Darkness On The Edge of Town Story – Introduzione

di Andrea Volpin.

Il 1 giugno del 1977, Bruce Springsteen si presentò all’ingresso degli Atlantic Studios di New York insieme alla band al completo. Dopo quasi un anno di battaglie legali in tribunale contro l’ex manager Mike Appel, il rocker di Freehold poté rompere i sigilli che gli impedivano di accedere agli studios e di intraprendere una nuova avventura che porterà a compimento il 2 giugno del 1978 quando, dopo tre anni di attesa, il pubblico saluterà la pubblicazione di Darkness On The Edge Of Town, quarto disco da studio, per la prima volta prodotto da Jon Landau.

Ne aveva accumulata di rabbia il Boss in quell’anno maledetto; tanta di quella rabbia si riversò nella stesura dei testi delle canzoni, altrettanta si trasformò in stamina pronta a esplodere al primo segnale. E quel segnale arrivò subito. Durante la prima sessions di prove, Bruce e la band registrarono l’impressionante numero di otto singoli e, per farlo, ci misero tutto il giorno e tutta la notte. Tutti i membri della E-Street Band sapevano che lavorare con Bruce non era cosa semplice e così i ricordi delle interminabili sessions di registrazione di Born To Run tornarono subito alla mente. Ma se, da una parte tutti conoscevano lo stakanovismo e la maniacale ricerca della perfezione di Bruce, dall’altra sapevano che quell’album avrebbe dovuto essere qualcosa di speciale. Nel giro di qualche settimana i primi due singoli dal titolo Badlands e Something In The Night, videro il loro quasi definitivo compimento proprio mentre la prima tegola cadde sul progetto.

Dopo accurate indagini Bruce arrivò alla conclusione che qualcosa nel suono delle canzoni non andava; il problema venne identificato nella scarsa acustica degli Atlantic Studios, in particolare, per quanto riguardava la sezione ritmica, soprattutto la batteria di Max Wienberg, da sempre elemento importante nella struttura musicale di Bruce. Inoltre gli studios erano del tutto privi di confort per ospitare band e tecnici nelle interminabili giornate; quando Bruce e Landau fecero notare ai dirigenti dello studio questo aspetto questi risposero che in tanti anni di carriera non gli era mai capitato di ospitare cantanti e musicisti tutto il giorno e tutta la notte. Bruce spinse così per tornare al Records Plant, sempre a New York, dove vennero incise la maggior parte delle canzoni di Born To Run; ma i soldi scarseggiavano e gli Atlantic erano già stati pagati. Questo però non fermò Bruce che raschiò il fondo del barile della cassa della band per affittare anche gli altri studios e dare così seguito alla sua sete di perfezione.

Da quel settembre del 1977 al gennaio del 1978 la corsa nel tentativo di realizzare un capolavoro che avrebbe dovuto superare il successo di Born To Run iniziò ad un ritmo forsennato. Il materiale da analizzare, registrare, correggere e magari eliminare era immenso – secondo una stima più o meno precisa stiamo parlando di qualcosa come 56 canzoni – e andava ben oltre ad ogni più rosea previsione. D’altronde di tempo per scrivere Bruce ne aveva avuto tanto.

Sotto l’attenta regia di Jimmy Iovine, Bruce e la band danno sfoggio di professionalità e senso del dovere, spesso oltre il limite umano, registrando ben trentadue canzoni, ognuna di queste figurava tra le potenziali candidate a ricoprire un ruolo in tracklist. Le altre ventiquattro finirono in un cassetto nell’attesa di diventare realtà per qualche progetto futuro; un titolo per tutte: Down By The River che si trasformerà in The River; canzone colonna portante del successivo album omonimo del 1980.

Torniamo però un secondo alle canzoni delle sessions in corso. È doveroso fare una piccola distinzione per chiarire bene le idee; nella rosa delle 32 canzoni c’erano le dieci della tracklist di Darkness, le quattro destinate a entrare nella scaletta dell’antologia Tracks del 1998 e le restanti diciotto a completare un altro progetto del 2010 che prenderà il nome di The Promise.

Fu in questo preciso momento che il secondo inconveniente si presentò a Bruce e soci: dopo aver messo su traccia tutti i brani, Bruce si rese conto che il suono romantico dell’analogico si stava lentamente affievolendo rispetto al crescente uso del suono digitale molto più preciso. Darkness on the Edge Of Town suonava ancora ‘sporco’ ricordando molto il suo predecessore Born To Run. Non era però intenzione di Bruce fare un altro disco così immaturo dal punto di vista musicale; d’altronde quello in gestazione avrebbe dovuto essere il suo modo di dire al mondo che il suo rock, come la vita, era in continua evoluzione. Così decise di abbandonare le vecchie tecniche di registrazione per (ri)consegnare al mixaggio un prodotto pulito e più consono alle aspettative; ovviamente questo comportò altre sessions di registrazione e un aumento dei costi attivi non previsto all’inizio. Questa cosa non preoccupò Bruce che ormai riteneva le beghe legali-amministrative dei problemi talmente difficili da gestire da arrivare al punto di lasciarli in disparte; come se non fossero suoi.

