Letter To You: Un rock movie come riparazione

di Simone Paglialunga.

THE TIES THAT BIND

Bruce Springsteen conosce bene il potere delle immagini. Molta della sua poetica, come è stato più volte detto, presuppone una visione cinematografica e non credo che vi sia un’altra rock star, altrettanto cosciente dei meccanismi di costruzione alla base di una produzione cinematografica. Lo sa, non solo per le sue soventi frequentazioni dei cinema e dei film, ma anche perché molte delle sue amicizie arrivano da quell’ambiente e probabilmente una troupe non è molto diversa da una band. È nota la sua presenza sul set del remake di West Side Story dell’amico Spielberg, come pure la sua influenza sulla performance di De Niro per una scena famosa di Taxi Driver. Eppure, nonostante le autorevoli conoscenze di registi del calibro di Scorsese e Spielberg, da diversi anni, affida quasi tutto ci  che lo riguarda dal punto di vista cinematografico a Thom Zimny, artigiano ancora poco conosciuto al di fuori degli ambienti professionali.

Ci si è chiesti che fine avesse fatto l’idea di un film di Scorsese del quale si parla  durante il tour di Wrecking Ball, come pure di quello sulla sua vita, poco dopo l’uscita dell’autobiografia Born To Run, che voleva Leonardo Di Caprio come interprete e produttore.

Personalmente credo, che al di là degli eventuali accordi produttivi infruttuosi, la sua reticenza a percorrere certe strade, vada cercata altrove. Come per la produzione musicale, Springsteen ha la necessità di un contatto diverso con i suoi collaboratori, che gli consenta di avere una voce decisiva e decisionale anche su questo aspetto artistico. Con Thom Zimny ha stabilito un rapporto di fiducia che lo mette al riparo da eventuali scelte autoriali terze, non perché quest’ultimo non ne sia capace, ma perché ha trovato in lui il partner ideale e speculare per concretizzare le sue idee visive. Zimny è un bravo artigiano del cinema e la sua esperienza nella serialità, il montaggio di diversi episodi di THE WIRE, bellissima serie di David Simon, è stata sicuramente un’ ottima palestra narrativa, che gli ha consentito di connettersi ancor meglio alla narrazione springsteeniana. Notevole è la sua capacità di trattare con rigore e stile i materiali di repertorio e questo lo si pu  evincere non solo dalla sua firma nei documentari per Springsteen (“Wings for Wheels: The Making of ‘Born to Run’ “, “The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town”, “The Ties That Bind” su The River) ma anche dal più recente “The Gift: The Journey of Johnny Cash “.

Le sua duttilità visiva e stilistica è comunque evidente anche in altri aspetti e formati produttivi e lo dimostrano, sia  i video live, che alcuni video clip di Springsteen.

Nel 2014 i due hanno firmato insieme il cortometraggio “Hunter of Invisible Game” dall’omonima canzone, che ha messo in risalto in modo ancor più evidente il loro sodalizio autoriale, suggerendoci implicitamente  una comune passione per il cinema di Terrence Malick.

Questa comunione di intenti, si è consolidata successivamente nelle ultime due produzioni per e con Bruce Springsteen: “Western Stars”  e “Bruce Springsteen’s Letter to You”. Springsteen lascia in queste ultime campo libero a Zimny per la regia e il montaggio, riservandosi per  di occuparsi del testo narrante e della sceneggiatura. Bruce Springsteen ha “allacciato” a se un nuovo membro di una E- Street Band allargata. Thom Zimny ne è ormai parte integrante, come lo sono da decenni Jon Landau, Barbara Carr e Ron Aniello alla produzione; cosciente che soltanto persone molto intime e fidate possono contribuire a tracciare il percorso della sua rotta poetica.

QUESTIONI DI FORMA, QUESTIONI DI SENSO


Gli ultimi due dischi di Springsteen sono all’apparenza tanto diversi, quanto consequenziali e i film che ne derivano, trovano nell’estetica adottata riflesso e consonanza. Se “Western Stars” tratta di uomini soli che si interrogano su una vita al tramonto, viaggiando verso l’ovest dell’America contemporanea, il riferimento cinematografico non poteva che essere il Western; ma non quello classico della conquista della frontiera, ormai inadeguato a rappresentare questo nuovo mondo decadente di perdenti, ma una versione stilizzata. Zimny recupera gli scenari tipici del genere citando Leone e Malick de I giorni del cielo, per sottolineare in modo “filosofico” quanto quel mito sia ormai fragile e morente. La maestosità degli scenari esterni e i colori accesi della fotografia, al limite del patinato, sottolineano e si contrappongono all’intimità della performance live nel fienile riadattato a club. Una sorta di tentativo estremo di conservare quel sogno del mito americano dell’ovest in un posto intimo, dove elaborare e celebrarne la perdita. Una finzione cinematografica e scenica, tanto familiare, quanto stilosa, che ci fa sentire intimamente connessi a Springsteen, sia come persona che come affabulatore.

