad esempio a lavori come The Ghost of Tom Joad e a Devils and dust, dove l’autore trova la voce di personaggi ai margini della società, più che dell’oscurità.

Il cuore di Darkness on the edge of Town si trova però nelle sue ballate, soprattutto nella title track, che racconta una storia già iniziata, su un uomo che sale in collina per tentare di vedere meglio e fare il punto della sua situazione, costantemente a un passo dal baratro e dal crollo emotivo ed esistenziale. Qualcuno ha parlato dell’atmosfera imperante in tutto il disco di una comunità sotto assedio, di personaggi quasi braccati, a metà tra un western urbano e contemporaneo e un horror metafisico stile “30 giorni di buio”. Non è certo casuale se un autore come Stephen King, citerà in maniera diretta il disco, in uno dei suoi lavori più riusciti e meno legati al genere horror, come Stagioni diverse, quando afferma che ci sono certe ombre che sono sempre da qualche parte dietro i nostri occhi. 

Delusione, rancore, eppure la resa non conosce dimora in queste liriche, nonostante il cuore, in certi frangenti venga stretto forte in una morsa d’acciaio, o se preferite nella Vergine di Norimberga. E’ questo che colpisce del disco, dove anche in brani più apparentemente gioiosi come Badlands, si parla della fatica di vivere, miscelata con la sensazione che non è peccato provare la sensazione di gioia e di felicità immotivata. Tra gli elementi predominanti spicca inoltre il fuoco di Street of fire, tanto da far ipotizzare come a una possibile tetralogia composta da Born to run, vento (e quindi aria), The River, per forza di cose, acqua, Nebraska, terra e Darkness, appunto, fuoco. Si tratta certamente di teorie astruse, ma che potrebbero trovare anche spazio per un’analisi approfondita, sui significati dei testi e delle musiche.

Oggi si torna giustamente a parlare dell’importanza di Springsteen, visto che è imminente l’uscita del film Blinded by the Light, ma bisogna ricordare come all’epoca, quasi nessuno avesse dato grande importanza alle liriche, parando perlopiù di testi un po’ depressi e cupi. Come dice Friedrich Nietzsche: Chi soffre è una preda di tutti: di fronte a un sofferente, tutti si sentono saggi. Se ascoltato con grande attenzione, nonostante l’energia rock, questo testo è capace di scatenare pensieri e riflessioni sulla condizione umana, che possono certamente avere grande significato per chi si trova nel cuore della tormenta, come accade ad esempio al protagonista di The Promised Land:

Ho sempre cercato di fare del mio meglio per vivere in modo giusto Mi alzo tutte le mattine e vado a lavorare tutti i giorni Ma gli occhi si accecano e il sangue scorre freddo A volte mi sento così male che voglio esplodere Esplodere e devastare questa intera città Prendere un coltello e tagliarmi questo dolore dal cuore Trovare qualcuno che muoia dalla voglia di iniziare qualcosa.

In verità Bruce Springsteen, stava cercando di essere ancora una volta vero, dando un taglio quasi da film western alle sue storie, con le auto a sostituire i cavalli, alla ricerca di una notte americana dove trovare redenzione, dove lenire il dolore.

Sto guidando verso Kingsley, penso che mi prenderò qualcosa da bere Alzo il volume della radio, così non devo pensare, schiaccio l’acceleratore a tavoletta, alla ricerca di un momento in cui il mondo mi possa sembrare giusto. E mi infilo a tutta birra nelle viscere, di qualcosa nella notte.

Spare Parts
4 comments to “Il cuore oscuro del sogno americano in Springsteen”
    • Bellissimi questi tuoi scritti su Bruce. Il secondo poi da copia e incolla…. per i riferimenti inevitabili a certo cinema e letteratura, linfa vitale e collante che ha alimentato i nostri sogni di inguaribili romantici,accarezzati e simultaneamente bruciati da quel sogno Americano…se ne parliamo ancora ci sarà un perche’! (.Springsteen ma non solo,perche’ L’America è uno stato mentale prima di tutto) ! .complimenti Dario !

      Armando Chiechi

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