Quello che Bruce voleva comunicare al mondo era un altro tipo di preoccupazione, quella che ti fa, ad un certo punto della tua vita, ritrovare di fronte a quel mostro che hai sempre cercato di combattere nella speranza di non essere risucchiato dalle sue oscure fauci. Per far questo Bruce dà sfoggio del miglior rock suonato con una partecipazione emotiva e spirituale quasi totale; dalla cavalcata indomita di Badlands al trionfo del suono ‘ad ingressi multipli’ di Racing In The Street, passando per il mesto rock di Darkness On The Edge Of Town o la cascata si sensazioni che rilascia The Promised Land. L’album è un trionfo del sound made in Springsteen; fattore che caratterizzerà in maniera più marcata anche i successi del cantante. I testi sono cupi, amari, spesso opprimenti e nascondono tutta la rabbia di un uomo che si è costruito un futuro e ha dovuto mettersi a battagliare per difenderlo perché uno sconosciuto stava cercando di portarglielo via. Il grande inganno della vita si stava compiendo.

Nell’immensa stesura del Grande Romanzo dell’Uomo, iniziato da Bruce nel 1973, Darkness è un passaggio importante perché racconta di un preciso momento storico e sociale attingendo le proprie energie dalle viscere dell’animo umano. È anche un disco molto personale che racconta di un Bruce cresciuto e maturato ma ancora non del tutto libero dalle sue tribolazioni. La figura del padre, ad esempio, non è stata del tutto allontanata, lo testimoniano l’arrabbiato rock di Adam Raised A Cain o del più riflessivo racconto di Factory. Forse lo stesso Springsteen non è del tutto pronto a dare seguito alla fuga di Thunder Road che avrebbe dovuto portarlo lontano da quel luogo di perdenti. Infatti in Darkness la sensazione è proprio quella che il percorso infinito, sognato e immaginato in Born To Run, in realtà sia il circuito opprimente che, l’auto guidata dall’uomo di Something In The Night, disegna lungo le strade di Asbury Park.

Il ruolo chiave di Asbury torna pesantemente a condizionare le scelte e le storie di questo disco; il suo passato illustre di cittadina chiave del Jersey Shore, oggi è un fardello che rattrista le luci quasi spente del suo boardwalk è un po’ lo specchio del canovaccio del disco. Asbury è Asbury ma è anche l’America di quelli che ci hanno creduto ma che poi sono caduti sotto il peso della guerra impari contro la vita; quel luogo da cui vuoi fuggire ma nello stesso tempo vorresti rimanere per sempre. Già perché tra le sue vie ti senti, tutto sommato tranquillo. Ed ecco che i due giovani alla ricerca di adrenalina nelle folli corse con i bolidi cromati di Racing In The Street, dopo la gara tornano nelle buie vie della loro città perché, in fondo, si sentono sicuri. È un passaggio epocale rispetto alla sognante e romantica idea della fuga che domina il disco precedente.

Tutto cambia nella vita e anche quello che prima ti sembra un alleato su cui puoi contare in realtà si dimostra un nemico che tenta di sconfiggerti. È un po’ questo il riassunto della metamorfosi che una delle tematiche classiche della poetica di Bruce vive nell’album Darkness On The Edge Of Town: stiamo parlando della notte che si trasforma dall’alleata di Born To Run, addirittura celebrata in Night, alla paurosa ombra che tenta di inghiottirti nel suo ventre di Street Of Fire.

Darkness è obbiettivamente un disco che sembra voler far crollare tutte le certezze che l’uomo, e tra cui c’è anche Bruce, con tanta fatica si è costruito. Proprio per questo fatto sembra un disco dai contorni cinici ma che in realtà nasconde tutto il senso della vita. Il lume della speranza però è ancora vivo; nonostante tutto, il fuoco della redenzione è ancora acceso. Forse la sua fiamma non brilla più come in precedenti occasioni ma non si può dire che sia del tutto esaurita. Darkness è un album importante anche per quello perché riesce a trasmettere; cioè un senso di riscatto possibile che va a mitigare tutto il contorno scuro che lo circonda.

Questo non è che il primo capitolo di una storia lunghissima da raccontare. Alla prossima puntata…

Discography

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