Letter To You, si propone come proseguimento delle tematiche precedenti e, più che una riflessione sui temi della perdita e del lutto, abbiamo qui una reazione a questi. Springsteen, dopo il vagabondaggio solitario nel West come “cacciatore di prede invisibili”, decide di tornare a casa e fare i conti con esse per cercare di esorcizzarle. Ma per farlo c’è bisogno di un diverso approccio. Affrontare e esorcizzare la morte che lo circonda da tempo richiede la chiamata alle armi degli amici di sempre, perché solo la forza Rock della E-Street Band potrà aiutarlo nell’ impresa.

Il film che ne deriva riflette questa nuova esigenza espressiva con un approccio diverso dal precedente, sia dal punto di vista iconografico che da quello più prettamente narrativo. C’è anche qui la sua voce fuori campo, che commenta i passaggi salienti con pensieri e riflessioni sul tempo che passa ma, mentre in Western Stars questi pensieri sono perlopiù di un uomo che medita in solitudine, in Letter To You il suo commento abbraccia i sentimenti che prova per i suoi amici.

Non è nemmeno possibile ripetere la formula dell’esibizione live e contrappuntarla alle nuove considerazioni, perché qui è più urgente e necessario raccontare, almeno una parte del processo creativo nel suo divenire. Quindi, Thom Zimny documenta la nascita delle canzoni nel luogo stesso dove accade, ovvero la sala di registrazione; facendo una scelta fotografica molto diversa dal film precedente. Non più colori sfavillanti ma bianco e nero, e una tecnica di ripresa che si rifà al cinema sperimentale degli anni ‘60. La macchina a mano è spesso instabile e le inquadrature non sono sempre calibrate: la tecnica del reportage ricalca lo sguardo fugace per darci la sensazione di poter essere li con loro, mentre le canzoni stanno nascendo. Ci sentiamo degli osservatori privilegiati ai quali è stato concesso di poter assistere al progetto creativo di una delle band più importanti del pianeta. Questo è ci  che possiamo guardare lì, ma abbiamo molto altro per entrare in questo mondo intimo. Abbiamo quella voce off poetica che descrivere i compagni di viaggio di una vita con affetto e stima, ma anche l’immenso dolore per la perdita di coloro che non ci sono più. Zimny inserisce a più riprese immagini di repertorio dei componenti mancanti, alternandole a quelle dei presenti. A volte addirittura, in due inquadrature consecutive, mostra questi ultimi a distanza di 40 anni, come se le dimensioni spazio temporali possano perdere i loro contorni e ricollocarsi nel tempo del ricordo presente. Che cosa sono del resto i Ghosts evocati dall’omonima canzone, se non presenze passate che si manifestano nel presente?

La E Street Band non è un lavoro.
È una vocazione, una chiamata.
È sia una delle cose più importanti della tua vita, sia, ovviamente, solo rock and roll.
(…) Loro sono i miei amici, uomini e donne con cui lavoro.
Steve Van Zandt.
Max Weinberg.
Roy Bittan.
Garry Tallent.
Patti Scialfa.
Nils Lofgren.
Charlie Giordano.
Soozie Tyrell.
Jake Clemons.
Due membri sono con noi con lo spirito.
Danny Federici e Clarence Clemons.
Questa è la E Street Band.

Non ci sono soltanto le immagini nello studio, ma anche esterni che contrappuntano i suoi pensieri in uno stile molto diverso, perché la musica e certi concetti invocano scenari altri. Le riprese aeree del bosco, come alcuni esterni innevati, sottolineano i temi della voce off per introdurre o commentare i brani che via via vengono suonati. A volte come, nel caso dell’ intro a One Minute You’ re Here, il  cielo colmo di nuvole in movimento, entra  in dissolvenza incrociata, sul suo viso in primissimo piano, per aiutarci a percepire meglio il motivo e il senso di ci  che sta per cantare.

Oltre a queste immagini esterne in bianco e nero, molto più classiche e suggestive, hanno un ruolo determinante i contributi di repertorio che, come accennavo, entrano nel discorso in modo diretto. In alcuni momenti, e solo per questo genere di immagini, ricompaiono i colori, ma non quelli del presente, bensì quelli che rimandano ad un iconografia vintage degli anni ‘50, ‘60 e ‘70. La plasticità pastello del super 8, del 16mm, ma anche del vecchio formato video, si amalgama perfettamente, sia agli altri contributi bicromatici, che alle immagini del presente, come una sorta di stream of consciousness springsteeniano.

Dopo il primi ascolti del disco il primo riferimento è stato THE RIVER, non tanto per le sonorità, quanto per lo spirito. Percepivo un collegamento diretto con il doppio album del 1980, ma non avevo ben chiaro il motivo. Più tardi, ho ripensato alle tematiche portanti di quell’album e mi sono reso conto che è la prima opera nella quale Springsteen affronta le relazioni umane in maniera approfondita; sia quelle parentali, che quelle romantiche o amicali.

