L’album è morto

di Marco Gioanola.

No, non è vero. Però mi pare chiaro che è un formato a cui rimaniamo attaccati solo per abitudine anche se al giorno d’oggi, all’epoca della musica liquida, ha ben poco significato, soprattutto se poi lo usi come contenitore di canzoni scritte in dieci giorni in tinello e registrate in cinque in salotto. 

Sospetto che i rocker settantenni (e i loro manager) da un lato sappiano benissimo che i loro fan (ultra) cinquantenni nutrono questo insano amore per il formato album (garanzia di vendite) e dall’altro siano essi stessi ancora un po’ attaccati all’idea del long playing, e un po’ si sentano in colpa se non riempiono fino all’orlo gli 80 minuti del CD. Nascono così – a mio modestissimo parere, di uno che si fa delle gran pippe mentali – gran parte delle ultime uscite discografiche di Bruce, fatta eccezione ovviamente per Western Stars, “concept album” a tutti gli effetti.

La cosa che personalmente mi disturba di questo andazzo non è tanto la necessità di pubblicare un “long playing” a tutti i costi, ma la prolissità delle scalette. The Rising e Wrecking Ball, ad esempio, li giudico degli OTTIMI album se li riduco a 7-8 canzoni ciascuno (voglio dire: The Fuse? Jack Of All Trades?? Worlds Apart???). E allora applico l’esercizio anche a Letter To You: togliamo le tre “vecchie” (ok grazie Bruce ma noi si aspettava tranquillamente Tracks 2) e ci ritroviamo con 38 minuti di un disco che in primo luogo *ha un senso* e in secondo luogo non è così lontano musicalmente né da Western Stars né da tanta altra roba che abbiamo sentito da Bruce negli ultimi trent’anni, Working on a Dream incluso (The Power of Prayer, ad esempio).

Mettere Steve a schitarrare e il Professor a scampanellare sono diversivi per poterci spacciare “un album della E Street Band”, mentre in realtà siamo sempre saldamente in territorio Working on a Dream, musicalmente parlando. C’è anche roba buona, ma non riesco a trovare niente di nemmeno lontanamente paragonabile al repertorio pre-90s.

Al di la’ del fatto che io trovi la forma della maggior parte di queste canzoni abbastanza povera e ripetitiva – de gustibus: c’è gente che invece è andata in brodo di giuggiole – la cosa che m’è rimasta di questo disco (ripeto: del disco senza le tre vecchie, e togliamo pure Rainmaker che boh) è che è un disco estremamente focalizzato su un argomento tra i più tosti: la MORTE.

E allora anche Letter To You acquista un senso all’interno del catalogo springsteeniano. L’autobiografia e Broadway erano, chiaramente, un modo per tirare le somme di una carriera/vita, un guardarsi alle spalle finalmente con distacco. Springsteen On Broadway era basato sul “rivelare” il trucco dietro la finzione dello spettacolo rock’n’roll, e cos’altro può fare il prestigiatore dopo essersi confessato ogni sera per un anno a 900 persone dalle assi di un piccolo palco e aver rivelato il segreto del suo gioco di prestigio? Cosa rimane?

Rimane forse di guardare negli occhi ciò che la vita ci sbatte in faccia sempre più frequentemente: la fine. Si ripensa alle lettere scritte, a chi se n’è andato, ci si circonda degli anziani amici, e poi “la morte non è la fine” ma ci potremo rivedere comunque solo nei miei sogni.

La musica spesso non va a braccetto con queste riflessioni escatologiche, con risultati, in gran parte dei casi, non molto buoni, a mio parere. Bruce è sempre stato maestro nell’infilare vicende tremende su ritmi allegrotti (si prenda il caso Working on the Highway / Child Bride, ma in un certo senso tutto Born in the USA è Nebraska parte due), ma ultimamente mi sembra abbia abusato del trucchetto. 

Ma il punto non può essere quello di dare un giudizio musicale. Il punto è che “siamo cresciuti insieme” e si potrebbero scrivere (e si sono infatti scritti) libri su libri a proposito di questo viaggio fatto insieme e quindi non cercheremo di farne nemmeno un riassunto in questa sede. Domani magari torneremo a schiacciarci nella bolgia di uno stadio a fare uo uo uo alla fine di Badlands come se niente fosse, ma per ora siamo qua, a fissare i binari pensando che un minuto sei qui…

Post scriptum: Burnin’ Train al termine del “film” sulle sessioni di Letter To You mi ha lasciato agghiacciato. Non l’ho ancora capita bene, e in rete ne ho lette un po’ di tutti i colori. Ma così, a pelle, infilata in mezzo a tanti pezzi che parlano di morte, è quella che emana le vibrazioni più funeree.

Zero’s my number
Time is my hunter
I wanted you to heal me
But instead you set me on fire

We were out over the borders
I washed you in holy water
We whispered our black prayers
And rose up in flames

Questa e’ roba che se la cantasse Dave Gahan o Nick Cave bisognerebbe provvedere a un esorcismo immediatamente dopo l’esecuzione del brano.

Ci sono momenti, in questo disco, che arrivano a un passo dalla grandezza assoluta – un paio di passaggi di Letter to You o di I’ll See You in my Dreams – per poi scivolare goffamente in qualche accordo alla Working on a Dream. Burnin’ Train no, rimane sempre lì sospesa, a un passo dal risolversi, a un passo dal decollare, e ti lascia insoddisfatto e stranamente turbato.

With our shared faith
Rising dark and decayed
Take me and shake me from this mortal cage

Spare Parts
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