The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle, oggi

di Dario Greco.

“Il ragazzo non è ancora un campione, ma è pronto a combattere sul ring.” (Robert Christgau)

Volevo inventare un ballo senza passi precisi. È il ballo che si fa ogni giorno e ogni notte per tirare avanti”. Parola di Bruce Springsteen. The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle è un disco che celebra un variegato luna-park di stili americani e non solo. Passiamo dai toni beffardi dell’organo al Cry Baby della chitarra che sa di funk, da Phil Spector a James Brown, da Carlos Santana a Curtis Mayfield, dal gospel al soul. Specialmente nella seconda facciata questo album mostra tutte le carte che la E Street Band è capace di giocarsi, prendendosi il giusto spazio per mostrare le proprie qualità. L’autore è ancora il cantastorie pronto a infiammarsi di ardore, eppure qui inizia già a capire il meccanismo: c’è un tempo per declamare, c’è un tempo per rilassarsi. Le canzoni rispetto al suo predecessore qui prendono fiato, e queste salutari boccate di ossigeno rendono i brani più grandi, ampi e profondi. Dal rock al jazz, senza escludere i generi intermedi, gli arrangiamenti sono concepiti e strutturati con impressionante perizia e magistralmente eseguiti. È un autore che guarda tanto ad Astral Weeks di Van Morrison, quanto a West Side Story. Una miscela e una sintesi che verrà mandata a memoria da artisti del calibro di Mark Knopfler, Tom Waits e Willy DeVille, tanto per fare qualche nome.

È l’album dove l’esplosione lirica che aveva dimostrato al suo esordio si concretizza in qualcosa di unico e spettacolare. Springsteen ci mostra il proprio punto di vista su quell’agonizzante e carnascialesco mondo del lungomare della Jersey Shore. Salvo poi ritrattare anni dopo, affermando che si è inventato tutto o quasi.

“Dovevo scrivere di me, sempre, in ogni singolo brano, perché in qualche modo stavo cercando di scoprire cosa fosse davvero questo me. Per questo motivo ho scelto come scenario il posto dove sono cresciuto, per prendere situazioni in cui mi trovo e quei personaggi che conosco, spingendoli fino ai limiti consentiti della narrazione iperrealista“. Qui possiamo facilmente rintracciare l’amore, la fama e la fede. Ma c’è dell’altro. C’è quel sogno e quelle atmosfere romantiche alla Elvis e alla Roy Orbison, c’è il soul di Gary U.S. Bonds, ci sono due suite che vorremmo non finiscano mai, come l’alba in un mattino di luglio che arriva troppo presto dopo una notta di bagordi e divertimento. Tuttavia per quanto sia palpitante e variegata la prima facciata del disco, è nella seconda che Springsteen mostra i suoi assi vincenti. Le tre canzoni che compongono la seconda facciata sono quasi un’opera e un’epopea a sé. Le prove ufficiali di quello che vedremo e sentiremo in Born To Run. Il tema ha qualcosa di magico e tutti si dimostrano all’altezza della situazione.

“The Wild and The Innocent” era un film western del 1959 interpretato da Audie Murphy, nella parte di un cacciatore di pellicce e da Sandra Dee in quella di una ragazza che scappa di casa per raggiungere il protagonista nella grande città, dove lui lo salverà da uno sceriffo senza scrupoli. Ancora una volta il cinema e la Wilderness fanno da base per un insieme di tasselli in stile beaknik. Le premesse della prima facciata del disco verranno messe a fuoco in modo migliore nel secondo lato. Un’ opera rock verace e sanguigna, con tutte le qualità di un autore già maturo e sicuro di ciò che sta raccontando. Un’accoglienza tiepida che non riduce l’effetto a lunga gittata di un disco seminale. 

Oggi questo disco è giustamente collocato dove merita di stare: tra le opere maggiori di Springsteen e di certo rock cantautorale anni settanta di cui Van Morrison e Bob Dylan erano i maggiori esponenti, che nel corso del tempo si sarebbe arricchito di altri protagonisti come Tom Waits, Bruce Springsteen e Lou Reed. Irrinunciabile.

Canzone della vita, per la vita: New York City Serenade.

Discography, Spare Parts

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