Dice in proposito Mauro Zambellini: “(…) E’ un disco complesso che suggerisce l’idea del dubbio e delle contraddizioni. Da una parte il senso della comunità, il bisogno di radici, dall’altra la solitudine, la sfiducia, i sogni che non si realizzano”. [1]

Dal canto suo, Paul Nelson, in proposito sembra aggiungere: “(…) A rendere THE RIVER veramente speciale è l’epica esplorazione da parte di Springsteen dei secondi atti della vita americana”. [2]

Senza inoltrarmi ulteriormente in THE RIVER, mi viene in mente che con Letter To You potremmo essere addirittura arrivati a un ipotetico terzo atto e mi sono sorpreso nel constatare quanto gli scatti fotografici del booklet interno del disco rimandassero alla fotografia del film. Vi sono immagini della E Street Band nello studio di registrazione nel 1978/79 che sembrano speculari alle immagini in LETTER TO YOU – FILM. Immagini di immagini che vengono riproposte oggi in movimento per aggiornare alcuni temi, come se, a distanza di 40 anni, gli argomenti che riguardavano i personaggi in The River, venissero traslati in prima persona e trovassero “risposta” nella sua personale esperienza di vita. Il cinema è probabilmente il mezzo artistico più appropriato per rendere tangibili presenze di un’altro tempo e un’altra dimensione e farli entrare in una credibile connessione con il presente, perché non si limita ad evocare fantasmi, ma riesce a mostrarli in modo convincente per la sua natura ontologica.

Da sempre, secondo me, in Springsteen c’è l’esigenza di elaborare il dolore, che immancabilmente ogni essere umano deve affrontare nel corso di una vita.Ma mentre in passato lo interpretava dando voce ai personaggi delle sue canzoni, negli ultimi anni, soprattutto dopo la pubblicazione della sua autobiografia, ha adottato una forma ancora più personale e in prima persona per elaborare i suoi traumi e i suoi lutti. La musica come “riparazione” [3] in lui, assume una valenza sempre più diretta ed esplicita, ma al netto delle eventuali strategie di marketing, credo che anche scrittura e cinema, lo aiutino e amplifichino questa sua esigenza poetico-espressiva. Con il film è come se a 71 anni ci dicesse: “Accomodatevi e guardate da vicino come io e i ragazzi lavoriamo e troviamo soluzioni creative per raccontarci e raccontarvi certe cose. Non siamo solo una band che funziona bene sul palco; siamo gli amici di una vita e oltre a cantarvelo e suonarvelo: I’m alive and I’m comin’ home Yeah, I’m comin’ home. Ve lo mostro”

Thom Zimny, interpreta perfettamente questa propensione, conducendoci mediante le capacità tecniche e stilistiche del mezzo cinema in una prossimità molto intima, sia spaziale che tematica. La scelta del bianco e nero, oltre che diretta citazione di uno stile e diretto riferimento a un immaginario passato, ha anche questa funzione.

Dice Wim Wenders: “il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero”; ergo, anche la scelta fotografica va interpretata secondo questa necessità, proprio perché la bicromia rimanda a una versione del reale più essenziale, che lascia la possibilità di riflettere meglio su ci  che stiamo vivendo li con loro, nello studio di registrazione. Inoltre, volendo essere precisi, non si tratta soltanto di Black and White, ma anche di so many shades of gray [4], perché nell’età adulta, le diverse tonalità di grigio aiutano meglio ad interpretare la vita.

LETTER TO YOU – FILM, non è una mera appendice o backstage del lavoro in studio del ultimo disco di Bruce Springsteen, ma un ampliamento semantico di un discorso molto più ampio e complesso.

Matteo Di Gesù a proposito del disco, in un breve messaggio, di qualche tempo fa, scrisse: “Sento questi suoni e mi sento a casa, ma non a casa dei miei, (…) ma in quella casa che ci ha aiutato a immaginare e sognare. Letteralmente: li riconosco perfettamente quei suoni, mi chiamano, ci sono ancora. Gli sono enormemente grato per questo [5].

Ecco, in conclusione, credo che questo ringraziamento vada esteso anche a Thom Zimny e alla sua troupe, che con un lavoro discreto e puntuale hanno dato un’ ulteriore dimensione a quella casa, nella quale a distanza di 40 anni e più, amiamo ancora abitare perché, malgrado le perdite e i lutti, è ancora piena di amore, speranza e Rock’n Roll.


[1] Mauro Zambellini, The River, cit in Leonardo Colombati, Bruce Springsteen, Come un killer sotto il sole, Sironi ed, Milano 2007
[2] Paul Nelson, Lasciateci lodare uomini famosi. Recensione dell’album The River (“Rolling Stone”, 11 dicembre 1980) in Aa.Vv., Bruce Springsteen. The Rolling Stone Files, cit.
[3] Stefano Ferrari, la scrittura come riparazione, op cit. in Simone Paglialunga, Il cinema come riparazione, L’Orchestra di Piazza Vittorio, Tesi di Laurea, 2008
[4] Bruce Springsteen, Blood Brothers
[5] Matteo Di Gesù, messaggio What’s app, 4 novembre 2020

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