40 anni nel Fiume: il Grande Romanzo Americano

di Alberto Calandriello.

The River, a mio avviso, è l’album in cui non solo Bruce, neo trentenne, ma anche i personaggi delle sue canzoni che raggiungono la maturità, si scontrano con quello che possiamo superficialmente definire come il mondo degli adulti. Le corse per trovare un senso a sé stessi e le ferite dei due album precedenti qui si sublimano in una presa di coscienza di ciò che ci accade attorno.

Il Grande Romanzo Americano ha in questo strabordante doppio disco uno dei capitoli più affascinanti.

La title track poi, è essa stessa un romanzo, la storia del protagonista, di Mary, gravidanze inattese, lavori mal sopportati, separazioni, ricordi di gioventù.

Ma, attenzione, nella versione del Live 75/85 è andato oltre, è altro.

La storia che Bruce racconta nei quattro minuti prima del brano, si fonde assieme al brano stesso e diventa un simbolo fortissimo del concetto di famiglia, di affetto paterno, di piccola comunità. un nucleo di cui poco si era parlato nei dischi precedenti, se non per le difficoltà di relazione; il ragazzo insofferente che porta i capelli lunghi in spregio alle regole imposte dai genitori cerca di allontanarsi da casa e, piuttosto che rientrarci, passa le fredde notti invernali in una cabina telefonica a parlare per tutta la notte con la sua ragazza.

Dal silenzio con cui affronta il padre alle tonnellate di parole con la sua amata, è chiara la poca voglia del giovane Springsteen di stare all’interno delle mura casalinghe. Però la storia ci dice altro ovvero ci dice di come Bruce non riesca affatto a trovare un modo per esprimere cosa vuol fare di se stesso e noi questo lo abbiamo letto e riletto e soprattutto ascoltato in diversi brani, la fatica nell’accettarsi e nel costruirsi una identità precisa, esclusivamente in compagnia della sua chitarra.

L’apice arriva dopo, quando lo sbruffone che offende il padre dicendo di odiarlo si ritrova, proprio come i protagonisti di The River, catapultato in una storia più grande, esercito, uniformi, non è solo l’augurio del padre, fosse solo per togliersi da casa quello scansafatiche, ma è anche Vietnam, guerra vera, amici che non tornano a casa o ci tornano rovinati per sempre.

Bruce scappa, in un gesto talmente antieroico da colpirci per la sua enorme umanità. Scappa per tre giorni e si ritrova sul pullman che porta alla visita medica insieme ad altri amici spaventati; questa immagine vale più di ogni campagna retorica di arruolamento patriottico.

We were so scared

è tutto qui, eravamo così spaventati; una cosa così sincera che l’esito negativo della visita viene accolto da applausi di festa, quasi, col cuore in gola per il racconto, che il pubblico temesse che le cose potessero andare diversamente; lo stesso Bruce si accorge di questo e con estrema serietà capisce che non è giusto trasformare quel racconto così intimo in un discorso antimilitarista e dice che non c’è nulla da applaudire.

L’ultimo momento del racconto è clamoroso.

Bruce in pochissime parole racconta una scena in modo assolutamente cinematografico, vediamo i suoi genitori in cucina, lui che arriva zaino in spalla, entra e c’è quello scambio di battute che da solo racconta un mondo, quello appunto della famiglia, dei rapporti padre e figlio.

Dove sei stato? A fare la visita militare.
Come è andata? Non mi hanno preso.
Bene.

Bene, quel That’s good di Douglas da solo spiega le difficoltà di comunicazione tra lui ed il figlio, ma spiega anche che, l’amore di un padre va oltre qualunque cosa, qualunque desiderio, qualunque tensione.

Meno male, per anni ti ho ripetuto che non vedevo l’ora che l’esercito facesse di te un uomo, ma alla fine, di fronte a quello che sta succedendo oggi, nel 1968, meno male che resti qui con noi.

È il padre che parla, è l’amore del padre per il figlio, nonostante quel figlio faccia di tutto per farsi mandare via. La stessa paura di Bruce sul pullman, l’ha provata suo padre nel sapere della visita.

That’s good.

Ci sono un paio di secondi di silenzio, dove la gente realizza, dove noi realizziamo quello a cui abbiamo appena assistito, fosse solo in camera nostra con le cuffie, di notte, a migliaia di Km da dove queste parole sono collocate. un paio di secondi nel quale comprendiamo anche che questo fiume, di cui sta per iniziare a cantare, è comunque una parte indelebile dell’anima del suo autore; un fiume che scorre lentamente, ma inesorabilmente, un fiume dentro il quale l’uomo deve per forza bagnarsi; e poi arriva quell’armonica che ti squarcia l’anima ed inizia il Grande Romanzo Americano.

Sono nato in fondo alla valle dove da ragazzo – signore

Spare Parts
One comment to “40 anni nel Fiume: il Grande Romanzo Americano”

Benvenuto su badlands.it

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: